Vita in morte nella piantagione di Andrea Zaccaria

La vita dell’osservatore di uccelli è un continuo susseguirsi di sorprese. Quasi tutti i giorni sembra sia destinato ad essere testimone di qualche comportamento o azione mai vista, di cui non ha mai sentito parlare e che forse non vedrà mai più.

W. H. Hudson

 

 

 

Seduto su una poltrona spaiata, con la schiena appoggiata al muro del portico e il viso riparato dal vento da alcuni sacchi di farina ammassati, William guardava il sole spegnersi contro i filari di giganteschi pioppi di Lombardia, ormai spogli per l’inverno.

Da quella posizione poteva vedere tutta l’estancia. Il suo sguardo scuro, se non fosse stato così debole, avrebbe potuto spingersi ancora oltre, fino a raggiungere il lago dove qualche anno prima andava a caccia di mestoloni e anatre e i campi sterminati di cardi e finocchi selvatici, che nelle notti d’estate, stagione dopo stagione, sentiva crescere insieme al proprio corpo.

William aveva quasi quindici anni e quel giorno era solo in tutta la tenuta. I suoi genitori non sarebbero tornati prima dell’alba e avevano portato con loro tutti i figli, ad eccezione di William.

«Sei abbastanza grande per poter restare a casa da solo», gli aveva detto sua madre. Questo era accaduto subito dopo pranzo.

Durante il pomeriggio William si era allontanato per fare un giro a cavallo lungo la piantagione, era arrivato fino al fossato di confine che divideva la sua estancia dalla pampa selvaggia e libera e aveva legato il suo pony al tronco rugoso di un’acacia nera.

William era arrivato fin lì per vedere le folaghe, i colimbi e i beccaccini che si nutrivano lungo le sponde del fossato, osservare il loro comportamento e scriverlo sul taccuino rilegato in pelle che gli aveva regalato suo fratello più grande prima di partire. Voleva solo fare quello che faceva da sempre, tutti i giorni: registrare ogni minimo cambiamento della natura. Sullo stesso taccuino tracciava anche disegni piuttosto precisi. Ogni tanto lo sfogliava dall’inizio e si meravigliava di quanta strada avesse fatto da quando, anni prima, aveva deciso di conservare su carta ogni scoperta che faceva. Sugli uccelli, ma non solo. Sapeva che certe sue osservazioni erano nuove per tutti, appartenevano solo a lui e solo lui ne aveva seguito il processo.

William si sentiva bene, nonostante il dolore che da giorni gli stringeva il petto e il senso di soffocamento che provava nel respirare.

Tornando a casa a cavallo si era sentito solo stanco, tanto stanco che il mondo sembrava scorrere a scatti come in un sogno. Lasciato il cavallo si era seduto sotto al portico ed era rimasto lì, a contemplare le sue lunghe gambe coperte dal poncho e a sforzarsi di rimanere sveglio.

Una volta William aveva conosciuto un vecchio gaucho imponente con la pelle del viso arrossata e una cicatrice nera sul braccio come risultato di una rissa.

Era un loro vicino, abitava più a nord, e un giorno che William era andato da lui accompagnando suo padre per una questione di cavalli gli aveva detto: «L’infanzia finisce di colpo, appena arriva l’amore. Niente a che vedere con l’amore per tua madre o tuo fratello. È un colpo di accetta, un duello con il coltello. Te ne accorgerai. Non puoi dire quando inizi ad essere adulto ma di certo puoi dire quando smetti di essere bambino. Mi ricordo ancora quando è successo a me».

Poi aveva continuato a contrattare con il padre di William la vendita di un bel pezzato.

William stava ricordando quella frase e quel gaucho mentre un grosso topo fulvo rosicchiava chicchi di grano sparsi da un sacco aperto. La verità è che aveva paura di crescere.

Immerso in un dolore e in un torpore che non avevano nulla di sano, William stava riepilogando a mente tutte le risposte che avrebbe potuto dare a quel gaucho se ne avesse avuto il coraggio.

Gli avrebbe detto che non voleva diventare grande, non voleva diventare come lui. Crescere non gli avrebbe portato nessun amore e, anzi, lo avrebbe reso apatico e indifferente verso quell’unico amore che sentiva di dover preservare puro. Crescere significa non provare più nulla ascoltando al tramonto le dolci note del pivere dorato che torna dalla pianura né ascoltando il gracidare notturno delle rane. Significa non sentirsi vibrare vedendo un campo di cardi in fiore che fanno da argine a un vento in piena. Crescere significa morire. E William, come tutti, ha paura di morire.

Cullato da queste dolci paure, mentre il dolore al petto sembrava attenuarsi, William era scivolato nel sonno e non si era svegliato, se non per brevi momenti, nemmeno quando i suoi erano tornati il giorno dopo e lo avevano trovato caduto ma ancora addormentato sul pavimento di terra battuta del portico. Suo padre si era fatto aiutare dai figli e aveva portato William a letto. William aveva dormito due giorni filati e al suo risveglio aveva la febbre altissima. Una vecchia vicina venuta ad assisterlo, bassa e corpulenta, gli aveva portato un impacco di foglie e radici e glielo aveva avvicinato sputandoci sopra.

«Probabilmente è tifo», gli aveva detto sbrigativa mentre sistemava la camera. «Ma quando starai meglio dovrai andare dal medico a Buenos Aires. Hai rischiato brutto e la febbre non scende. Tua madre è fuori che piange, quando stai meglio chiamala. Ah, e buon compleanno».

Lo aveva detto senza cattiveria né sarcasmo.

 

Ci erano volute due settimane prima che William iniziasse a stare meglio e poi ancora un’altra prima che sfebbrasse del tutto. Durante quelle tre settimane i suoi fratelli avevano fatto a turno per tenergli compagnia. Spesso gli avevano raccontato storie di uccelli, che sapevano piacergli, come quella del coraggioso milvulo che aveva di nuovo fatto il nido sul salice rosso a sud dissuadendo, a colpi di urla, gli avvoltoi di passaggio dall’attaccare le sue uova screziate di azzurro. Le cose più interessanti William le aveva scritte, nei rari momenti in cui stava meglio, sul suo taccuino.

La febbre, sparendo, si era portata via anche la voce di William e molti dei suoi chili.

Nel primo giorno che era riuscito ad alzarsi dal letto era svenuto tre volte attraversando la cucina ed era talmente magro che si aveva l’impressione che la luce potesse attraversarlo. La voce, poi, per quanto si sforzasse di urlare, per quanto il suo viso diventasse rosso dalla foga e dalla rabbia, non usciva dalle labbra. Era una situazione così strana ma allo stesso tempo naturale che William aveva iniziato a dubitare di aver mai realmente parlato.

Solo lo sguardo era rimasto lo stesso e si era acceso, come sempre, quando William aveva attraversato la porta che dava sulla piantagione per la prima volta dopo settimane e aveva visto il suo mondo, uguale eppure cambiato, che lo stava aspettando.

 

A Buenos Aires avevano incontrato vari medici. Tutti avevano confermato il tifo e tutti avevano aggiunto che però non era solo quello, che c’era anche qualcos’altro, molto più grave e sconosciuto, che aveva colpito William.

Un medico, uno stimato professore, aveva dichiarato che William aveva contratto uno speciale tipo di febbre mortale e che la sua vita era ormai ridotta a brandelli di pochi mesi.

«Quanti?», si era sentito chiedere William. William aveva riguadagnato la voce da poco, dopo giorni di silenzio costretto, e non era più abituato a sentirne il suono. Gli risultava stridulo e innaturale, molto più che contemplare la natura in silenzio sdraiato tra l’erba, come aveva fatto nei giorni precedenti.

Gli era venuto in mente che la capacità di parlare fosse il più grande difetto dell’uomo.

«Tre o quattro al massimo», aveva risposto il dottore. «Prega figliolo. Prega per la tua anima. Sei fortunato. A pochi è dato sapere la data della propria morte», aveva continuato.

Poi il dottore si era rivolto alla madre di William e le aveva detto di non abbandonare la speranza, che non tutto era perduto e altre cose che William non aveva sentito, perché non era più con loro.

Era tornato bambino e stava inseguendo un grosso serpente nero che non aveva mai visto prima. Aveva sfiorato il serpente più volte sul dorso squamato. Aveva paura, ma come in un sogno sentiva che il serpente non avrebbe potuto fargli male. Il serpente era scivolato via e si era rifugiato dentro il grande granaio. Il piccolo William lo aveva seguito e aveva visto legato al pavimento un giovane dalla carnagione olivastra che sembrava soffrire molto. Aveva chiesto chi fosse e qualcuno – William grande nel ricordo non riesce a mettere a fuoco chi – gli aveva risposto che era un assassino: aveva ucciso qualcuno in qualche posto e presto avrebbe fatto la stessa fine.

L’ultima cosa che William aveva notato erano i polsi segnati dalle catene di cuoio che tenevano legato il giovane e la sua faccia bella e sprezzante, con le labbra carnose. L’espressione di chi non ha nemmeno venti anni.

È probabile che William all’epoca non avesse visto tutti questi particolari, troppo buio il granaio e troppo piccolo lui, ma in quel momento il ricordo reale si fondeva con i sentimenti e l’immaginazione, creando un insieme non più scindibile. Un insieme che componeva la realtà ed era allo stesso tempo la realtà stessa.

   William si sentiva uguale a quell’assassino dalla carnagione olivastra. Anche lui, sebbene per colpe e ragioni diverse, aveva ricevuto una condanna a morte e anche lui si stava chiedendo se pentirsi o meno cercando di mantenere una faccia sprezzante e ottimista.

Pregare. William non sapeva se credeva o meno. Avrebbe voluto una vita immortale, quello sicuro, ma l’avrebbe voluta uguale a questa. Avrebbe voluto continuare a cacciare anatre reali con suo fratello e avrebbe voluto continuare a crescere seguendo la stagionalità dei cardi: sentirli crescere a dismisura, seccarsi e poi vederli volare via come aquiloni col vento di sud-ovest chiamato pampero.

Non voleva andare in paradiso, se questo significava lasciare la terra e fluttuare in cielo. Avrebbe preferito semplicemente smettere di esistere in quel caso, diventare cibo per vermi e avvoltoi e nutrire quella natura che tanto amava e che tanto faceva parte di lui.

 

Il pianto di sua madre lo aveva riportato sulla Terra. Erano a cavallo, anche se William non sapeva come fosse montato in sella. Stavano tornando a casa.

«Il dottore ha detto che c’è ancora speranza comunque», gli aveva detto sua madre. «Io ti voglio bene e non è ancora deciso nulla».

«Fammi un favore», l’aveva interrotta William deciso. «Quando… sì beh, quando non ci sarò più voglio che fai pubblicare il mio taccuino. È quello che ho sempre voluto. Magari dentro c’è qualcosa che ho scoperto solo io. Magari sarà utile a qualcuno. Magari c’è descritta una nuova specie di uccello a cui daranno il mio nome. Così diventerò immortale e lo diventerò dentro qualcosa che amo».

Sua madre aveva pianto dicendo che lo avrebbe fatto, che glielo prometteva.

William aveva pensato che è così che funziona. Si fanno progetti e si cerca di costruire una vita che si apprezza solo quando si sta per morire e poi, improvvisamente, tutto precipita e finisce. Tutto quello che puoi fare è lasciare un ricordo di te in qualcosa che era solo tua, che era te trasfigurato, su cui i tuoi cari possano agganciare i brandelli della loro perdita. Ma la tua di perdita è incalcolabile e inguaribile.

«Ho capito cosa voglio dalla vita», aveva detto William alla pampa. «Voglio diventare uno scrittore. E un naturalista. E vivere».

 

William Henry Hudson ha vissuto altri sessantasei anni. È stato un naturalista, scrittore e divulgatore scientifico. Sempre convinto che l’osservazione dal vero dovesse prevalere sulle analisi di laboratorio, ha trascorso una vita immerso nella natura, nonostante la continua febbre reumatica (diagnosticata solo tardivamente) ne avesse irrimediabilmente minato la salute. Nel 1874 si era trasferito a Londra ma la sua terra di origine, le pampas e tutti i suoi abitanti continuano tutt’ora a custodirgli il cuore e riecheggiano in ognuno dei suoi libri.