Sulla scia della verità di Lucia Schiavone

Il locale sarebbe stato buio se non fosse stato per quelle lucette psichedeliche irritanti. Ero seduto al bancone, le braccia strette al corpo e dei bicchieri di scotch di troppo davanti, vuoti naturalmente. Non sono fatto per queste cose. Nell’aria c’era uno strano odore, era densa di fumo e il locale era saturo di persone, eravamo stretti come in una morsa. Cosa può spingere l’uomo ad andare a chiudersi in luoghi stretti e angusti? È contro ogni istinto, saranno masochisti. Mentre mi guardavo intorno pensando ad una possibile via di fuga da quell’inferno, mi si avvicinò una ragazza, troppo grande per essere un’adolescente, aveva dei capelli raccolti in una coda disordinata, tutto in lei era disordinato e tutto le conferiva un suo ordine. Aveva bevuto un po’ troppo e questo si capiva senza il parere di un esperto, era arrivata praticamente strisciando a terra e, sicura di sé, si era lasciata cadere sullo sgabello che sfortunatamente aveva mancato di un buon mezzo metro cadendo a terra. Il buon senso mi spinse a rialzarla. Pesava quanto una foglia e continuava a cadermi dalle braccia prima che la potessi sistemare su un divanetto e dopo aver blaterato per cinque minuti si riprese. Iniziò a fare domande e darsi risposte da sola, pretendeva di sapere chi fossi, dov’era, mi mordeva, urlava, si strappava i capelli, li strappava anche a me: era impazzita. Fu lei a intraprendere la conversazione, se così possiamo definirla: ‒ Studio filosofia, io ‒ pausa riflessiva. – Tu che fai? Ti ho visto da qualche parte. Non sei tu il cinese che ha il negozio sul corso? ‒

E io più sconsolato che confuso risposi: ‒ Be', no, guardami meglio, ti sembro forse un asiatico? Forse hai bisogno di mangiare qualcosa. Posso offrirti nulla? ‒

‒ No, grazie, e allora se non sei il cinese che fai nella vita? ‒

‒Io sono un matematico ‒

Sbiancò tutta d’un colpo e credevo che stesse per svenire ma subito riattaccò con un tono disgustato: ‒ Ah, la matematica. Non mi è mai scesa quella roba. Ero davvero una frana ma non era colpa mia sai, il professore era terribile. Ma poi, scusami, a che serve la matematica? ‒

A questo punto avevo resistito fin troppo, la musica a palla, le luci da emicrania e infine una venticinquenne ubriaca che mi chiedeva con aria schifata a cosa servisse la matematica. A una tale domanda la cosa più semplice da rispondere sarebbe stata: ‒ La matematica è dietro ogni cosa, ti permette di usare un aereo o un treno, di comunicare attraverso il tuo smartphone, pensa ai ponti, ai computer, alla vita quotidiana. Che domanda è? ‒

Ecco, questa è la risposta più frequente. Ma a me non piace dare questa motivazione e così azzardai di fare un discorso un tantino più complesso e di spiegarle a cosa servisse, per me, la matematica.

– Ascolta, io non ti conosco, non so chi sei, sei ubriaca e probabilmente smetterai di seguirmi dopo trenta secondi e in più non so nemmeno perché mi trovo in questo posto. Magari posso dare un senso a questa serata, dunque veniamo a noi. La matematica è intuito, creatività, la matematica ti forma, ti educa, ti allena. Crea con i suoi teoremi qualcosa che resiste al tempo, dura per sempre, è una verità che una volta dimostrata non cede, potrai sempre fidarti di lei. Sicuramente mi stai prendendo per un povero pazzo, un uomo solo come un cane bastonato, abbandonato sotto la pioggia che preferisce rotolarsi fra calcoli e dimostrazioni piuttosto che uscire la sera. Ebbene no, è normalissimo che tu lo pensi ma io sono una persona qualunque, sono umano lo giuro ‒

La ragazza era stordita probabilmente mi avrebbero denunciato per istigazione al suicidio, si teneva la testa come se le stesse per scoppiare.

– No, io… io ti capisco. Certo sei un po’ strambo devo ammetterlo, ma allo stesso tempo affascinante. Caspita quanto somigli al cinese, assurdo davvero. Ah dicevi della matematica che dura per sempre, beh io non ci credo, è stata creata dall’uomo e come ogni cosa è destinata a scomparire. È un’invenzione, un’ illusione dell’uomo che la crede alla base di tutto, dietro ogni cosa ‒

‒ Come ti chiami? Ho preso a cuore la questione e mi piacerebbe farti vedere le cose dal mio punto di vista, credo di avere pochi anni più di te e sarebbe una bella soddisfazione “convertirti” alla matematica. È stato il mio primo amore potremmo dire e te ne innamorerai anche tu ‒

La ragazza si stava riprendendo e, riacquistata un po’ di lucidità, si presentò davvero: ‒ Sono Sofia, piacere. Mi hai lanciato una sfida dunque? E va bene, se entro un mese sarò ancora convinta delle mie idee, significa che sei un matematico come tutti gli altri e tra trent’anni ti ritroverai a passare il tempo organizzando sedute di fisica e rompicapi insieme ai tuoi colleghi. Se invece sarai in grado di convincermi, beh, vuol dire che avrò fede nella tua cara matematica e che tu sei un’eccezione ‒

Non credevo che avesse potuto prenderla come una sfida, non avevo mai considerato in questi termini una conversazione sulla matematica. Mi sentivo un po’ come se stessi per partire per una guerra santa: ‒ Giuro fedeltà nella matematica e mi dico pronto a correre ogni rischio, a scalare montagne e ad attraversare oceani per civilizzare il mondo in suo nome ‒

Mentre fantasticavo a occhi aperti, Sofia si era alzata, mi aveva scritto il suo numero sul braccio e lanciandomi un’occhiata di sfida mista ad un sorriso malizioso, si era diretta verso la porta. Io, rimasto solo sul divanetto con la schiena curva, lo sguardo fisso sul braccio, guardando la sua precisa calligrafia, ormai percepivo tutti i suoni come ovattati e la luce non costituiva più un problema, iniziava forse il mio processo di adattamento a quella scatola nera? Dopo un paio di giorni la chiamai e la invitai a fare una passeggiata per iniziare il nostro percorso, era un lunedì e così per tutti i lunedì del mese ci demmo appuntamento sempre allo stesso posto, sempre alla stessa ora. Era diventato importate per entrambi, motivo di crescita anche per me poiché piano piano sentivo il mio cuore sciogliersi un po’ e percepivo un dolce calore invadermi il corpo. Il primo giorno che ci incontrammo eravamo entrambi un po’ diffidenti.

‒ Mi servono dei broccoli, ti piacciono i broccoli? ‒, dissi io mentre ci incamminavamo verso il centro.

– Be', dipende chi li cucina. Ma perché parli di broccoli? Hai già dimenticato la scommessa? ‒

‒ Come? Quale scommessa? Ah, già, no tranquilla, nient’affatto ‒

Ci fermammo così dal fruttivendolo e comprai un po’ di broccoli, ne presi uno dalla busta e lo piazzai davanti agli occhi di Sofia: ‒ Allora, cosa vedi? ‒

‒ Mi prendi in giro? Cosa vuoi che veda? Un broccolo, no? ‒

‒ Sì, ma dentro, dentro cosa vedi? ‒

‒ Senti, dimmelo tu cosa vedi, io vedo un broccolo ‒

‒ D’accordo, credevo potessi arrivarci da sola, ebbene ciò che vedi, queste rosette numerose, queste puntine che nascono sopra altre puntine, sono dei frattali, determinate dal numero di Fibonacci. Queste protuberanze che mangi senza soffermarti più di tanto sulla loro forma, sono determinate da leggi matematiche. Le spirali che trovi in alcuni fiori, il disco di un girasole, la buccia dell’ananas… hanno tutti a che fare con Fibonacci ‒

Mi guardava dall’alto in basso, guardava il broccolo, poi di nuovo me e, senza fare commenti su ciò che le avevo spiegato, disse: ‒ Sì, ok, ma ancora non sono convinta, cos’altro hai per me? ‒

‒ Per oggi nulla, Sofia, pensaci su e la prossima volta mi dirai se hai qualche dubbio al riguardo, la notte porta consiglio ‒

Così si concluse il nostro primo incontro. La settimana seguente ci incontrammo ancora, presi la mia macchina e andammo allo zoo poco fuori la città.

– Gita allo zoo ‒, disse. ‒ Tu sai che odio vedere gli animali in gabbia? È una cosa atroce ma sono curiosa. Cos’altro mi farai vedere? Magari il moto di una formica che porta il pane, eh? Anche quello regolato da leggi? Ehi, tu, formica, come generale dell’esercito devo condannarti: non stai portando la mollica secondo la nostra legge matematica. A morte! ‒

Resistetti a buttarla fuori dall’auto a calci: ‒ Davvero molto spiritosa, un po’ di rispetto per piacere ‒

Arrivati all’ entrata del parco, mi diressi verso la zona delle zebre, guardai Sofia e le chiesi: ‒ E ora cosa vedi?‒

‒ Ancora con questo giochetto? Sono zebre, Z-E-B-R-E ‒

‒ Esatto, brava. E le zebre hanno… ‒

‒ …le strisce ‒

‒ Brava! La disposizione di queste strisce è data da una precisa equazione matematica, per ora l’approccio è solo teorico ma i ricercatori di Harvard hanno fatto un bel lavoro a partire dal modello di Touring ‒

‒ Ah, Touring, gran bel pezzo quello, mi ricordo qualcosa ‒

‒ Gran bel pezzo… progressi e progressi definiti come gran bel pezzo, ma andiamo avanti. Hai ragionato sui broccoli? Ora abbiamo le zebre ‒

‒ Già, e immagino che per oggi sia finita ‒

‒ Sì, per oggi basta così. Ci sarebbero tante cose ma ho paura di sovraccaricarti il cervello ‒

E così concludemmo anche il secondo incontro. La terza volta che la vidi, andammo in un museo di arte contemporanea.

– Mai sentito parlare di sezione aurea? ‒

‒Sì, credo ‒

‒ Ebbene, è ovunque, è il numero perfetto, io non cerco la donna perfetta, per me la sezione aurea basta e avanza ‒

‒ Ed ecco che diventi il solito brontolone vecchio che fa la settimana enigmistica, credevo potessi cambiare ‒

‒ Con la sezione aurea non si scherza, la prendo come un’offesa personale. Questo rapporto, chiamato sezione aurea ricorre spessissimo in natura, definisce ad esempio la spirale di una conchiglia e anche la disposizione dei semi di un girasole di cui ti parlai già l’altra volta. Per non parlare poi dell’importanza che ebbe nell’arte presso i popoli antichi ‒

‒ Una magia… ‒

‒ No, no, tutto vero. È una semplice e meravigliosa regolarità che troviamo in ogni angolo della natura ‒

‒ Oggi mi è piaciuto molto, grazie davvero ‒, e mi salutò con un bacio sulla guancia. Rimasi fermo a fissare un quadro, gli occhi sbarrati e le gambe molli, che avevo? No, eh, no, Giorgio, non montarti la testa, non farti strani pensieri. Il nostro quarto e ultimo incontro matematico fu più teorico, ci stendemmo all’ ombra di una quercia nel parco dietro casa mia, con le teste vicine e i piedi in verso opposto. Iniziammo a parlare solo dopo aver contemplato il cielo per un buon quarto d’ora, era di un azzurro carico e liscio e le poche nuvole che c’erano sembravano soffici come una spuma.

– Secondo te esiste qualcosa che dura per sempre? ‒ chiesi a Sofia. Lei rispose: ‒ Deve esserci per forza qualcosa che resiste al tempo e all’uomo, ma ancora non ho capito cosa sia, e ho paura di scoprirlo ‒

‒ Un teorema, Sofia, un teorema è per sempre. Verità eterne. Ma le verità non sempre hanno delle prove e possono essere smentite da una nuova verità. Ma un teorema, se lo dimostri, dura per sempre ‒

‒ Sì, ma nella vita questo a cosa può servirmi, se mi trovo in difficoltà perché in futuro perderò il lavoro, conoscere il teorema di Pitagora non mi aiuterà ‒

‒ Hai ragione, non ti aiuterà, non ti servirà a nulla ma proprio a nulla. Un teorema però, qualcosa di vero che tu dimostri e nessuno può criticare, ti salva, sempre. Nella vita devi dimostrare chi sei, di valere, di essere in gamba. Agisci, mettiti alla prova, lascia che gli altri verifichino e dimostra che puoi fare grandi cose. Definisci il tuo teorema, pensa a quanto sia perfetto il mondo senza che nessuno disponesse i semini del girasole in una precisa angolazione, pensa a quanto si possa essere grandi seguendo la natura, essendo se stessi e dando prova delle nostre abilità. Non avrà mai fine tutto questo, è parte della vita, esiste e basta e sarà sempre vero ‒

– Sei un bravo matematico, sai? Dovrebbero essercene di più come te ‒

Il momento era diventato sublime, a dir poco nobile e toccante. Le mie parole ebbero un effetto e da quel giorno in poi, dimostrammo a vicenda una parte di noi e creammo uno dei teoremi più belli che possa esistere: l’amore.