Strana ossessione di Isabella Carparelli

Spalancò gli occhi. Davanti a lui, il sudicio muro ospitava un millepiedi che strisciava lentamente, forse in cerca di una via di fuga. Già, perché forse anche a un essere così ripugnante verrebbe voglia di scappare da quella stanza angusta, sporca e maleodorante, nei cui angoli giacevano escrementi, vomito e resti di cibo. Chiunque, sano di mente, cercherebbe in tutti i modi di darsela a gambe. Il punto è che Annibale non si può definire esattamente “sano di mente”.

Si è appena svegliato dal solito incubo che ormai lo perseguita da diverse notti (le rare volte che riesce a prendere sonno): quello in cui Penelope viene catturata e portata su un’isola per essere decapitata, e Annibale, non riuscendo a sopportare questo strazio, si impicca. In realtà, la morte di Penelope sarebbe l’evento che renderebbe più felici i familiari di Annibale, ma per lui ciò costituirebbe una vera e propria tortura, una pena insopportabile, molto più insopportabile di quella che sta attualmente vivendo.

Infatti, più di un mese fa, è stato fatto ostaggio proprio da lei: l’affascinante, perspicace Penelope. Il suo nome rimanda alla bella ragazza del mito che aspetta con fedeltà e pazienza il suo amato, tessendo e disfacendo continuamente la sua tela. L’unica differenza è che Penelope, invece di una tela, ha tessuto un sacco abbastanza grande da poter avvolgere completamente l’esile corpo del sedicenne Annibale, mentre rientrava a casa da solo dopo una serata passata con i suoi più cari amici. Al primo impatto ovviamente il ragazzo ha cercato di difendersi in tutti i modi, di chiamare aiuto, ma la strada era deserta e non ha avuto scampo. Non ha fatto neanche in tempo a chiamare qualcuno sul cellulare, dato che si è praticamente disintegrato quando, per la prima volta di una lunga serie, è stato scaraventato con violenza sull’asfalto, anche se in un primo momento Annibale non ha saputo distinguere il rumore dello schermo che si stava rompendo da quello delle sue ossa.

C’è voluto un po’ perché si abituasse alle continue violenze che venivano servite al posto dei pasti principali nello sgabuzzino di un metro quadrato, avvolto nell’oscurità. Inizialmente provava solo odio e rancore verso tutto ciò che lo circondava, come chiunque in situazioni del genere. Quello che è accaduto in seguito nella mente di Annibale è, invece, assolutamente fuori dall’ordinario: la fragile e instabile personalità del ragazzo lo ha portato man mano a provare un sentimento affettivo nei confronti della bella Penelope, fino ad amarla. Infatti, il suo cervello ha eliminato ogni sentimento di odio lasciando spazio alla comprensione e tolleranza nei confronti della sua carnefice. Ciò che può sembrare follia è invece nient’altro che puro istinto di sopravvivenza: in questo modo, rivolgendo attenzioni a Penelope, si sarebbe assicurato la salvezza e la liberazione, poiché lei avrebbe avuto meno motivi per continuare le violenze sulla sua vittima. Se da un lato questo meccanismo innescato inconsapevolmente nella mente di Annibale avrebbe potuto effettivamente aiutarlo, dall’altro rappresentava un ostacolo per la sua liberazione. Con l’avanzare del tempo, entrando sempre più a contatto con Penelope (e non solo per tutte le botte che riceveva da lei), oltre ad amarla, il ragazzo ha iniziato ad approvare e condividere i motivi del suo rapimento, ritenendoli legittimi e addirittura difendendoli.

Erano trascorse forse due o più ore da quando aveva aperto gli occhi, e stava ancora pensando alla tristezza infinita che aveva provato al suo risveglio dall’incubo. Il silenzio tombale della stanza amplificava il volume dei pensieri nella sua testa. Stava riflettendo sul fatto che Penelope non si fosse ancora fatta viva quel giorno, quando a un tratto i suoi pensieri vennero bloccati. Le onde sonore prodotte dalla sirena della polizia vennero accolte dal suo padiglione uditivo e convogliate dall’orecchio esterno al timpano, per poi venire amplificate all’orecchio medio e portate in quello interno, al liquido della coclea. Queste onde sonore, dette anche di pressione, provocarono la deformazione delle sue cellule ciliate, innescando il potenziale d’azione diretto alla corteccia cerebrale. Questo percorso effettuato dal suono sembrerebbe così lungo e complicato, ma ci mise solo un attimo per venire percepito dall’encefalo di Annibale, facendolo trasalire. In contemporanea, associò l’assordante rumore di quelle onde alla polizia.

 

L’agitazione lo travolse come un treno che sfreccia sui binari, dritto verso la sua destinazione. Questo stress emotivo indusse la contrazione della muscolatura attorno alle sue arteriole, provocando un aumento della pressione sanguigna in un processo noto come vasocostrizione.

Al suono di quella prima sirena ne seguirono diversi appartenenti ad altre macchine, poi rumori di sportelli che si aprivano e si chiudevano, parole indistinte, porte che si spalancavano, grida, caos totale. Ci vollero pochi minuti perché due agenti scoprissero il luogo nel quale era tenuto prigioniero Annibale: spalancarono la porta e lo trovarono in piedi, che camminava avanti e indietro, in preda al panico. Si voltò verso di loro con occhi pieni di terrore e preoccupazione.

– Che cosa le avete fatto? – urlò. I poliziotti si guardarono sorpresi e confusi.

– Siamo venuti a liberarti, tranquillo. Lei sta per essere arrestata, – disse uno di loro.

Non fece in tempo a finire la frase che Annibale, con un’agilità che non sapeva neanche lui di possedere, con uno scatto sgusciò prontamente fuori dalla porta e si addentrò nel giardino. Cercò di orientarsi per arrivare alla casa di Penelope, ma ottenne scarsi risultati dato che, un mese prima, al momento del rapimento, era stato trascinato nello sgabuzzino con la vista impedita da un sacco.

I due uomini lo bloccarono subito, colti alla sprovvista da questo suo strano atteggiamento, tanto che si chiesero se non avessero sbagliato abitazione. Cercarono di convincere Annibale delle loro buone intenzioni, certi che forse ci fosse qualcosa di sbagliato nel loro comportamento, ignari dei sentimenti che provava il ragazzo. Egli in quel momento voleva solo andare dalla sua amata e proteggerla, difendere la sua posizione, preoccupato di quello che le sarebbe potuto accadere.

– Portatemi da lei, – ordinò con una certa determinazione di cui anche lui stesso si stupì. I due obbedirono, scortandolo ai lati, e si avviarono all’entrata della casa.

Ciò che vide Annibale lo sconvolse completamente: Penelope era inginocchiata sul pavimento, le mani attaccate dalle manette dietro la schiena, circondata da poliziotti che pronunciavano le solite formule che si ascoltano sempre nelle serie poliziesche che piacevano tanto al ragazzo. Quest’ultimo non riuscì a frenare il suo impulso e corse verso di lei, per vedere come stava.

A differenza di tutti i presenti, che si guardarono straniti, Penelope era consapevole di ciò che provava il ragazzo. In realtà, lo aveva già capito da tempo grazie a vari indizi: lo scintillio negli occhi di Annibale ogni volta che la vedeva, la gentilezza nel tono della sua voce, la strana accondiscendenza mostrata in risposta alle percosse.

E si era anche accorta che qualcosa era cambiato in lei stessa, era nato un sentimento di pietà nei confronti del suo ostaggio, si era sentita apprezzata da lui. Per questo la giovane donna era combattuta: stava pensando da qualche giorno di liberare il ragazzo e comunque aveva smesso da un po’ di violentarlo e maltrattarlo. Ironia della sorte, proprio prima che queste sue intenzioni diventassero realtà, la polizia aveva fatto irruzione a casa sua, sorprendendola nel pieno della sera, e ora era costretta a gettare la spugna e a consegnarsi alla legge e alla giustizia. Capiva, però, la disperazione negli occhi di Annibale nel vederla allontanarsi, ora che stava per essere spinta nell’auto della polizia.

Il ragazzo si dimenava e urlava, nel tentativo di scagionare Penelope. Non riusciva a credere che gliela stessero portando via, convinto com’era della sua innocenza e della fondatezza delle motivazioni per le quali lo aveva rapito. Non era infatti difficile intuire che Penelope era una trentenne frustrata, che era sempre stata sottomessa all’autorità degli altri: prima della famiglia, poi della scuola, dei suoi amici, e infine dell’unico fidanzato che aveva avuto. Compiendo questo crimine contro Annibale, poteva scatenare tutta la sua rabbia repressa, avendo finalmente la possibilità di fare a qualcun’altro quello che avevano fatto con lei per tutta la vita: demolirla, usarla, annientarla. Paradossalmente Annibale si ritrovò ad appoggiare queste sue motivazioni fino all’ultimo, non sapendo che perfino Penelope stessa le aveva ripudiate con l’andare avanti del periodo di prigionia.

Il ragazzo si avvicinò al finestrino posteriore dell’auto in cui era stata fatta salire la sua torturatrice e posò la mano sopra di esso. Un istante dopo l’auto partì, e con lei Penelope, che lo salutava con la mano.

 

Oltre il finestrino, la luna splendeva alta nel cielo, soddisfatta di essere arrivata alla fase lunare del plenilunio che la ritrae come un’enorme palla luminosa che domina il cielo e le sue stelle, trovandosi in posizione di opposizione rispetto alla Terra. Annibale rifletté e intuì che erano passati quindi circa ventotto giorni dal rapimento, perché poteva ricordare chiaramente che anche quella terribile sera c’era la luna piena.

Si trovava in macchina con la sua famiglia, che non vedeva da tutto quel tempo.

Aveva potuto “riabbracciare” loro, anche se non è proprio il verbo più esatto. Diciamo che aveva più inveito contro di loro e li aveva rimproverati di aver fatto partire le indagini e fatto arrestare Penelope.

Ora lo stavano portando a casa, dove avrebbe trovato riposo e un pasto abbondante, dato che aveva perso sì e no 10 kg in quel periodo. Intanto alla radio passava una canzone rock che Annibale trovava orecchiabile. Al termine del brano, lo speaker annunciò il titolo: si trattava di “Stockholm Syndrome” dei Muse. Non sapeva che, per una strana coincidenza, il titolo della canzone era proprio il nome della sindrome che aveva preso il sopravvento nella sua mente, quella, appunto, di Stoccolma.

Non sapeva neanche che lo aspettavano mesi e mesi di cure, psicofarmaci, sedute dallo psichiatra, preoccupazioni da parte degli amici e dei suoi cari.

Non sapeva che la figura di Penelope lo ossessionerà ogni giorno per lungo tempo, mattina e sera. Poteva aspettarsi però che associati a quella figura non ci sarebbero stati sentimenti di odio e rancore, ma di nostalgia e amore.