Punti di contatto di Loris Enrico Scipioni

A Frederick Campion Steward, che ha avuto successo, in anni recenti, nell’isolare dal latte di cocco i fattori che promuovono la divisione o il mantenimento delle cellule vegetali nella loro condizione embrionale o meristematica

«Ehi nonno! Che cosa vuol dire merismematica?». Aveva trovato la vecchia targa impolverata cercando gli scacchi in un grosso scatolone in soffitta e subito quelle lettere sbiadite incise nel bronzo avevano attirato la sua attenzione e stuzzicato la sua curiosità di bambino.

Adorava trascorrere il fine settimana a casa dei nonni, perché con loro si sentiva catapultato in un altro mondo, fatto di dolcezza, gioco e tranquillità, lontano dallo stress e dalla frenesia che scandivano le ore passate con i suoi genitori.

Ma soprattutto, dei nonni, amava i racconti. Attraverso le loro parole poteva rivivere le loro avventure, le loro emozioni, le loro vite. E non si annoiava mai, perché era come ascoltare favole, ricche di eventi inaspettati, divertenti o a volte tristi, che catturavano la sua mente e la portavano a fantasticare nei meandri dell’immaginazione, non facendo altro che accrescere l’affetto che lo legava a quei due vivaci e quanto mai vitali anziani. E anche quando la memoria giocava loro qualche brutto scherzo e faceva loro ripetere una storia già raccontata, lui non ci badava, perché sapeva che certamente sarebbe stata diversa in qualcosa, in qualche dettaglio che l’avrebbe resa unica come tutte le altre.

Nonno Camp gli si avvicinò. «Guarda che cosa hai trovato! Anne! Abbiamo scoperto dov’era la targa della candidatura per la Royal Society», disse nel suo strano, e per certi versi affascinante, accento inglese, mentre Nonna Annie saliva a gran passi le scale, curiosa di rivedere quel vecchio cimelio da anni ormai dato per perso. «Bisognerà dargli una ripulita: non possiamo metterla sul camino in questo stato».

«Non hai risposto alla mia domanda! Che cosa vuol dire merismematica?» insistette lui, non partecipe dell’emozione per il ritrovamento. «È meristematica non merismematica», rispose il nonno quasi automaticamente, così concentrato sull’ondata di ricordi scaturita da quella scoperta da non realizzare che la precisazione non sarebbe stata affatto soddisfacente per il nipote, ancora troppo piccolo per avere anche le più rudimentali nozioni di biologia. «Ha a che fare con le piante», aggiunse rapidamente, non appena si accorse della scarsa chiarezza delle sue parole.

Le piante, presenti come dettagli apparentemente irrilevanti praticamente in tutti i racconti del nonno. C’erano piante quando andava a scuola, quando lavorava al college e perfino quando aveva conosciuto la nonna. Rendevano la narrazione più colorata e aiutavano a creare un’atmosfera di realismo che includeva il giovane bimbo nel mondo creato dalle parole dell’anziano. Tuttavia, sapeva che le piante non svolgevano una mera funzione narrativa, ma al contrario, per il nonno, significavano molto di più ed erano parte integrante, fondamentale della storia, della vita, quasi al pari della luminosità del sorriso della nonna al loro primo incontro al college. Lo aveva capito dalla passione con cui egli descriveva ogni minimo dettaglio delle foglie, del fiore, del profumo, dal modo in cui il suo sguardo si perdeva quando lo faceva, quasi a ripercorrere con gli occhi della memoria ogni singola nervatura, ogni balzo del margine o del petalo.

Sapeva anche che Camp, come si faceva chiamare dalla nonna, era stato professore di botanica in scuole prestigiose ed era stato molto amato dagli studenti, tant’è che spesso riceveva visite da ex-allievi, che agli occhi del bambino erano una sorta di materializzazione in carne e ossa delle parole del nonno, quelle stesse parole che dalla sua bocca fluivano a costruire quei magnifici scenari che erano i suoi racconti.

«E che cos’è il meristema?», chiese ancora, sforzandosi visibilmente di pronunciare correttamente quell’ultima parola, dal momento che non voleva risultare inadeguato a parlare di una materia cui il nonno teneva tanto. Nel fare ciò, aveva mostrato quella buffa tenerezza che caratterizza i bambini quando si impegnano a non deludere le aspettative degli adulti, soprattutto dopo un rimprovero.

«Adesso cerco di spiegartelo», rispose il nonno prendendolo per mano, la bocca piegata in un tenero sorriso. «Immagina una pianta, formata di radici, fusto, foglie e – perché no? – anche di fiori. Certamente concorderai con me nel notare che una radice è ben diversa da un fiore o da una foglia, giusto?».

Il nipote annuì, concentrato nel non inciampare scendendo dalla soffitta al giardino, gli scacchi ormai nient’altro che un lontano ricordo. «Bene. Questo accade perché le cellule, quelle microscopiche fabbriche estremamente operative di cui ti ho parlato tante volte e che compongono ogni essere vivente, sono differenti nella radice, nella foglia e nel fiore e per questo motivo funzionano in modo diverso, assolvono a compiti diversi e conferiscono caratteristiche diverse. Ora, che cosa mi risponderesti se ti dicessi che dalla cellula di una foglia è possibile che nascano radici o fusto o anche tutto il resto? Che cose tanto diverse abbiano tanti punti di contatto?».

Il bambino lo guardò stupito e ammutolito, chiedendosi come una radice bitorzoluta e un leggiadro fiore potessero avere tante cose in comune da potersi addirittura sviluppare dalla stessa cellula: per quanto ne sapeva, era come se, nell’abbigliamento di una dama, la suola delle scarpe e la perla della collana provenissero dalla medesima fabbrica.

«Ebbene, io ti dico che ciò è perfettamente possibile. È infatti quanto avviene nel meristema: una cellula meristematica è in grado di specializzarsi in una qualsiasi altra cellula della pianta, al punto da dare vita all’intero organismo, dopo essersi moltiplicata», concluse l’anziano, divertito dall’espressione dipinta sul volto del nipote.

La sua mente era infatti un turbinio di pensieri, fin troppo elaborati e profondi per un semplice bambino: non riusciva a capacitarsi del fatto che cose tanto diverse, sia nell’aspetto che nella funzionalità, potessero avere un’origine comune. Era per certi versi turbato da questa rivelazione, sia perché non ne aveva capito fino in fondo i meccanismi che la regolavano, sia perché non gli era chiara l’utilità di una scoperta che, invece, sembrava tanto entusiasmare il nonno e tutti gli uomini che venivano a trovarlo.

«E a che cosa serve sapere che da una cellula può nascere una pianta?». Ridendo, il parente gli rispose: «Piccolo curioso! Comunque, se ragioni sull’importanza di quella singola cellula “che può tutto”, su quanto dipende da essa e su quanti mutamenti si avrebbero intervenendo su di essa, riuscirai a rispondere ai tuoi quesiti, senza dover ricorrere al mio aiuto».

Ragionare. Molte volte l’aveva invitato a farlo e altrettante volte lui ci aveva provato, speranzoso di trovare da solo la soluzione e di non deludere le aspettative del nonno. Tuttavia, raramente riusciva a chiarire i propri dubbi e perlopiù finiva col chiedere a nonna Annie, sempre disposta a fornire quelle spiegazioni che il nonno dava per scontate.

Si sforzò, e stavolta riuscì a figurarsi le possibili conseguenze di un mutamento in quella minuscola cellula alla base del nuovo organismo, mutazione che avrebbe poi trasmesso a tutte le altre, modificandone funzionalità, caratteristiche o addirittura l’aspetto. Capì dunque che da quella singola unità, che avrebbe portato alla nascita di strutture tanto utili come le radici e tanto belle come i fiori, dipendeva moltissimo, giacché tutto era connesso da uno stretto legame che molti anni dopo avrebbe imparato essere di natura genetica, un legame che permeava intrinsecamente la pianta.

Provò a pensare se potesse esistere un legame del genere in tutte le altre cose, nel mondo, nell’universo. Dopotutto il merlo sull’albero in giardino, che pareva ammiccargli, e lui stesso avevano apparentemente tanti punti di contatto quanti una radice e un fiore: nessuno, eppure infiniti.