Omosessualità: tra genetica e falsi miti di Davide Lavermicocca

Bari, 13 settembre 2009

Avevo poco più di 17 anni, il nuovo anno scolastico era alle porte: tra i miei amici e tra le mie amiche non si faceva altro che parlare di sesso e io, almeno in quello, ero sempre sulla bocca di tutti: “Mario è riuscito a farsi quella!”, “Mario anche stavolta ha segnato”, “Mario ma come fai ad essere sempre così forte con le ragazze?”.
Ricordo ancora quella volta che mi feci la più bella del liceo, Francesca Landini di IV B, e il mio amico Dario, incredulo, mi disse: “Mariolì ma come hai fatto a farti una come lei? Beato te!”

Quella centralità che avevo all’interno delle loro discussioni mi ha sempre fatto piacere e il mio ego smisurato mi ha spinto ad andare sempre oltre, a tentare di fare il possibile per rientrare nelle loro discussioni e avere i giusti riconoscimenti per chi, come me, dalla mattina alla sera non fa altro che compiacersi e fare il belloccio con le ragazzine.

Loro però non sapevano, non potevano immaginare.

Loro non sapevano cosa mi stava accadendo, non potevano immaginare quella che sarebbe diventata la rivelazione più scioccante degli ultimi dieci anni, per lo meno per le vecchiette di strada Santa Teresa delle Donne, a Bari Vecchia.

Ebbene sì, il nuovo anno scolastico oltre ad aver portato una miriade di compiti in più, mi ha spinto a interrogarmi su chi realmente io fossi e in che direzione volessi andare, la filosofia mi ha aiutato molto in questo. Ho iniziato a interrogarmi sui temi più disparati: politica, sostanza, essere, sessualità. Sulla sessualità mi trovai ad affrontare il più grande interrogativo che mi si era fino ad allora presentato: io sono davvero eterosessuale?

Fino ad allora non mi era mai capitato di pormi dei dubbi sul mio orientamento sessuale, l’idea di maschio alfa che avevo di me non aveva mai ceduto di un millimetro rispetto alla possibilità di mettere in discussione me stesso. Io ero Mario Rossi, il belloccio della scuola, colui che era riuscito a far perdere la testa a Francesca Landini, non potevo cedere a inutili elucubrazioni. L’idea che potessi restare affascinato anche da una persona del mio stesso sesso aveva provocato in me una serie di reazioni che, più tardi, mi hanno portato ad affermarmi per quello che sono.

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Bari, 25 marzo 2010

La primavera è iniziata da qualche giorno e con lei gli spiriti bollenti iniziano a moltiplicarsi. Penso che questo sia il giorno che più ricorderò della mia vita: per la prima volta ho fatto degli apprezzamenti realmente sentiti nei confronti di un ragazzo, Nicolò Picci, il leader del movimento studentesco. Ho provato a dire questa cosa a qualcuno ma è come se la gente non volesse ascoltarmi, l’unica disposta a pendere dalle mie labbra è quella racchia di Miriam Spagnuolo di III C, la pettegola della scuola. Forse ho parlato proprio con lei perché, in fondo in fondo, volevo far sapere agli altri cosa mi stava accadendo.

Nel giro di pochi giorni, tutta la scuola è venuta a conoscenza di questo mio interesse per Nicolò. I miei amici più stretti, i miei professori, perfino i bidelli sono venuti a conoscenza di tutto. Questo non mi è dispiaciuto più di tanto, almeno fino a quando non si è passati agli insulti.

Probabilmente, l’insulto più brutto che mi son beccato è di quella volta in cui all’uscita da scuola quel bullo di Giacomo, da tipico militante di Blocco Studentesco, si è girato verso di me e ha detto: “Frocio di merda, non ti avvicinare che io i malati come te li schifo”.

'Malati', fu questa la parola che mi ha fatto interrogare di più e che mi ha portato a pormi questa domanda: ma essere omosessuale significa essere malato?

Fu l’interrogativo che mi portai dietro per tutta la vita, e fu quello che probabilmente mi spingerà più avanti a studiare Genetica all’Università.

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Bari, 15 novembre 2015

Sono all’ultimo anno di Genetica, la materia inizia ad appassionarmi ma io son qui per svolgere la mia ricerca. Decido di andare al mattino presto in facoltà per star tranquillo mentre inizio a fare ricerca. Mi ha sempre rilassato quella luce fioca in laboratorio e il rumore delle chiavi del custode mentre faceva le sue lunghe passeggiate nei corridoi.

Cromosoma X, regione Xq28; cromosoma 8, regione 8q12. Sarebbero annidati laggiù da qualche parte, secondo le ultime ricerche, quelli che rozzamente – ed erroneamente – sono noti come “geni dell’omosessualità”. In altre parole, caratteristiche del patrimonio genetico in qualche modo collegate a un particolare orientamento sessuale. Gli scienziati sono arrivati a questa conclusione cercando i tratti comuni nel genoma di 409 coppie di fratelli gay, dopo un’analisi durata oltre sette anni. La ricerca delle basi genetiche dell’omosessualità è una sfida scientifica iniziata moltissimi anni fa. Già nel ’93 il genetista a stelle e strisce Dean Hamer portò avanti una ricerca che aveva come scopo quello di dimostrare che all’interno di una regione del Cromosoma X, nell’Xq28, si trovasse tutta la responsabilità rispetto l’orientamento sessuale dell’individuo.

Le ricerche di Hamer furono prontamente bocciate però dai suoi colleghi, poiché riconosciute come non attendibili perché svolte su un pezzo di popolazione troppo piccolo. Qualche anno dopo, un gruppo di irriducibili portò avanti la stessa ricerca, non arrivando ai risultati sperati. I ricercatori cercarono le posizioni di marker genetici noti come polimorfismi di singolo neuclotide (o Snps), cioè differenze di una singola lettera nel codice genetico. L’unico tratto comune a tutti gli 818 uomini coinvolti nello studio era l’omosessualità. Dal momento che i fratelli non erano gemelli omozigoti, non avevano gli stessi geni, e tutti gli altri tratti, come colore dei capelli, altezza e intelligenza, variavano tra ogni fratello della coppia e tra tutte le coppie. Di conseguenza, secondo gli autori della ricerca, ogni Snps trovato nelle stesse posizioni genetiche è probabilmente associato all’orientamento sessuale. Dall’esperimento è risultato che i cinque Snps più comunemente condivisi venivano dalle regioni Xq28 e 8q12 dei cromosomi X e 8, rispettivamente. Gli stessi identificati da Hamer.

Le tecniche utilizzate però erano obsolete e ormai superate poiché non riuscivano a identificare piccole porzioni di geni ma solo dozzine di gruppi genetici. Oggi è molto più comune la cosiddetta Genome-wide association (Gwa), una tecnica che studia quanto spesso uno specifico gene è associato con un certo tratto di una popolazione.

Un’altra possibile spiegazione coinvolge invece l’epigenetica. Tutti i fenomeni, cioè, che cambiano l’espressione dei geni in modo temporaneo. Una sorta di interruttori, in sostanza – gli epimarcatori – che consentono di attivare e disattivare un gene in risposta a determinati fattori esterni, e che talvolta, ma non sempre, possono essere trasferiti da una generazione all’altra, pur non alterando la sequenza delle basi del DNA.

Io all’interno di quelle regioni di geni non ci vedevo nulla, non vedevo malformazioni, mutamenti o altro, ci vedevo solo tutto l’amore che provavo verso una persona del mio stesso sesso, e non ci vedevo nulla di strano.

Passano i giorni, e prende sempre più piede, anche tra i miei colleghi di facoltà, l’idea che noi omosessuali siamo la causa di tutti i mali, un po’ come gli ebrei per quel folle di Hitler: prima ci chiamavano mutanti, ora eravamo diventati la causa della fine della società. Si rifacevano alle teorie della selezione naturale e dell’omosessualità come antagonista dello sviluppo di una popolazione, non riuscivo a fargli entrare in testa che non c’è nulla di più naturale dell’amore verso un’altra persona.

Superata anche la questione naturale vs innaturale, quei fascisti di Azione Universitaria hanno iniziato a bullizzarmi psicologicamente dicendo che la causa della mia omosessualità era colpa di “Quella stronza di tua madre che non è riuscita a metterti in testa che sei uomo e devi stare con una donna!”. Dicevano di rifarsi ad alcune teorie riparative di due psicologi qualunque che sostenevano che la causa dell’omosessualità è individuabile nel rapporto distorto tra madre e figlio e nel rapporto compromesso avuto con il padre che porta l’omosessuale a respingere la mascolinità. Per loro, la soluzione era nel farmi perdonare da mio padre e abbandonare ogni fantasia che mi veniva sul sesso. Dannazione, quanto sono bigotti!

Non ho mai potuto credere che un uomo per sentirsi libero e affermato, sotto ogni aspetto, debba per forza rientrare in determinati canoni scientifici, genetici, psicologi. Mi hanno sempre insegnato che un uomo per affermarsi deve semplicemente inseguire i propri sogni, riuscire ad autodeterminarsi.

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Bari, 18 gennaio 2016

Ormai ho 23 anni passati, gli insulti da parte dei soliti noti continuano a cascata ma ormai me ne sono fatto una ragione. In tutte le tv impazza la notizia di una possibile legge che riguarda noi omosessuali, il cosiddetto DDL Cirinnà. La proposta, avanzata da una senatrice del PD, riguardava la regolamentazione delle unioni civili fra omosessuali e la possibilità di adottare il figlio del/lla compagno/a (Stepchild Adoption). Io non so come pormi rispetto a questa legge: mi sono sempre interessato di politica, da ragazzino frequentavo pure un collettivo comunista, ma questa proposta mi sembrava più che altro un dare agli omosessuali quello che già dovrebbe essergli riconosciuto, ovvero diritti. A ogni modo, mi poteva pure andare bene.

Saputa la notizia della discussione in Parlamento di questa proposta, qui in città iniziarono a moltiplicarsi le iniziative pro e contro il DDL Cirinnà. I giornali sembravano impazziti: parlavano solo ed esclusivamente di questo, alcuni scrivevano anche degli articoli interessanti. BariToday, una testata locale, mi chiamò, in qualità di genetista, per rispondere scientificamente ad alcune dichiarazioni del capo tribù di alcuni neofascistelli della zona. A parer loro, “gli omosessuali vanno emarginati poiché sono dei malati che mettono a rischio l’incolumità degli eterosessuali promuovendo la loro cultura distorta e antifamilistica”.

Io risposi semplicemente affermando che gli omosessuali non vanno in giro a fare i venditori porta a porta di idee distorte e, pubblicando i risultati delle mie ricerche, non avevo bisogno di altre argomentazioni, riuscii a dimostrare l’inesistenza di un gene che determinasse l’orientamento sessuale e che l’idea del “cromosoma X, regione Xq28; cromosoma 8, regione 8q12” era un’enorme bufala. Ai giornali sembrava bastare.

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Bari, 25 febbraio 2016

Il Cirinnà è passato, ma completamente snaturato e profondamente modificato, i pentastellati non sono riusciti a prender posizione e si sono astenuti, la Lega salviniana continua a dire che noi omosessuali vogliamo solo entrare nelle menti dei bambini promuovendo la fantomatica teoria Gender.

Al di là delle ricerche, al di là di tutto, penso che l’unica cosa che vorrei è l’essere riconosciuto come uguale agli altri. Vorrei solo essere investito da quell’uguaglianza che non appiattisce ma esalta le differenze, vorrei solo poter girare in giro con la mia famiglia senza aver qualcuno che possa prendermi in giro per quello che sono. Vorrei solo che mio figlio, andando a scuola, non debba essere vessato ogni giorno da quei bulli che mi hanno reso la vita un inferno. Per far questo, ho avuto bisogno delle mie ricerche, utili solo a far tacere per sempre quei soliti noti che strumentalizzano il mio amore per farsi campagna elettorale. Nei miei cromosomi non c’è nulla di diverso rispetto a quello del mio compagno di stanza, Giacomo, eppure lui non viene sfottuto ogni santo giorno. Il mio Paese forse non è pronto a questo cambiamento culturale, o forse sì. Il 23 gennaio qualcosa avrà mosso, io ci credo ancora, le mie ricerche aspettano ancora di essere ascoltate veramente.