Le infra-interrogazioni di Silvano Sorino

Per Alice, le giornate erano ognuna la fotocopia sempre più sbiadita di quella precedente, e così sarebbe stato, nella sua testa ottusa, fin quando non fosse finito l'inchiostro e un altro anno scolastico non avesse raggiunto il suo termine.

Il mercoledì, nell'aula al piano terra, proprio vicino a un trafficatissimo incrocio stradale, era il giorno che Alice detestava più di tutti, perché alla quarta ora, nonostante ci fosse la sua materia preferita – filosofia –, a ogni interrogazione col professor Magno, lei prendeva un vergognoso quattro.

Non che Alice non studiasse o non conoscesse di suo Aristotele, Kant, Nietzsche e tutta la cricca di filosofi greci o tedeschi, no, lei studiava con passione i loro testi, eppure a ogni interrogazione la stessa storia: sudori freddi, palpitazioni, ansia ed emicrania improvvise, e così si bloccava e a ogni domanda del professor Magno, rispondeva farfugliando come se avesse avuto un calzino sporco del suo fratello maggiore conficcato in gola.

I continui fallimenti della pensatrice in erba la portarono a credere che la causa di tutto fosse lei stessa e questo generava una scarsissima autostima (ammesso che quella di una normale ragazzina di sedici anni, non fosse già bassa di per sé…).

Un mercoledì di marzo, solita quarta ora, una volta chiamata alla lavagna, alla vista della grande lastra di pietra nera, Alice si sentiva più sicura di sé. Ma dopo una domanda facilissima – la teoria cosmologica di Aristotele – e una folata di vento che spalancava le finestre, ecco di nuovo la confusione: il tuono silenzioso provocato dalle auto giù in strada le entrava nelle ossa, le avvinghiava il cuore e occludeva la sua gola. Anche questa volta: un pietoso fallimento.

Tra le lacrime, le settimane trascorrevano, come le vetture sotto la dannata finestra accanto al banco, fin quando la rottura di un termosifone e la conseguente perdita d'acqua, agli inizi di maggio, costrinsero lei e la sua classe a cambiare aula.

Da quel giorno, in un’aula che affacciava sul cortile interno, le interrogazioni del professor Magno andarono alla grande: niente più strane sensazioni, subdole percezioni, blocchi. L’autostima ebbe un’impennata, così come la media nella materia.

Ai primi di giugno, in una ripetizione generale del programma di fisica, nel generale bivaccamento che colpisce a fine anno gli studenti come il torpore postprandiale delle domeniche al Sud, Alice fu colpita dalla voce della professoressa che spiegava gli infrasuoni – quei suoni impercepibili, inferiori alla frequenza dei 20 Hz – e i sintomi che essi potevano produrre su alcuni soggetti, gli stessi sintomi che lei accusava ogni mercoledì durante l'ora di filosofia prima del fortuito cambio d’aula. Soggezione, panico e mal di testa erano sensazioni a lei ben note, ormai.

Attonita, Alice, una volta appreso che anche il rumore dei motori e il traffico stradale, la musica futurista della città, possono generare infrasuoni, iniziò a domandarsi fino a che punto la fisica del suono avesse condizionato la sua vita e quanto ancora lo avrebbe fatto in futuro.

L'anno seguente, Alice continuò a prendere buoni voti in filosofia, ma ormai si era innamorata perdutamente della fisica e, grazie ad essa, lezione dopo lezione, la sua autostima, come un suono nella gamma dell’udibile, tornò a farsi a sentire.