Le coordinate dei sogni di Leonardo Cazzorla

Viterbo, 06-12-2009

Mi trovo qui anche questa mattina purtroppo, relegato in questo inferno di telefoni, monitor e tariffe nel quale sono costretto a trascorrere le mie giornate per guadagnarmi da vivere. Già, in questo grigio e noiosissimo call center per lo meno mi ci guadagno da vivere, anche se a volte penso che sia più gradevole il letto di morte che la sedia girevole rivestita in pelle dalla quale ogni giorno, da ben quattro anni e sette mesi, le mie orecchie danno il via libera a migliaia di numeri che la mia mente rifiuta senza un attimo di esitazione. Non che non ami i numeri, per carità; i numeri sono sempre stati il mio forte; fin da bambino, infatti, mentre i miei compagni imparavano a svolgere le addizioni io scoprivo da solo le divisioni. Ho seguito e coltivato la mia passione per la matematica fino alle scuole superiori e il mio sogno era quello di diventare un insegnante; il problema è che ci sono più insegnanti di matematica in Italia che cifre decimali nel π e iscrivermi alla facoltà di matematica sarebbe un salto nell’oceano alla ricerca di una zattera su cui atterrare. Sostanzialmente potrei dire che la mia vita corrisponde a una proporzione: io sto ai miei sogni come una retta sta a una sua parallela. Dannazione! Sto ancora fantasticando in termini matematici, dovrei smetterla e mettermi a lavorare o per lo meno a fare qualcosa che renda meno noiose e interminabili queste otto ore di servizio.

Vado a curiosare nei registri dei clienti, magari faccio qualche telefonata mentre aspetto la pausa pranzo.

GIUSTIZIERI LUIGI ANTONIO
Via Nenni n°27, Viterbo

Il mio professore di matematica del Liceo aveva lo stesso nome, ma non può essere lui, sarà di sicuro un omonimo, quel vecchio antipatico sarà sicuramente morto da qualche anno. Meglio non perdere tempo, torno a lavoro.

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Viterbo, 07-12-2009

“Giustizieri Luigi Antonio”. Questo nome non mi esce più dalla testa: la curiosità di scoprire se l’uomo al quale non ho mai visto fare un sorriso è ancora vivo è infinita come il numero di rette contenute in un piano. Devo assolutamente andare a vedere se quell’indirizzo corrisponde alla sua abitazione. Salgo in macchina e parto. Non è molto distante da casa mia: arrivo in circa cinque minuti. Vedo il suo nome sul citofono e suono. Una voce dal tono grave e probabilmente irritato mi risponde; il cancello si apre. Salgo le scale, arrivo alla porta, ad attendermi c’è un uomo oltre la settantina, poco più alto di un metro e sessanta, con una folta capigliatura argentea, nonostante l’età. Non ho più dubbi: è lui.

"Professor Giustizieri! Come sta? Non mi riconosce? Sono Francesco Gravante, Liceo Redi, anno scolastico ‘98/’99. Si ricorda? Ero l’unico a seguire le sue spiegazioni: le parabole, le circonferenze, i grafici, le funzioni, le rette; mi ha illuminato su ogni ente matematico rendendo ogni equazione simile a una poesia!"

Egli rimane impassibile, come se non avesse nessuno di fronte, mi fa entrare, tuttavia, senza dire una parola. Ci sediamo su due poltrone vecchie e rovinate e io inizio a raccontargli la mia storia. Mentre parlo mi accorgo che non mi guarda negli occhi, sembra che la sua anima stia bruciando assieme al suo sigaro quasi consumato. Alza la testa, c’è un silenzio imbarazzante, seguito da uno scambio di sguardi più vuoti di un denominatore uguale a zero. Mi alzo per andare via, mi volto e sento la sua voce, forte e autorevole come un tempo : "Devi pensare alla vita come a una parabola con concavità verso il basso: c’è una fase di ascesa fino ad arrivare al vertice, il punto di ordinata maggiore, poi è tutto in discesa. I sogni sono, invece, come una retta: non hanno né un inizio né una fine, ma sono formati da infiniti punti. Ora immagina che la retta sia tangente alla parabola nel vertice: sta a te trovare le coordinate del vertice, in modo da poter risalire all’equazione della retta. Dipende solo da te. Ma ricorda che superato il vertice sei in discesa, la retta è sempre più lontana".

Lo ringrazio e vado via. Mi rimane una sensazione di vuoto… non è stata una vera conversazione, ma mi ha lasciato ciò che mi serviva.

Ora che ho la traccia del problema, passo allo svolgimento.