Dove non fa mai buio di Emanuele Primavera

Come è possibile che il cielo notturno sia buio nonostante l’infinità di stelle presenti nell’universo?
Wilhem Olbers

 

La luce del cielo illuminava tutto. Per le strade non un’anima, tutti preferivano restare chiusi in casa dove si stava all’ombra nonostante la temperatura fosse più alta. Il terreno del cortile di Guglielmo¹ era secco. Aridi erano i fiori che provava a coltivare, morti e fragili gli alberi che un tempo, forse, furono verdi. Un alito di vento portava con sé il cinguettìo degli uccellini che cercavano riparo dall’arsura: nel giardino, una vasca in marmo riempita solo per metà d’acqua piovana non bastava a rifocillarli tutti. Guglielmo era in cantina: sotto la superficie, pensava, sarebbe stato più fresco. Nonostante ciò l’afa era insopportabile e il pensiero di salir le scale per prendere un po’ d’acqua era un miraggio: meravigliosa l’idea di acqua fresca; distruttivo pensare di dover camminare, sudare, soffrire al piano di sopra. Ma finita l’acqua in cantina, non sarebbe potuto morire disidratato: salì. In cucina, la luce che entrava da ogni finestra era accecante e l’afa insopportabile. Fece più in fretta che poté e corse di nuovo giù per le scale.

Sul suo letto, alla frescura del sottosuolo, Guglielmo pensava. Ci sarebbe dovuta essere una soluzione.
Nella testa: “Dio vide che la luce era cosa buona e la separò dalle tenebre. E Dio chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina”.
Ricordò quando chiese al padre: “Padre, tu ci leggi di Dio, tu parli di Dio. E Dio parla di luce, tenebre, giorno, notte. Cosa significa? Perché Dio vuole soffriamo questo caldo?”. La risposta, sempre la stessa: “Guglielmo, Dio ha deciso così. Il creato è immenso, l’opera di Dio infinita e senza tempo. Dio ha voluto così”.

Suo padre morì, Guglielmo crebbe e con lui la sua curiosità e la sua voglia di osservare il cielo. In cantina, ripensando a quelle parole, si disse che forse qualcosa di sbagliato c’era. Camminava instancabilmente, sudava e pensava.
“Il creato è infinito”, “Giorno e Notte”.
Arrivò alla conclusione che le soluzioni a questo grattacapo sarebbero potute essere due e due sole: o l’universo, il creato, non era realmente infinito, o la notte era una bugia. Ma Guglielmo non voleva crederci e ci ragionava su. Come avrebbe potuto, la notte, come avrebbero potuto le tenebre non esistere? La natura, quel meccanismo perfetto, avrebbe mai creato qualcosa destinato a non avere le possibilità di sopravvivere? Dove c’era luce, faceva caldo. Non si riusciva a vivere alla luce. Nella sua cantina, poi, le tenebre c’erano, l’ombra esisteva. Sarebbe dovuta esistere anche la notte. Pensava. ‘Le stelle emettono luce’. Se l’universo fosse realmente infinito, allora il firmamento, il cielo, sarebbe sempre illuminato, ci sarebbe sempre luce: non ci sarebbero le tenebre, come difatti era. Ma allora, pensava, forse l’universo non è infinito. Forse siamo noi a crederlo tale. Forse la nostra è solo una convinzione, forse non ci siamo mai spinti oltre. Ecco, forse è così. Impauriti dalla luce non abbiamo mai guardato il cielo, ma cosa scopriremmo se lo facessimo? Corse su per le scale della cantina veloce verso la soffitta e spolverò il suo telescopio. Tentennò per un attimo, prima di guardare il cielo, impaurito dalla possibilità di rimanere accecato da tutta quella luce, ma quando finalmente trovò il coraggio, quello che vide fu meraviglioso. Un firmamento oscuro, nero, illuminato da un incredibile numero di piccoli puntini bianchi.

Guglielmo pensava, pensava, pensava.

Passò il tempo e nella città di Guglielmo ci fu un incontro di tutta la popolazione per decidere il da farsi: l’acqua iniziava a scarseggiare perché l’aumento della temperatura prosciugava le riserve, gli animali diminuivano, le piante morivano. Le proposte non tardavano ad arrivare, ognuno voleva dire la sua: “Dovremmo scappare tutti, andare sottoterra, fa fresco, lì”, “Sarebbe meglio usare tutta la nostra acqua per un bosco, un bosco enorme, che facesse ombra per tutti”.

Guglielmo provò allora anche lui a dire la sua: “Signori, le vostre proposte sono lodevoli, ma vorrei provare anch'io a dare una mano. Mio padre², come tutti sapere, era il Pastore. Egli mi ha insegnato, come ha insegnato a tutti, che l’universo è infinito, che le opere di Dio sono immense. Ma signori, Dio parla di tenebre, di luce: dove sono le tenebre? Io credo, perdonatemi, che forse stiamo sbagliando a interpretare. La scienza, signori, è la luce. La scienza farà luce. Sfido chiunque di voi ad aver mai provato a guardare il cielo”.
Il silenzio velò lo stanzone e Guglielmo continuò: “Signori, certo che non avete mai provato, la luce vi avrebbe accecati, o sbaglio? Credo che per crescere, cambiare, trovare soluzioni, si debbano mettere in discussione le idee che avevamo prima, le nostre basi, guardare la tesi di partenza con occhi diversi. Io ho rischiato, datemi del pazzo, ma il cielo l’ho guardato. Il Dio del quale amate le parole parla di una volta celeste, vi siete mai chiesti perché? Io, signori, ho visto l’azzurro del cielo, il blu della notte. Ho visto la luce vera, che solo nell’oscurità, nelle tenebre, spicca. Ho messo in discussione mio padre, i suoi insegnamenti e che dal luogo dove si trova ora possa non maledirmi, ma signori, ho trovato la soluzione! Noi vediamo la luce, ci credo che vediamo la luce, ci credo che la nostra acqua finisce, credo che i nostri animali e le nostre piante muoiono. Ma avete mai provato, tutti voi, a vedere la luce che viene dal cielo con occhi diversi? Signori, io dico, in questa sede, e sempre sosterrò, che il vostro ‘universo infinito’ in realtà non è poi così infinito. Perché sì, se lo fosse, allora le stelle formerebbero per noi come un involucro e in ogni punto, guardando il cielo, troveremmo sorgenti si luce. Ma io il cielo l’ho guardato, e come spiegate che di stelle infinite non se ne trovino? Sarà paradossale, ma se tutti guardassimo il cielo, ci renderemmo conto che è così. L’universo è finito e azzarderei dire che non è sempre esistito, ma che può avere avuto un inizio, benché non saprei dirvi null’altro. Una cosa la reputo certa: abbiamo sempre creduto male. Tutta questa luce e siamo sempre stati ciechi. Tutti questi strumenti e mai siamo stati capaci di comprenderne e sfruttarne le potenzialità. Vi invito, signori, a venire a casa mia per guardare col telescopio. Se quello che vedrete accecherà anche uno solo di voi, potrete imprigionarmi, uccidermi, o far di me quello che volete. Ma se, al contrario, avrò ragione io, allora tutti saremo in grado di guardare l’universo sotto una diversa luce. Vi aspetto”.

Guglielmo, nel silenzio dei presenti, si allontanò. Tornò a casa sua, dove nei giorni successivi aspettò che la folla arrivasse.

Dopo qualche tempo iniziarono ad arrivare i primi che ‘in fondo tentare non costava nulla’ siccome erano vecchi. Il primo guardò e rimase senza parole. Quanta bellezza! Levò lo sguardo e cieco non era, al contrario, credette d’esserlo stato fino a quel momento. Il secondo, il terzo, la folla crebbe. E ognuno che guardava, un punto, nel cielo, si spegneva. Luce fu fatta³.

 

1. Guglielmo, nome italianizzato di Wilhelm Olbers, (1758-1840). Fu un medico e astronomo tedesco. Famoso su tutto, per aver enunciato il paradosso che prende il suo nome.

2. Johann Georg, padre di Wilhelm, fu un Pastore e predicatore protestante. I protestanti credevano ancora alla Bibbia non solo come verità di Fede, ma anche scientifica. Da questa credenza, i dubbi coi quali doveva convivere Guglielmo, e l’innovazione del suo pensiero.

3. La soluzione reale del paradosso proposto da Guglielmo non venne trovata fino alla prima metà del 1900, quando consci che la luce avesse una velocità costate, si è giunti a capire che addirittura l’universo si espande ad una velocità maggiore di quella della luce, condizione grazie alla quale il paradosso non potrebbe mai realizzarsi. Si comprese, inoltre, che Guglielmo aveva ulteriormente ragione e che l’universo ha avuto un inizio, che il paradosso stesso certifica, conosciuto come Big Bang.