a²+b²=c² di Federica Rocco

Non so di nessun altro uomo che abbia avuto altrettanta influenza nella sfera del pensiero.
Bertrand Russell

 

È tardi. Mamma mia, come è tardi. Bisogna che mi metta a dormire. Bisogna che recuperi almeno qualche ora di sonno. Bisogna... Già, come se fosse facile! Sono un po’ preoccupata: domani c’è una verifica di matematica. Per imprimerli meglio nella mente, provo a concentrarmi in un rapido ripasso degli argomenti trattati a scuola che, in questo preciso istante, mi stanno passando nella testa senza soluzione di continuità: massimo comune divisore e minimo comune multiplo, insiemi, potenze, frazioni, numeri razionali e… No, basta così, i vari temi si mescolano tra loro, confondendomi e il mio cervello sta producendo una specie di "marmellata scientifica". Beh, meglio tentare di dormire; solo un ultimo, rapidissimo ripasso. Insiemi, potenze, frazioni, numeri razionali e tutti gli argomenti trattati nell’anno in corso si appartano, si defilano, si eclissano per far posto al… Teorema di Pitagora! Meccanicamente mi ritrovo a ricordarne l’enunciato: "In ogni triangolo rettangolo, il quadrato costruito sull'ipotenusa è sempre equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti". Poi, persino le formule:
"Dato un triangolo rettangolo i cui lati sono a, b e c, indicando con c la sua ipotenusa e con a e b i suoi cateti, il teorema è espresso dall'equazione":
a²+b²=c²
o, in alternativa, risolvendolo per c:
√a²+b²=c
Da cui si ricavano i rispettivi cateti:
√c²-b²=a
√c²-a²=b
Se la terna a, b, c è costituita da numeri interi si chiama terna pitagorica".

Improvvisamente mi ronza nella testa quella frase di Walter Valdi: "Chi va in giro a costruire quadrati sull'ipotenusa?". Sospetto sia stato il pensiero di ogni singolo studente, almeno una volta nella vita. Va bene, ora dormo, giuro. È che proprio non riesco. Ho spento la luce, mi sono rannicchiata sotto le coperte ma il sonno non arriva, forse Morfeo ha preso una notte di ferie. Ecco, lo sapevo, inizio pure a vaneggiare: ho le visioni. Mi sembra di scorgere una forte luce che filtra tra le fessure della tapparella. Chiudo gli occhi, conto mentalmente: tra un secondo li riapro e sarà buio come sempre. Fatto. No, la forte luce è sempre là, devo andare a controllare: mi avvicino alla finestra, la apro e tiro su la tapparella. Un’intensissima scia m’investe, particelle luminescenti si irradiano nella stanza. È un attimo: sono ammaliata, abbacinata, travolta. Incredula, guardo la creatura che mi sta di fronte. Da quella scia è andata prendendo forma un’immagine via via sempre più nitida; i contorni, prima tenui, sfumati, evanescenti, sono diventati, come per incanto, netti, definiti, precisi: davanti a me c’è Pitagora, beh, insomma, lo spirito di Pitagora e me lo conferma lui stesso:

“Oh soave fanciulla, sono Pitagora”.

Sorpresa, stupore, sconcerto mi assalgono; in questo momento valanghe di pensieri affollano la mia mente. Guardo quest’eterea creatura e sono sbalordita, strabiliata, stupefatta.

“Ah, leggiadra giovinetta, quante volte sorrido pensando alla perplessità di generazioni e generazioni di studenti riguardo al teorema che porta il mio nome, magari si chiedono chi va in giro a costruire quadrati sull'ipotenusa, eh? Al di là del persiflage, è importante sapere che quel teorema trova larghe applicazioni pratiche nei più svariati campi, a partire dall’ingegneria e dall’elettronica sino alla topografia e all'agrimensura”.

Disorientata, attonita, esterrefatta, realizzo di essere al cospetto di un personaggio del cui pensiero indubitabilmente è debitrice l’intera civiltà, incalcolabile il patrimonio culturale che ha lasciato. Repentinamente ricordo le parole di Bertrand Russell a lui riferite: "Non so di nessun altro uomo che abbia avuto altrettanta influenza nella sfera del pensiero". Inoltre, in un angolino decentrato della mia testa, comincia ad affiorare – prima vaga, poi via via sempre più consistente e definita – una reminiscenza: pare che l’enunciato del teorema di Pitagora fosse noto anche a civiltà precedenti. Beh, poco male, resta il fatto che ho davanti lo spirito di Pitagora: filosofo, matematico, scienziato, politico, musicologo, taumaturgo, astronomo e fondatore della scuola a lui intitolata.

Il sommo Maestro riprende a parlare: “O rosa fresca aulentissima, vorrei invitarti a una riflessione; quella frase, 'chi va in giro a costruire quadrati sull'ipotenusa', che è stata pronunciata da chissà quanti studenti, presta il fianco a una serie di considerazioni interessanti. A un’analisi superficiale, quel teorema potrebbe apparire all’allievo una speculazione matematica fine a se stessa, tuttavia, non è così. Allo stesso modo, nella valutazione del reale è opportuno superare l’apparenza, la superficie; riuscire a guardare oltre, sviluppando un pensiero autonomo, svincolato da pregiudizi e mistificazioni”.

La meraviglia non accenna a diminuire: ancora non posso credere che stia accadendo, che stia accadendo proprio a me; lo guardo affascinata. Che notte speciale, unica! Sono avvinta ed emozionata dalle sue parole.

Pitagora continua a dissertare: “Scorgo nella tua libreria una moltitudine assortita e variegata di testi ed enormemente me ne rallegro, un’ampia gamma di nobili discipline… Letteratura, matematica, geometria, chimica, oltre a tanti libri di poesia: scienze umane e scienze esatte. Sai, letteratura e scienza sono ambiti della creazione umana e della conoscenza che, a un’analisi di primo livello, possono apparire separati e divergenti e che, invece, andando oltre la superficie, ponendo maggiore attenzione, presentano marcati punti di contatto. Inoltre, bisogna tenere presente che scienze umane e scienze esatte sono indicatori fondamentali del grado di sviluppo di una società. La scienza è un’attività intellettuale i cui risultati si ripercuotono in tutti i settori, è parte della cultura: da Dante, non solo nella Commedia ma anche nel Convivio – il glorioso banchetto di scienza e sapienza – sino a Italo Calvino e all’indimenticato e indimenticabile Umberto Eco (venuto da poco tempo a raggiungermi lì, nel luogo privilegiato dove risiedo). Non a caso ho citato questi ultimi due autori: negli anni Sessanta, Calvino scriveva a Eco di voler elaborare un manifesto 'per una letteratura cosmica', interessandosi alla scienza per capire 'il nostro inserimento nel mondo' e avvertendo l’esigenza di analizzare le immagini prodotte dall’indagine scientifica e il linguaggio adoperato per produrle”.

Soppeso ogni singola parola del Maestro… Lì, nel luogo privilegiato dove risiedo? Dove sarà mai? Che sarà mai? Una specie di paradiso laico per eletti spiriti, elevate anime, inarrivabili intelletti? Non ho l’ardire di chiedere, però considero che si è riferito a indirizzi intellettuali riconducibili a secoli diversi: è evidente che, da , ha, come dire, visto, osservato, analizzato secoli e secoli di pensiero, seguendo l’intero cammino dell’uomo fino a oggi; da , ha conosciuto l’intera storia della cultura mondiale!

Chiedo: “Maestro, se ho ben inteso, secondo questa logica di dinamico equilibrio, di relazione comparata tra scienze umane e scienze esatte, un intellettuale può considerare se stesso un uomo di scienza, uno scrittore, trarne ispirazione e uno scienziato, un matematico possono leggere una formula come se si trattasse di una poesia? La letteratura può essere scienza e, in linea di massima e con le dovute approssimazioni, la matematica perfino poetica?”.

“Ti dirò di più: il riconoscimento del legame tra scienze umane e scienze esatte può essere considerato come una delle più notevoli trasformazioni degli orientamenti culturali contemporanei. La principale domanda della filosofia – perché? – non è forse analoga a quella della scienza? La filologia non è la scienza della ricostruzione critica di un testo, la restituzione alla sua forma autentica? La teoria della letteratura, la critica letteraria, la linguistica, la narratologia non hanno un rigore scientifico? Come insegna Calvino: "La scienza si trova di fronte a problemi non dissimili da quelli della letteratura: costruisce modelli del mondo continuamente messi in crisi, alterna metodo induttivo e deduttivo e deve stare sempre attenta a non scambiare per leggi obiettive le proprie convinzioni linguistiche…".

All’improvviso, sono travolta da un bagliore che, evanescente, affievolisce in maniera progressiva. In un tempo indefinito e indefinibile, potrebbe essere un secondo o un secolo, mi ritrovo di nuovo sola nella stanza. Mi alzo di scatto dal letto, la sveglia gracchia che sono le sei e mezza del mattino: era un sogno, dunque! Provo una sensazione particolare, l’immaginario e immaginifico colloquio con lo spirito magno mi ha giovato: le sue parole mi hanno emozionata nel profondo. Desidero assimilare la molteplicità di significati veicolata dal suo messaggio. Di colpo, anche la preoccupazione per la verifica di matematica mi appare più tenue: sfocata, stemperata e sfumata. In fondo, posso sempre leggere le formule come se fossero poesie.