Un legame di Arianna Tinari

E stesi nella valle noi sentiamo
Che la terra è nubile e trabocca di sangue;
Che il suo seno immenso, gonfiato da un’anima,
É amore come dio, è carne come donna,
E in sé racchiude, pregno di raggi e linfa,
Il vasto brulicare di tutti gli embrioni!
E tutto cresce, e tutto sorge!
-Venere, oh dea!
Arthur Rimbaud, Credo in Unam

Un uomo sulla settantina fumava il suo sigaro oziosamente, fissando l’imponente libreria in legno di ciliegio che occupava quasi due pareti del piccolo studio in cui passava ormai metà di ciò che era rimasto della sua vita. Si era rinchiuso lì dentro tentando di proteggersi nell’unico luogo in cui la moglie profondamente amata, morta ormai da mesi, non era solita entrare. Ma, nonostante i suoi tentativi di eliminare da quella stanza ogni traccia di lei, il suo profumo, penetrato attraverso gli spifferi dei ricordi, era rimasto impregnato nel legno di quella libreria che adesso lo fissava maliziosamente. Contemplando i numerosi scaffali colmi di libri dalle copertine attraenti, seguendo il profilo minuziosamente ornato di ogni volume, a un tratto le sue dita esitarono su un piccolo libricino rosso, così diverso dai suoi vicini, per poi estrarlo incuriosite. Non lo avevano mai visto prima. Probabilmente quel libro era sfuggito al loro sguardo, nonostante si posasse spesso sulla collezione. Anzi, quel diario, come apprese dopo averlo aperto. Ma a coglierlo di sorpresa fu il fatto di riconoscere nella scrittura piccola e caotica proprio quella della moglie. “Cosa interessante”, pensò, “Mary entrava raramente qui. Giusto per prendere libri di arte sul Rinascimento italiano, o di filosofia, non di certo per i miei noiosi libri «di scienza», come li chiamava lei”. Si sistemò comodo sulla stanca poltrona, accese un nuovo sigaro e, preso dalla curiosità, cominciò a leggere, ignaro del fatto che quelle pagine avrebbero segnato gli ultimi mesi di vita che ormai gli rimanevano.

18 marzo 1916

Provo ad osservare socchiudendo gli occhi. Come quando ci si concentra sul loro suono le parole perdono di significato, così io confondo linee e forme. Quello che vedo ora è solo una cornice scura che racchiude tanta luce rumorosa. La luce tenta invano di espandersi, io so che non vincerà mai sull’oscurità. Splende tutto il mare mentre la dea avanza, leggera, fluttuando lungo la superficie piatta appena increspata dalle onde, nuda e distante, splendente come una statua appartenente ad altre epoche, sospinta dolcemente dal tiepido soffio del vento di ponente. Lascivo, Zefiro di rugiada bagna il prato, ovunque vola veste la campagna di rose e fiori. Zefiro è intrecciato ad Aura, la brezza marina. Le vesti leggere, che volteggiano intorno ai loro corpi incastrati, lasciano intuire i loro contorni. Sfidano la gravità e rimangono a mezz’aria, investiti da una pioggia di fiori rosa. Al loro passaggio sbocciano gigli e rose; il loro è un soffio fecondante, tiepido alito liberato dalla prigionia dell’inverno. Il loro è il soffio della passione. E i lunghi capelli dorati della candida dea ondeggiano grazie a questo loro, unico, respiro.

19 marzo 1916

Osservo alla sua sinistra una delle Ore, la ninfa Flora, in punta di piedi, cospargere la via di squisiti colori e odori, in una Natura in cui l’inverno non osa entrare. E’ avvolta in un’abbondante tunica bianca, stretta da una cintura di rose all’altezza del petto, il collo in una collana di foglie, circondata da lunghi capelli castani che fuggono dalla grossa treccia. Ha in mano un drappo, trapuntato di disegni di piccoli fiori bianchi, simili a margherite.

Si appresta ad accogliere la dea, a porgere il velo a colei che quella mattina di primavera sta per emergere da quel greco mare, sta per nascere dalle gocce di sangue di Urano evirato. Uniche vesti della dea sono i capelli d’oro, sparsi intorno al viso. Dai rami scende una pioggia di fiori, e al suo arrivo un’ignota violetta spunta ai piedi dei cipressi, e d’improvviso molte purpuree rose diventano candide. Pronta per essere ricoperta dalla Natura, Venere sorta dall’acqua, riflette in essa la sua purezza.

20 marzo 1916

Ieri non ho potuto scrivere. La mattina Gilbert non ha aperto lo studio perché è andato in laboratorio alle prime luci dell’alba. Il collega aveva trovato un punto di svolta nel loro studio, e l’aveva mandato a chiamare. E così non ho potuto consultare il libro e, soprattutto, gli appunti di mio marito.

21 marzo 1916

Contemplo le sempreverdi chiome che mai la fresca neve imbianca, il rosso sfuocato del drappo di Flora, l’oro luminoso dei capelli di Venere, il verde acqua del mare piatto.

Il mio sguardo si ferma sui venti intrecciati e volteggianti e assaggio la lacrima salata che mi scivola sul volto. Zefiro ed Aura sono perfettamente combacianti, complementari; uniti nell’ultimo, disperato tentativo di ricomporre l’antica sfera lacerata dalla paura di un dio. E come gli atomi si sposano tra loro, così gli uomini, come fondamentali ingredienti di un esperimento nelle mani di un abile (e un po’ folle) chimico, attraverso il legame interatomico più forte, l’amore. Si incastrano, perché è la loro necessità, il loro bisogno, è il loro innato desiderio di stabilità. La verità è che gli elementi chimici raramente esistono come atomi isolati. E ciò che li spinge a legarsi è la ricerca di quella configurazione elettronica stabile e perfetta che è l’ottetto quantico. Così gli uomini, se soli, sono incompleti; la loro armonia interiore si raggiunge soltanto nell’unione con l’altro, soltanto nel realizzare il desiderio di ricomporre l’ancestrale unità, stabile e perfetta. Solo così la natura umana, spezzata e ridotta in frantumi, potrà guarire la sua ferita.

22 marzo 1916

Oggi ho trovato nuovi appunti di Gilbert riguardanti i suoi studi sui legami chimici. Devono essere sicuramente frutto degli ultimi giorni di intenso lavoro. La sua teoria sul modello atomico, su cui lavora ormai da quasi quindici anni, nel quale gli elettroni abitano gli otto vertici di un cubo, lo ha portato ad elaborare l’idea di un legame interatomico con coppie di elettroni condivisi. Leggo le righe con cui gli appunti si concludono: “Ritengo che la teoria del legame covalente per l’atomo di idrogeno possa essere valida e generalizzabile al resto degli atomi. La coppia di elettroni è perfettamente condivisa solo nei casi di molecole formate da atomi uguali, mentre per molecole formate da atomi diversi risulta spostata su uno dei due, come ad esempio nella molecola dell’acqua, determinando polarità nelle molecole”. Mentre realizzo la maestosità di tale scoperta, che, secondo Gilbert, “soppianta la precedente concezione, secondo la quale il legame è considerato un’attrazione di natura elettrostatica tra ioni formati in seguito al passaggio di elettroni da un atomo all’altro”, i miei occhi si imbattono nella pagina del libro lasciato aperto sulla scrivania e mi soffermo pensierosa sull’immagine del dipinto. Il mio sguardo si perde tra le onde del mare, specchio che distorce la mia immagine, abisso che misura la mia profondità. Per un attimo il rumore di questo lamento indomabile e selvaggio mi distrae dal battito stanco e annoiato del mio cuore. Tuffo la mia identità in frantumi in quel mare che solo può rispecchiare la natura umana a lui affine. Contemplo l’idrogeno tacere nel mare, l’ossigeno dormire al suo fianco. Osservo entusiasta la distesa di acqua cristallina che ride all’apparire della dea e che, nonostante si infranga in mille pezzi, in mille molecole, contro la riva sabbiosa, rimane se stessa e torna sui suoi passi, e capisco che questa è la chiave.

23 marzo 1916

Venere sorge dall’acqua. Sostanza in cui è presente lo stesso desiderio di compiutezza che alimenta e tormenta l’animo umano. Nella formazione della sua molecola gli atomi di ossigeno e idrogeno, legandosi, raggiungono uno stato associato a un minore contenuto di energia potenziale. Allo stato di minima energia corrisponde la massima stabilità elettronica. Cosi gli atomi si accorgono che in realtà la soluzione più semplice e, in termini energetici, la più conveniente, è quella di condividere i propri elettroni. Perché infatti, secondo una legge fondamentale di Natura, due atomi tendono ad unirsi spontaneamente per realizzare la condizione di minimo contenuto energetico; un legame che è, quindi, conveniente e necessario. Come il legame che, nascendo dall’attrazione fisica, combina tra loro ciò che rimane dalla ferita inferta dal dio geloso, i frammenti dell’essere umano primigenio. E perciò ciascuno dei due atomi di idrogeno mette in comune il proprio solitario elettrone con uno dei due rimasti soli dell’ossigeno. Ed è così che gli uomini, consapevoli di aver terribilmente bisogno della parte mancante, trovano un senso soltanto in quell’alchimia chimica, in quella sorgente di vita, realizzata nella sua dimensione e fine a se stessa. Desiderando null’altro se non di fondersi in un solo essere, essi si combinano attraverso l’amore.

Arrivato alla fine del diario, lo chiuse di colpo sospirando. Si fermò a fissare la sua libreria e l’immensità di libri in essa contenuti, mentre il volto della moglie sembrava emergere in ogni punto della stanza verso cui volgeva lo sguardo.


Il chimico statunitense Gilbert Newton Lewis morì a Berkeley, in California, il 23 marzo 1946 per cause misteriose, forse a seguito di un suicidio. Il 21 giugno 1912 sposò Mary Hinckley Sheldon, la cui data di morte è invece a noi sconosciuta. Lewis dedusse, grazie all’osservazione della configurazione elettronica dell’ultimo guscio dei gas nobili, che la presenza di otto elettroni dovesse essere una condizione particolarmente stabile, alla quale tendono tutti gli altri elementi.

Sia la natura dell’atomo sia la formazione del legame sono oggi spiegabili con le nuove teorie della meccanica quantistica, anche se i fondamenti si rifanno al suo modello del 1916.

Per quanto riguarda invece le stravaganti teorie della moglie, probabilmente esse furono soltanto frutto della sua mente prossima alla morte. O forse no.


Sandro Botticelli, Nascita di Venere, ca 1485. Tempera su tela. Firenze, Galleria degli Uffizi