Storia di una gabbia di matti di Giorgio Pensa

Questo che vado a riportarvi è il copia-incolla della storia di un ragazzino del ’97, forzato dai perfidi genitori a lasciare la sua amatissima stanza sola – per ben dieci giorni! – per partire verso un ridicolo, squallido, sordido “campo scout”, nella sua mente simile più o meno a un rullo compressore.

Questo che vado a raccontarvi è il copia-incolla degli scritti in forma di diario giunti sul blog del ragazzino grazie alla tecnologia della Alupen: sebbene all’autore fosse stato vietato l’uso – perché ormai non gliene si poteva vietare il possesso – di qualsiasi oggetto tecnologico, questi era riuscito a sottrarre alla barbara perquisizione dei selvaggi capi scout la sua penna, che inviava continuamente dati al suo Personal Computer. Purtroppo la capacità di tale penna non durava più di qualche ora senza essere ricaricata.

Roma, 15/07/2013

Questa mattina, come al solito, mi alzo alle dieci e mezza, dopo avere giocato online al pc più o meno fino alle tre. Arrivo in cucina, filtro l’acqua nella caraffa, la metto nel bollitore e poco dopo con il mio caffè latte e i miei biscotti grondanti caramello mi accingo a giocare un poco alla mia nuovissima PS4. Accendo prima il mio televisore tridimensionale, e proprio quando prendo in mano il joystick entra mio padre in camera. Questi, con la marziale arroganza di un soldato, sempre così ansiosa di “fare le cose, e farle bene, e in fretta” (eh sì, mio padre è proprio questo tipo di persona), osa aprire le imposte e accedere la luce della mia, mia camera – concetto che a lui sembra ancora molto poco chiaro - e, ciliegina sulla torta, mi fa notare che emano un pessimo odore e mi invita caldamente a farmi la doccia (riporto il discorso indiretto perché quello diretto sarebbe un po’ troppo scurrile e/o violento, va a gusti).

Obbedisco (rischio che mi stacchi la corrente). Preparo ciabatte, asciugamano e bagnoschiuma, a cui faccio una foto con l’iPhone che immediatamente pubblico su Istagram con l’hastag #docciatime. Ora posso (devo) lavarmi.

All’uscita della doccia, l’orrenda, insospettabile sorpresa: i miei mi attendono brandendo fra le mani l’uno una camicia azzurra, l’altra dei ridicoli pantaloncini di velluto e degli scarponi. Prende la parola mia madre, intimandomi di essere rapido nel vestirmi perché tra qualche secondo devo partire per un campeggio con dei boy scout.

Non mi è possibile ribellarmi: i miei possiedono la potentissima arma di togliermi, oltre all’elettricità, anche la connessione Wi-Fi. Costretto, oppresso da una vita che mi sembra senza scampo, e sì, incazzato, costringo le mie braccia a infilarmi la ridicola uniforme. Ancora un po’ e la strappo; quanto vorrei farlo. Nello zaino, tra le altre cose, il mio iPod con la mia musica e il mio Kindle per leggere, pensando di tenermi così occupato il viaggio. Scrivo un tweet disperato prima di abbandonare la mia camera, denunciando la mia condizione di oggetto di abuso di potere da parte dei miei.

Si parte. Mio padre in macchina non parla, mi sbircia con sguardo assassino dallo specchietto; mia madre in macchina non parla; come al solito ha quella faccia da schiaffi che mi dice “lo so Federico che al momento non ti sembra la cosa giusta, ma vedrai che capirai”. Come avessi 5 anni.

Sono alla stazione Termini, schiacciato sotto un pesante zaino precedentemente preparato da mia mamma. Qualche piccolo gingillo, come la mia Play Station portatile, lo alleggerisce solo, questo mio maledetto zaino. Appena arrivato in mezzo a quella ventina di persone tutte vestite uguali, c’èqualche cosa che non va: stanno parlando tra di loro, nessuno ha auricolari nelle orecchie, nessuno si fotografa da solo, nessuno guarda il suo cellulare. Il mio primo pensiero davanti a tale scena è che forse questi poveri ragazzi non possono proprio permettersi nulla. Il capo, con non so quale coraggio, appena mi vede, si presenta, e mi confisca tutto ciò su cui contavo per divertirmi quei giorni, tranne la mia penna che invia dati al pc. Le ragazze, prive di trucco – non pensavo esistessero - si presentano, e così anche i maschi; sorridono, ma sinceramente mi sembra che sia poco da sorridere.

Il viaggio in treno senza musica non passa mai; o meglio senza la mia musica, perché questi stupidi ed ebeto-sorridenti scout pensano bene di suonare la chitarra e canticchiare, attirando su di noi l’attenzione di tutto il treno. Una cacofonia in confronto alle mie Playlists. Che imbarazzo.

Le bestie mi si avvicinano, mi invitano a parlare con loro. Bofonchio una scusa.

Scendiamo a Cura di Vetralla, e vedo tutti che si caricano in spalla lo zaino e altre sacche nere di cui ignoro il contenuto (cadaveri?). Penso che sia piuttosto stupido stare con del peso sulle spalle in attesa di una navetta che ci porti in un albergo. E infatti, iniziano a camminare, i folli. Comprendo il mio triste destino. Provo a convincermi che stiano commettendo un errore, che stiano sbagliando strada: camminano in direzione opposta al centro abitato! “Logico che sbagliano strada , senza un navigatore satellitare...” Dopo una breve pausa pranzo durante il quale bevo la mia coca cola e mangio il mio hamburger (comprati a Termini) ci rimettiamo in marcia; sono tuttora convinto che si stia sbagliando direzione.

La realtà si fa sempre più cupa e sinistra. Il capo, che, non so come, si orienta con una bussola come se l’essere nel 20esimo secolo fosse un’opinione da sottoscrivere o meno, arrivati in mezzo ad una radura nel bosco, si ferma. Chiama tutti vicino a sé, ed inizia a spiegare che cosa ci sia da fare, sento la parola tende... inorridisco, intuendo con un brivido il contenuto di quelle sacche nere. Nessuno fa cenno di obiezione; ma possibile che nessuno capisca la gravità della situazione? O sono tutti delle bestie a cui piace soffrire?

Fingo un lieve malore, così da esser messo in un angolo senza far nulla e da lì poter studiare degli animali che montano tende e preparano cerchi di sassi (non voglio sapere a che cosa servano) mentre continuano a cantare come degli schiavi neri.

Si fa sera. è tutto il giorno che mi chiedo che cosa ci sarebbe stato per cena, ma non vedevo ristoranti in zona. L’ennesimo colpo al cuore: vedo le scimmie canterine vestite di blu che accendono dei fuochi su quei cerchi di sassi, eppure fa così caldo. I capi portano delle salsicce. Ecco, lo sapevo, lo sapevo! Qui si mangia in mezzo a un bosco, con le chiappe per terra. Ecco che le bestie si accingono a cuocere le salsicce sulla brace.

Niente piatti di plastica, niente posate, niente tovaglioli: mangiano con le mani. Sono inorridito, il grasso mi cola tra le dita, ma, che faccio, non mangio? Mi sento una bestia anch’io, costretta dalla fame. Mi fa strano mangiare della carne senza pane e salse. Devo però confessare che non è così male, ma non parlo. Mi sembrano tutti così strani; ho paura della loro reazione.

Con la cena si fa tardi. La carica della mia penna è alla fine.

Voglio proprio vedere cosa s’inventano adesso per passare la serata, senza Computer, Videogiochi, Cellulari, Televisione.

Non ci posso credere: fanno un grande fuoco, i primitivi e sorridenti scout; tutti in piedi o tuttiseduti, sempre attorno al grande fuoco, giocano, mimano, ridono, fanno scenette. E poi cantano, fanno cori muovendosi. E infine addirittura pregano; sempre insieme.

Ripensandoci mi fanno un poco pena, questi poveri ragazzi, cui non è stato insegnato in cosa consista la vera felicità, la vera vita, e che si divertono affaticandosi, sudando e lavorando. Non oso pensare come sarò conciato io dopo questi dieci giorni, se mi sarò trasformato in una bestia anch’io o sarò rimasto sempre lo stesso. Non potrà che farmi del male, questo maledettissimo campo scout.

Il campo fece così male al povero Federico che non scrisse più nulla sul suo blog.