Mura bianche di Chiara Martucci

Continuo a tracciare la cicatrice incisa sulla parte inferiore del mio polso sinistro, percependo il leggero strato superficiale che la ricopre sulle dita. Non è molto grande, o almeno, non lo è quanto le altre. Al di sotto di essa, le linee si intersecano, coprendo la mia pelle. Nessun dolore, nessuna sensazione. Nessun ricordo, nessuno.

L'autolesionismo è un atto che implica il procurare, consciamente o meno, danni rivolti alla propria persona, sia in senso fisico che in senso astratto. Autolesionismo deriva dal pronome greco autos (me stesso) e dal verbo latino laedo (danneggiare), letteralmente ‘danneggio me stesso’.

Sono sola, seduta su questo piccolo e scomodo letto, in questa stanza dalle mura bianche. Bianco. Ho letto da qualche parte che il bianco dovrebbe simboleggiare l’innocenza, la trasparenza, la purezza. Mi piace il bianco. No, non mi piace. Qui è tutto bianco, ogni singola cosa che mi circonda. Le pareti sono bianche, le lenzuola su questo letto sono bianche, le porte sono bianche. E’ come se fossi immersa nel bianco, ma contro la mia volontà. Inizialmente, il bianco mi piaceva. Adesso però, non mi piace più come prima. Mi piace e non mi piace. Lo amo e lo odio. Amo e odio anche il freddo, restare qui ogni giorno da sola, questo posto, il mio corpo, le mie cicatrici, me stessa, e lei. Amo e odio troppe cose. Sono un disastro. Sono il disastro più disastroso che sia mai esistito.

I disturbi dello “spettro bipolare” consistono in sindromi di interesse psichiatrico sostanzialmente caratterizzate da un'alternanza fra le due condizioni contro-polari dell'attività psichica, il suo eccitamento e al rovescio la sua inibizione.

Le pagine del libro che stavo leggendo sono consumate, segnate dal tempo, e da tutte le volte che sono state sfogliate da me. Mi piace leggere, e mi piacciono i libri. Ne ho letti molti, ma poi mi sono fermata, perché ho iniziato ad odiare anche quelli. C’è soltanto questo, che rileggo ogni volta che le pagine finiscono. La copertina è rossa, mi piace. Non so perché, e non so perché questo libro mi piaccia così tanto, ma è diverso. E’ diverso da tutti gli altri che ho letto, perché in questo non c’è un lieto fine. Mi piace che non ci sia, perché così non mi sento più tanto sola. Tutti gli altri libri che ho letto soltanto una volta sono sistemati sulla mensola bianca, uno accanto all’altro, in ordine di altezza. Alcuni sono più grandi, più spessi, altri invece sono molto piccoli.

Il disturbo ossessivo compulsivo, è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni. Le ossessioni possono avere tre forme: pensieri; immagini; impulsi a fare qualcosa. Queste ossessioni vengono in mente all’improvviso, contro la volontà del paziente e gli causano sempre un forte disagio. Le compulsioni sono comportamenti o azioni mentali che la persona mette in atto in risposta a un’ossessione.

A me piacciono di più quelli grandi, quei libri con tante pagine scritte, perché sembrano non finire mai. Eppure, quello dalla copertina rossa, il mio preferito, non è molto grande, però mi piace comunque. La copertina rossa somiglia alle linee incise sul mio corpo, quelle che mi hanno portata qui. Ricordo che, incidendole, piccole goccioline rosse cadevano dalla mia pelle, dando vita a delle macchie che diventavano sempre più grandi.

Quando sono arrivata qui, non hanno fatto altro che chiedermi perché lo facessi, perché danneggiassi in quel modo il mio corpo. Non ho mai risposto. Non gli ho mai dato una risposta, perché non la conosco neanche io. A volte mi sembra di sì, altre no. A volte mi sento così sicura, serena e spensierata, come se nessun pensiero continuasse a vorticare nella mia mente, e senza che lei mi dica cosa fare. Ma altre volte, le tante altre volte, c’è soltanto dolore. E’ così che si chiama? Non so esattamente cosa sia, ma se dovessi dare un nome a ciò che provo, che racchiuda ogni sensazione, sarebbe quello.
Non si tratta di un dolore fisico, ma di qualcosa che va oltre. E’ come se non riuscissi più ad avere il controllo del mio corpo, della mia mente, di me stessa. Ogni singola fibra del mio corpo mi implora di farlo smettere, di mettere fine all’angoscia, all’intensità e alla pesantezza che si riversa su di me. E’ in quei momenti, che lei viene a salvarmi. Lei mi dice cosa fare, e in che modo farlo. Inizialmente, lei mi salvava davvero. Tutto il dolore che sentivo dentro, scivolava attraverso quelle goccioline rosse, liberandomi. Nessuna lacrima ha mai rigato il mio volto, mentre lo facevo. Non potevo e non posso farlo, non posso piangere. Le lacrime sono per i deboli, e anche se io non sono forte, non devo farlo; ho imparato a non farlo. Ciò che sentivo mentre quelle piccole goccioline formavano una scia, tracciando il proprio percorso sulla mia pelle chiara, era il sapore della libertà, la libertà anche da me stessa. Mi sentivo come rinata, quasi invincibile, vincitrice della battaglia che stavo combattendo, ma ciò durava poco, troppo. Mi illudevo di avercela fatta, di esserci riuscita, ma poi mi sono resa conto che non era così. Più quelle goccioline rosse macchiavano il bianco puro, più mi sentivo insoddisfatta. Prendevo la mia testa tra le mani, e imploravo lei di smettere. La imploravo di lasciarmi andare, perché mi ero resa conto che ciò che mi tiene prigioniera, è lei. Ed io ero impotente. Lei era sempre lì, non mi lasciava mai. Anche adesso è qui, riesco a sentirla. Continua a persistere, a sussurrarmi di smettere di sopravvivere, di mettere fine alle mie debolezze. E’ questo ciò che sono, una debolezza. La vita è la mia debolezza, e non sarò mai libera. Ma io voglio esserlo. Io voglio essere libera da queste mura bianche. Lei è come queste mura, le mura bianche che non riesco a scavalcare.

Un disturbo di personalità indica manifestazioni di pensiero e di comportamento disadattivi che si manifestano in modo pervasivo, inflessibile e apparentemente permanente, coinvolgendo la sfera cognitiva, affettiva, interpersonale ecc. della personalità dell'individuo colpito.

Anche le pareti dei corridoi che sto percorrendo, proprio ora, sono bianche. La suola consumata delle scarpe che indosso produce un sottile suono quando calpesto il pavimento. Ciò mi fa ridacchiare, mi piace questo rumore. “Tac, tac, tac.” Mi piace ridere, ma dicono che dovrei farlo di più. Dicono anche che sono più carina quando lo faccio. Quasi lo stesso rumore viene prodotto dalla mia mano, quando la chiudo in un piccolo pugno che batto sulla porta bianca.

“Vieni, ti stavo aspettando.” Anche lui sorride. La sua voce è molto profonda, ma mi piace.
“Siediti.”
“Come ti senti?” Mi chiede, con la sua voce profonda, quando mi siedo davanti alla sua scrivania.
Lui è seduto dietro di essa, e indossa un camice bianco. Anche lui è racchiuso tra le mura bianche, ma lui non è un prigioniero come me. Ogni giorno, mi pone questa domanda. E ogni giorno, io scrollo le spalle. Non so come mi sento, non riesco mai a capirlo davvero.
“Voglio soltanto sapere se stai bene.” Riprende, facendo poi una pausa. “Stai bene?”
“Lo sono mai stata?” Ribatto.
“Che giorno è oggi?” Mi domanda, deviando la mia.
“Centotrentuno.” Rispondo, pizzicandomi le unghie. Vengo qui ogni giorno, a volte mi piace, altre no.
“Esatto.” Conferma, sorridendo. Quando lo fa, le sue labbra si piegano verso l’alto, e i suoi occhi si restringono, diventando più sottili. Anche lui mi piace di più quando sorride. Mi sorride spesso. “E cosa vorresti fare, oggi?”
Scrollo le spalle, non sapendo in che modo rispondergli. Non mi chiede quasi mai cosa vorrei fare, e la maggior parte delle volte, ne sono felice. Adesso non lo sono.
“Voglio vivere.” Prima che riesca a controllarle, le parole sono già volate via dalla mia bocca. L’espressione dell’uomo seduto di fronte a me cambia, ma non riesco a capire in che modo. Non voglio neanche capirlo, non lo so.
“Pensi di non star vivendo adesso, in questo preciso momento?”
“No.” Replico. “Io sto sopravvivendo.” E’ questo ciò che faccio, sopravvivo. Ma va bene, perché non so cosa sia la vita, non so cosa significhi vivere, vivere per davvero, senza avere nessuna battaglia a fronte aperto in cui combattere in prima riga.
“Cosa significa esattamente ‘sopravvivere’, per te?” Le sue mani ora sono incrociate sulla superficie del piccolo fascicolo racchiuso tra le spirali di metallo. C’è un numero su quel fascicolo.
Esattamente sulla prima pagina, in alto, al centro, un numero vi è inciso. Quel numero sono io.
“Essere prigioniera delle mura bianche.”
“E non ti piacerebbe riuscire a fuggire da queste mura bianche?” Mi piacerebbe?
“Sì.” Gli rispondo istintivamente. “No.” Mi correggo, scuotendo la testa. “Non saprei dove andare, se riuscissi ad esserne libera.”
“Sai perché sei qui, tra queste mura bianche?”
“Per queste.” Affermo, sollevando entrambe le braccia, adesso scoperte, nella sua direzione. “E per lei.” Aggiungo. Non gli parlo molto di lei, non so perché. Quando lo faccio, lui mi fa sempre molte domande, anche se alla maggior parte io non rispondo. Quelle a cui lo faccio, le annota tra le pagine del fascicolo. Probabilmente, lui crede che io non sia a conoscenza di quello che c’è scritto al suo interno. Si sbaglia. Io lo so.

Autolesionismo.
Disturbo bipolare.
Disturbo ossessivo – compulsivo.
Disturbo della personalità.

“E’ così, ma non solo.” Sostiene. Non capisco.
“Sei qui perché ti sei persa. Hai perso te stessa, ma io sono qui per aiutarti a recuperarla. E’ ancora lì, aspetta soltanto che tu lasci che possa ritornare in superficie”.
“Lei non mi lascia farlo.” Sussurro, e una parte di me spera che lui non riesca a sentirmi.
“Allora tu dimostra lei che puoi”.
“Ma io non posso!” Scatto, alzandomi. La sua espressione non cambia, resta neutrale, quasi come se si aspettasse una reazione del genere.

Perché nessuno riesce a capirlo?
Perché nessuno riesce a capirmi?

Non so realmente chi sono, e forse non so molte, troppe cose. Ma so che sono stanca. Sono stanca di sentirmi sola, stanca di lottare per sopravvivere, quando è così chiaro che non riuscirò mai a vivere per davvero. Sono stanca di essere rinchiusa in un posto del genere, e sono stanca delle persone che mi circondano. Sono stanca di queste mura bianche. Non ho nessuno, nessuno con cui parlare, nessuno che mi dica che andrà tutto bene, anche se non è così. Non avrò mai nessuno da amare, anche se probabilmente non sono in grado di farlo, specialmente perché sono la prima a non saper amare neanche se stessa.

“Non sei abbastanza”.

“No! No!” Urlo, prendendo la mia testa tra le mie mani e lasciando che le mie ginocchia si scontrino con il superficie umida del pavimento.

“Non lo sarai mai”.

Ma è vero, lei ha ragione. C’è che non mi basto. Non mi sono mai bastata, e mai mi basterò. Non ho nessuno, se non lei, e ne sono stanca. Probabilmente, dovrei davvero lasciarmi andare, per poter scivolare verso la deriva e lasciare che la corrente mi trasporti. Probabilmente, quelle goccioline rosse non erano abbastanza. Probabilmente, dovrei lasciarle scivolare senza interromperle, per permettere loro di rendermi finalmente libera. Probabilmente, è quello che farò. Ho aspettato centotrentuno giorni, non posso più aspettarne degli altri. E’ come se urlassi e nessuno riuscisse a sentirmi. Non riesco neanche a tirare fuori ciò che provo, sono come una terra inaridita, e ho smesso di aspettare la pioggia da troppo tempo. Non so cosa fare, non so dove andare, non so come piangere, non so perché, non so così tante cose. Non so niente.
Vorrei scappare via, ma non saprei neanche dove rifugiarmi. Mi sento persa, costantemente sull’orlo del crollo, derisa da lei, che in prima fila mi sussurra di mettere fine alla mia lotta per la sopravvivenza, mentre sanguino nel profondo. Ma anche se lo facessi, anche se scappassi, lei mi troverebbe. Lo fa sempre.
E non c’è nessuno lì a salvarmi, nessuno che mi afferri, nessuno che mi tenda la mano e mi guidi al di fuori di queste mura bianche. Vorrei essere qualcun'altra. Vorrei essere una persona meno sbagliata, vorrei essere quella persona per la quale qualcuno resti, quella per cui ne vale la pena.

“Ti prego, ti prego, falla smettere!” Continuo a dire, riuscendo a vedere soltanto la sua ombra, e a sentire la sua voce, che continua a riecheggiare tra le pareti della mia mente.
Quando sollevo il mio sguardo, noto che la persona che era seduta esattamente di fronte a me, adesso non c’è più. Si è dissolta. Ma prima che possa rendermene conto, sto poggiando la testa contro il suo petto, e sono intrappolata tra le sue braccia, avvolte intorno al mio corpo saldamente. Una delle sue grandi mani si poggia sui miei capelli, che accarezza con delicatezza. Cosa sta succedendo?

Abbraccio: cingere con le braccia. Infatti quando si compie un abbraccio, il collo ed il petto dell’altra persona viene coperto con il nostro corpo. Non sono poche le ricerche scientifiche che negli anni hanno indagato il significato dell’abbraccio, alcune di queste hanno anche quantificato il numero degli abbracci giornalieri; quattro servirebbero per il mantenimento del benessere psicofisico, mentre si arriva alla cifra di dodici nelle circostanze in cui si avverte maggiore solitudine e smarrimento.

Non mi sono mai sentita così. Piccole goccioline cadono dai miei occhi, rigando le mie guance e il mio volto. Ma non sono quelle goccioline rosse, non si tratta di quelle. Queste sono umide, bagnate, e trasparenti.
Cerco lei, la sto aspettando, in attesa che continui a deridermi e disprezzarmi. La aspetto, ma ad ogni carezza, ogni speranza che lei possa arrivare cessa.

“Nessuno si salva da solo.” Sussurra. “Io posso aiutarti, sono qui per te”.

È come se mi sentissi improvvisamente protetta, non più rinchiusa tra le mura, ma da un’armatura luminosa che combatterà per me. È possibile sentirsi in questo modo? Così leggera, come se un semplice gesto avesse alleviato tutto il dolore, l’angoscia, la solitudine che provavo?

Chiunque tu sia, voglio dirti che adesso ne sono sicura. Non sono più una prigioniera, adesso sono libera. Non avrò vinto tutte le battaglie, forse non sono stata sempre una buona combattente, una valorosa guerriera, ma ho vinto la guerra. Sono libera da queste mura bianche.