LA STRAMBA METAMORFOSI DI VITTORIA GRIMALDI di Delia De Santis

Vittoria Grimaldi guardava dentro quella stanza e non sapeva cosa pensare. Stava cercando il padre per informarlo dell’ennesimo brutto voto a scuola e, non trovandolo da nessuna parte, era finita, ma non senza un ruzzolone dalle scale, giù in cantina.

Il vero problema di Vittoria era l’essere distratta, o, più precisamente, l’essere maldestra e distratta, o, ancora meglio, l’essere maldestra, distratta e fortemente emotiva, chiacchierona, pigra ed un po’ importuna: questo era il motivo per cui ogni cosa andava storto, compresa la scuola, il rapporto con i compagni, con i genitori e persino con il suo gatto Romeo, che si scordava sempre di nutrire. Vittoria non amava le regole e per questo la scuola, o la vita in generale, poteva risultare per lei una tortura: “Vittoria rimani seduta al posto”, “Vittoria rientra ad una certa ora”, “Vittoria fai i compiti”, “Vittoria sii educata”, “Vittoria farai tardi!”, “Vittoria concentrati” erano frasi che lei non sopportava o, semplicemente, non concepiva. Era facile per gli adulti, sempre così seri e pacati, dire a lei di essere concentrata e diligente, attenta e puntuale. Loro non sentivano quello che lei provava sulla sua pelle, o meglio, il turbine sotto la sua pelle, perché lo avevano già scordato come ci si sente a sedici anni, erano già delle forme geometriche perfette, che si incastrano a meraviglia nel complesso puzzle della società e non un tondo zigrinato come lei.

Ma, dicevamo, Vittoria era in cantina, un luogo pieno di polvere e scatoloni vecchi, ragni e muffa. In un posto come questo non avrebbe mai trovato suo padre, pensò, quando, all’improvviso, sbam! un enorme, pesante e alto pacco cade dalla parete dove era poggiato. Dietro il pacco c’era un porta. Vittoria, che tra le altre qualità, era notevolmente curiosa, senza pensarci due volte aprì la porta che era meravigliosamente solo socchiusa. Ecco il punto. Quello che vide davanti ai suoi occhi non era nulla di normale. Un enorme stanzone con le pareti bianco ghiaccio che somigliava in tutto e per tutto ad una stanza di ospedale ma che, in verità, era sicuramente il laboratorio scientifico di un qualche scienziato, pure con qualche rotella fuori posto. Al centro della stanza dominavano tubi giganteschi colmi di un liquido verde chiaro con dentro carcasse di animali galleggianti e con occhi sbarrati. Si sentivano squittii di topi, probabilmente cavie di laboratorio e, in una gabbia nell’angolo, una scimmia balzava da una sbarra all’altra, come impazzita. La cosa che però colpì immediatamente l’attenzione di Vittoria era lo schermo gigante che torreggiava al centro della stanza, monitor di un gigantesco computer super accessoriato. Sul monitor era digitata questa frase in latino:

Vi mentis summa sum et in nihilo me converto.

Con la forza della mente sono il tutto e mi trasformo nel nulla.

Vittoria, che non amava studiare, ma che sapeva bene il latino, giunse quasi subito al significato di quella frase che la lasciò ovviamente perplessa. Si avvicinò di più alla scrivania sotto lo schermo e vide numerosi fogli sparpagliati con scritti complicatissimi calcoli aritmetici e ricerche su ricerche, in particolare sul cervello e sul DNA umano. Prendendo alcuni documenti in mano lesse attentamente:

Il cervello umano è una macchina potentissima,che comprende 100 miliardi di neuroni e molte più cellule ausiliarie. I neuroni sono connessi tra loro da sinapsi, canali attraverso cui passano le molecole di neurotrasmettitori. Ogni neurone ne ha circa 100.000. Gli scienziati si chiedono se ci possano essere degli elementi in grado di migliorare l’azioni di questi neurotrasmettitori e velocizzarne l’attività: per ora l’unica molecola che potrebbe essere adibita a ciò è la robosomina che renderebbe i riflessi e la modalità di ragionamento più rapida dell’80%.

Su un altro:

L'ordine nella disposizione sequenziale dei nucleotidi costituisce l'informazione genetica, la quale è tradotta con il codice genetico negli amminoacidi corrispondenti. La sequenza amminoacidica prodotta, detta polipeptide, forma le proteine. Gli scienziati si domandano in che modo questa trascrizione possa essere modificata fino a migliorare ogni nostra capacità intellettiva e fisica e creare il cosiddetto “uomo perfetto”, attraverso sintesi di proteine come la radioatteina e la DRS (duraniorobososolfina).

Più Vittoria leggeva più si infervorava pensando a tutto quello che poteva diventare ed al margine di miglioramento che c’era nella struttura psicofisica di un essere umano, cambiando semplicemente una virgola nel testo della sintesi proteica e dell’attività cerebrale. Cercava disperatamente tra gli scaffali delle alte librerie del laboratorio come se cercasse la risoluzione a tutti i suoi problemi e si era quasi dimenticata del perché si trovasse in un laboratorio segreto adiacente la cantina di casa sua. La sua attenzione venne subito attirata da un cofanetto un po’ nascosto sotto un’ alta pila di libri di astronomia. Sopra il cofanetto un’etichetta:“DRSRADIO-ROBOSOMINA – fase sperimentale”. Il cofanetto era di plastica trasparente, al suo interno si trovavano delle pilloline che non erano lunghe più di un’unghia, di un colore grigiastro, quasi invisibili. Vittoria in preda all’euforia fece un salto di gioia, capendo di aver finalmente trovato quello che cercava: prese una minuscola pillolina e la inghiottì. La prima sensazione fu energia pura, una scarica elettrica che le pervadeva il corpo e ravvivava ogni singola cellula, la faceva sentire in grado di fare qualsiasi cosa, tutto le pareva chiaro, distingueva nettamente ogni cosa, persino il più piccolo pulviscolo nell’aria. Poi, come dopo il rilassamento dopo una grane tensione, il nervo ottico si allentò, la vista dapprima apparve sfuocata e a macchie, poi ci fu il buio più totale.

Nel frattempo la signora Anastasia Grimaldi, la madre di Vittoria, si trovava in cucina a preparare la cena. Suo marito non si faceva vedere da un pezzo e sua figlia era da almeno un’ora giù in cantina. La chiamò a gran voce, intimandole di salire subito per aiutarla a cucinare. Quando dopo qualche minuto la porta si aprì la ragazza che le comparve davanti sembrava Vittoria svuotata di se stessa e riempita di una sostanza immobile e ferma: gli occhi erano vitrei, le pupille dilatate e la pelle compatta e liscia. Sarebbe stato già abbastanza se le stranezze si fossero fermate a quel punto. Invece no: il modo di muoversi della ragazza non aveva nulla di consueto. Non che traballasse, anzi, il movimento era direzionato perfettamente, deciso, fin troppo meccanico. Senza dire una parola Vittoria si avvicinò alla madre che, dallo spavento, lasciò cadere il coltello da cucina per terra. Con uno scatto fulmineo la figlia lo raccolse, muovendosi in un nanosecondo da un capo all’altro della stanza, come se volasse. Anastasia allora spiccicò parola, dicendo: “Vittoria cara, penso che tu abbia proprio bisogno di vedere un dottore”. La ragazza finalmente parlò: “Non credo che tu abbia capito bene mamma la mia condizione neurologica e psicofisica attuale. E, comunque, ti devo informare che sono le ore 19, 23 minuti e 56 secondi e che, in relazione a ciò, tutti gli studi medici sono ormai chiusi”. Anastasia impallidiva sempre più ascoltando la voce spenta e priva di intonazione della figlia, una volta così solare ed espressiva. Ma a preoccuparla di più era quel suo inusuale e disinvolto padroneggiare il lessico specifico. In tutta risposta all’espressione attonita della madre Vittoria si girò e con un rapido, agile e meccanico movimento salì le scale fino alla sua stanza. Guardava il libro di matematica con una sicurezza con cui non aveva mai guardato nulla in vita sua. Prese una pagina a caso e cominciò a svolgere gli esercizi sulle parabole uno dopo l’altro a velocità supersonica, facendo calcoli difficilissimi in un solo secondo. Tutto il sapere del mondo era dentro di lei, era come se lei fosse una sola cosa con il tutto e che in questo tutto avesse annullato ogni tratto personale, ogni emozione, ogni difetto. Tutti gli oggetti della stanza le sembravano più vividi, il suo tatto era così sviluppato che, toccando sulla scrivania, poteva sentire ogni singolo granello di polvere. Poteva controllare ogni singolo muscolo del suo corpo, persino il battito del suo cuore e poteva sentire anche quello che sua madre sussurrava di sotto parlando al telefono. Anastasia, infatti, aveva capito da tempo che suo marito, ricercatore all’Università di Roma, aveva qualcosa da nascondere. Stava molto tempo chiuso nel suo studio o giù in cantina e spariva per giorni e giorni per svolgere delle “ricerche”, così come le chiamava lui. Evidentemente Vittoria aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire di un qualche strano esperimento e questi erano i risultati. “Dobbiamo subito disintossicarla! Immediatamente!- urlò il marito dall’altro capo del filo- Probabilmente avrà ingerito pillole di DRSRADIO-ROBOSOMINA che aumentano le capacità intellettive e fisiche degli esseri viventi. Il problema è che quei dannati confettini sono ancora in fase sperimentale! Potrebbero essere mortali ed avere lo stesso effetto del doping!” Anastasia pensò che non fosse il caso di svenire: in quel momento lei era indispensabile per sua figlia: “Cosa bisogna fare?” -riuscì a chiedere con voce ferma e decisa- “Addormentala in qualsiasi modo e poi corri giù in cantina, da lì ci sarà l’accesso al mio laboratorio degli esperimenti…Tra tutti i flaconi c’è una ampolla con un liquido giallo chiamato Artanio, iniettaglielo con cura dai polsi, ma stai attenta, non per più di tre minuti o potrebbe essere mortale!”.

Vittoria aveva sentito tutto. Con uno scatto fulmineo decide di fuggire, apre la finestra e salta giù dal secondo piano con un balzo perfetto, felino. Corre a più non posso fino ad arrivare all’autostrada. Senza un attimo di esitazione l’attraversa scansando le auto con una precisione inaudita e si ritrova in un folto bosco dall’altro lato. Cammina tra la sterpaglia , profondamente cosciente di quello che le sta intorno. Vede un leprotto agonizzante tra i cespugli ma neanche lo considera. Le sue emozioni stanno pian piano scomparendo lasciando il posto ad una piatta e logica razionalità. Ascolta i rumori degli insetti, le coccinelle, i lombrichi, il freddo notturno non la lambisce nemmeno: dentro di se sente un forte bollore, una grande pressione. Le comprime il petto, non respira. Granelli di pelle cominciano a staccarsi. Sembra che si stia scuoiando viva, sembra che si stia polverizzando. Sente quasi di non esistere. Vorrebbe non esistere ed abbandonarsi a quella pace definitiva. Le pulsano le tempie. Si lascia andare quando sente una voce che la chiama “VITTORIA!”. E’ sua madre che fa appena in tempo a raccoglierla prima che perda coscienza.

Anastasia la riconduce a casa dove trova in cantina il laboratorio e, senza neanche il tempo per stupirsi, cerca disperatamente tra i flaconi che contengono liquidi dai nomi strani e poco promettenti, dai colori inquietanti. Trova finalmente l’Artanio con allegata un’etichetta sulla quale ci sono scritte le modalità d’uso:

“Liquido altamente infiammabile e potenzialmente tossico. Iniettare al massimo 5 ml endovena per non più di tre minuti. Ha la particolarità di sciogliere i legami di alcune molecole costituenti proteine particolarmente eccitanti come la robosomina e la DRS”

Senza perdere ulteriore tempo la donna, che di solito alla vista del sangue si sentiva mancare, inietta con abile destrezza il liquido giallastro nelle vene della ragazza svenuta per esattamente tre minuti. Allo scadere del terzo leva la siringa e aspetta. L’attesa diventa interminabile. Cinque minuti diventano cinque anni. La ragazza prende lievemente coscienza dopo sei minuti e mezzo. Socchiude le palpebre, intontita. Si sente come in una bolla. I sensi, dopo una così repentina sollecitazione, si ritrovano pienamente ridimensionati. Si guarda intorno e si rende conto di poter vedere di meno, come se alla sua vista mancasse qualcosa. Non fa in tempo ad alzarsi che la madre la stringe forte. Il suo abbraccio è come una secchiata gelida. Scoppia a piangere a dirotto e si libera di tutta la tensione accumulata. E’ felice di provare emozioni, di voler bene a sua madre. Si guarda intorno. Guarda tutti quegli animali, i tubi, le macchine, gli aggeggi, i monitor e si rende conto che nulla di tutto ciò potrà mai sostituire un abbraccio materno. Che tutti quegli aggeggi non possono migliorare quello che già è, non possono aggiungere nulla di più alla sua imperfetta perfezione.