In tal caso, si vive per pietà del tempo di Matteo Gabrielli

/Allunga una mano in avanti con il palmo rivolto verso il viso, parla guardandolo./

Lasciati guardare cosa sei diventato. Volgi la tua mano al futuro e frena i perpetui ricordi del passato.

Sei un menzognere. Un fottutissimo bugiardo, Roberto. Sei mendace, come quel foglio. Quel maledettissimo foglio di consegna-risultato-prelievo-ematico. Tanti anticorpi, ancora qualche linfocita superstite. Ancora vivo, in piedi per pietà del tempo.

Mi sembra ieri di aver accettato la tua proposta. Convivere, a pranzo, a cena, al mattino, di notte. E quelle sere calde, con gli occhi lucidi, sospiri profondi, morsi sul collo, i graffi sulle ossa, i centimetri di pelle. Abbiamo condiviso il letto, le stanze, l’amore. Abbiamo condiviso il presente, ci siamo fatti carico entrambi delle incertezze dell’altro. Abbiamo messo in disparte il giudizio e le critiche. Abbiamo plasmato due corpi e un’anima. Tutto tranne il passato.

Quel passato oscuro, subdolo, incerto. Che hai scelto di nascondere ai miei occhi. Che tanto ti amavano e ti amano ancora. E nonostante le tante condanne e le oscillazioni tra la vita e la morte che devo e dovrò affrontare, tu non hai mai lasciato che io entrassi in quella finestra della tua vita. Bastardo. Te ne vai come il freddo tra marzo e aprile. E se torni, lo fai per qualche sera d’estate. Mi hai colmato, mi hai prosciugato. Mi hai ridipinto facendomi versare lacrime per te, per noi. E tra le mille condanne che potevi servirmi, tu me ne hai procurate ben cinque.

Guardami ti prego. Guardami e dimmi se me lo merito. Ti prego rispondimi. Non tacere ancora. Quante domande vorrei farti. Quanti quadri vorrei aggiustare, quante cornici ancora storte. Del tuo passato maledetto non c’è voluto molto. Per scoprire quella tua voglia matta e perversa per gli uomini, non ho sprecato molto tempo. Ma a me andava bene così. Non mi importava. Con te ero rinato e tu con me. Io ti bastavo, ti saziavo. La matta voglia di possedere solo me. Ma sei un menzognere. Un fottutissimo bugiardo, Roberto. Sei mendace, come quel foglio. Quel maledettissimo foglio di consegna-risultato-prelievo-ematico che il mese scorso mi ha stravolto la vita.

Sono sieropositivo e omosessuale. È una parola che corrode, incide, squarcia l’esofago e la faringe quando la pronunci. E cade giù, e ancora più sotto fino allo stomaco, corrode, incide, squarcia. Sei sieropositivo a ventiquattro anni e sei omosessuale. E la vita è stata tanto crudele che ti tocca scontare due condanne, giudicato, deriso, discriminato. Perché ami uno del tuo stesso sesso, e non la ragazza che ti ha presentato la tua amica. Ma non basta, ed arriva quando meno te l’aspetti.

La terza condanna. Scopri che è stato lui. Roberto, l’amore della tua esistenza, l’infinito dei tuoi astri. È stato lui e il suo passato fatto di rapporti clandestini, a portarti su quella strada, fatta di ricoveri, medicina, ospedali. E sangue, malattie, linfociti distrutti. Ed arriva poi la quarta condanna al patibolo, t’aspetta, nera, buia. Sei morto, davanti a me. Mi hai lasciato immobile al mondo, nudo e scoperto. Solo. E non torni come il fresco nelle notti d’estate. Tu il mio unico inverno, hai steso su di me, un velo impassibile e duraturo di afa, di caldo, di estate. E non c’è cura, ti dicono. Non si resuscita, e non si sopravvive forse.

Notti vuote, flash improvvisi, mente colma di rimpianti e segreti. Sono sieropositivo, omossessuale, e solo. Ed ecco la quinta condanna. Basta, dici. Ma lei non ha pietà di te. Ti ricoverano. Candidosi ai bronchi. E respiri affannoso. E ancora, ossigeno, ti manca il tuo ossigeno. E cadi giù. E non riesci a rialzarti.

Cinque condanne, come i cinque ricoveri che ho fatto, come le cinque patologie che attaccarono il mio corpo, prima che su un pallido foglio di carta, lessi: AIDS, positivo. Non ne ho più. Nessun linfocita o anticorpo. Qualsiasi stupida malattia potrà germogliare subdola nel mio corpo.

Respiro affannoso ancora. La candidosi ai bronchi ha colpito anche l'esofago. Ho la febbre perennemente alta. Ma resisto. Mi dicono, prova a curarti. Non c'è tempo, non c'è modo. Insistono, ma so quello che m'aspetta tra qualche settimana. Roberto, mi hai amato, mi hai realizzato, mi hai condannato, mi stai uccidendo. Deliro.

E solo ora mi sono accorto, di quanto è pallido il mio viso. Quel viso che ho scambiato per te Roberto. Sono io, sono come te. Sono diventato come il mio morto. Quello è il mio riflesso, se non fosse stato per la corriera che ha smosso l'acqua di questa pozzanghera, sarei sempre stato più convinto che fossi tu. Perdonami, faccio fatica. Respiro ancora un po' di quest'aria. Sa di vita. Mi piace. Mi sto spegnendo, la luce del sole si fa sempre più tenue, e il tremolio alle gambe persiste. Sento una voragine spaccarmi il corpo, dilatarmi lo stomaco.

Solo ancora un po', ti prego Dio, regalami altri secondi, devo dirgli che lo amo, l'ultima volta. Cadi, a terra, e sei morto, sieropositivo e omosessuale, come lui, a ventiquattro anni, e non ha avuto pietà di te, il tempo, la vita, la malattia.

/Porta il palmo sulla faccia, e si copre il volto./