Cold di Antonio Anacleria

“Negativo! La… ha rifiutato ogni trattativa… con l’imperatore”

Era la ventesima volta che riascoltava quel confuso e frammentato messaggio, l’ultimo sospiro di una creatura morente.

“Patriarca!” urlò qualcuno dietro il portello, picchiandolo col palmo della mano.

“Factotum, apri!”

Una piccola sfera artropode si mosse, rotolando in direzione del rumore.

“Patriarca!”

Una grossa sagoma avanzò nella stanza con passo cadenzato e scrocchiante, lasciando dietro di sé una scia di caldi granelli.

“Notizie dal Gran Consiglio delle Sabbie? Abbiamo visto delle enormi bombarde a lunga gittata posizionarsi sulla Terza Cresta e fare fuoco verso…”

“Ho chiuso le comunicazioni col Consiglio un attimo prima del tuo arrivo, Shetul”

“Gli scudi… stanno tenendo?” domandò dubbioso, tradendo l’ondata di felicità che lo aveva investito

“Deflettono ogni colpo. Quanto abbiamo perso?”

“Incalcolabile…” sospirò togliendosi il respiratore e scoprendosi il capo e le spalle dal mantello.

“Possiedono armi e corazze che non ho mai visto… e le loro tattiche sono… imprevedibili”.

“Le mine che abbiamo piazzato mentre tenevamo la Quarta Cresta non li stanno rallentando?”

“Loro… dispongono 5 fila di uomini, schiavi catturati dal vicino sistema Shobaty, recentemente conquistato dal Dominio, e li fanno marciare, nudi e scalzi, sotto l’Occhio e sopra le Sabbie roventi, ansimanti, boccheggianti, estranei al nostro mondo, cosicché, una mina diventa la chiave per liberarsi il collo dal giogo di Kaesar. Quando l’ultimo arto cade sul terreno, i nemici avanzano di qualche metro… e dispongono 5 fila… ho dato ordine che non si spari… non ci macchieremo di sangue innocente”.

“Per comprendere un popolo, osserva il suo esercito”.

“Osserva come i vincitori trattano i vinti”.

Il vecchio generale si voltò, dando le spalle ai monitor per le comunicazioni, incrociando lo sguardo di un giovane Guerriero delle Dune, i cui volti, incisi dal respiratore aderente e rigati dal caldo vento del Deserto, risaltano tra i milioni dell’Universo. Quattro occhi color del “ghiaccio”, uno strano tipo d’acqua immota e non-calda che alcuni mercanti della Gilda della Bilancia descrivevano nei mercati, tra lo scetticismo e le risate della gente, si incrociarono, specchiandosi e specchiando in ed un glorioso passato, un triste presente e un incerto futuro.

“La Sabbia li rallenterà… la Sabbia è parte di noi”

“Questo è vero… durante i bombardamenti, un’enorme tempesta di sabbia ha fenduto la radura, bloccando metà delle bombarde… quelle macchine… mai vidi ombra più grande gettarsi sulle Dune”

“La Sabbia è parte di noi”.

“Siamo Sabbia intrisa d’Acqua”.

“Sabbia alle Sabbie” recitarono solennemente.

“Tuttavia, Patriarca, essi superano in numero i granelli lucenti… mentre noi siamo metà delle gocce d’Acqua conservata nelle riserve del Consiglio”.

“E, tuttavia, l’Acqua è capace di rompere la pietra”.

“Soprattutto se essa scava in due punti…”

“Il Gran Consiglio ha ottenuto l’appoggio della Gilda, Shetul. Getta un occhio alle truppe del Dominio e uno alle Dune ad Est” disse il canuto alzando il braccio sinistro e indicando la parete alla sua destra, ove v’era inciso un grande cerchio circondato da sinuose curve radiali ocra.

“Un Guerriero delle Dune conosce i moti degli Astri meglio dei moti della propria essenza” concluse facendoselo ricadere sul fianco.

“Questo buio, quando l’Occhio iridescente cadrà oltre le Dune, una cometa attraverserà le nostre Sabbie, come ogni 88 cicli”.

“Le Sabbie la vedranno”.

“Sabbia… alle Sabbie”.

Ci fu un minuto di silenzio. Il giovane squadrò la stanza, piccola e calda, seppur di una dozzina di gradi meno arroventata rispetto la superficie. Difronte al disegno dell’Occhio, scavalcando due casse di rifornimenti, una di munizioni, due sedie sbilenche, loro due e una rastrelliera mezza vuota di mitragliatori, il tutto rigorosamente bollato dal sigillo della Gilda, v’era un’enorme pila di carte, topografie e rapporti dal resto della Cinta, tutte gettate alla rinfusa, alcune accartocciate e ammassate in un angolo, due erano appese, strappate a metà.

“Ricordo che quando le Sabbie erano fredde, prima del… dell’attacco… volevi pormi delle domande, giusto?”

“Si, Patriarca… avevo delle domande”.

“Ponimele, dunque, Shetul il dubbioso” sorrise per un attimo, in modo forzato.

“Beh… volevo sapere perché, malgrado comprassimo dalla Gilda armi, corazze ed equipaggiamento di ogni sorta… non comprassimo anche l’Acqua”.

“Innanzitutto, noi non 'compriamo', ma barattiamo, che è diverso, poiché un frammento d’oro resterà tale per sempre, i 'crediti', invece, sono solo dei numeri sul dispositivo da polso e non valgono nulla, siccome essi non esistono e sono assai mutevoli, soggetti al capriccio dei ricchi mercanti. L’unico motivo per cui scambiamo l’oro e i metalli preziosi che occultano le Dune, è la loro stessa presenza. Le loro mire ci costringono a tenerci pronti per ogni attacco, essendo nostra tradizione combattere solo con lo Sbusbat,

guardando negli occhi l’avversario, e imprimendoci nella memoria il volto di colui a cui abbiamo strappato l’Acqua, ecco che siamo costretti a importare la loro tecnologia bellica. Tuttavia, dato che mai ci venderanno i mezzi per premetterci di contrastarli, abbiamo scelto un lento dissanguamento… “ Il vecchio si accovacciò, raccolse un piccolo pugno di sabbia entrata insieme al ragazzo e la fece cadere delicatamente recitando:

“Le nostre Sabbie mai verranno toccate dal nemico e dall’acqua degli altri mondi”.

“So che è la prima Legge del Codice ma… perché?” domandò l’altro, ipnotizzato dal suo gesto.

“Perché… – si aggiustò la voce, scegliendo un tono solenne – …per quanto oro possa pendere dal tuo collo, ciò che fa di te un Ardente, come ci chiamano gli stranieri, è l’arsura che ti pizzica dall’interno, quel costante fastidio che fa di te un Guerriero delle Sabbie, che unisce da tempi immemori i Popoli delle Dune. Essa ti ricorda la fragilità del tuo corpo e la forza della volontà:

'Se puoi non bere, non farlo. E così il prossimo'.

Se accettassimo acqua di altri mondi, ecco che l’ingordigia e l’avarizia frammenterebbero i nostri popoli, poiché è dall’abbondanza che nasce l’egoismo, dalla penuria, invece, la generosità. La sete è la nostra debolezza, ma anche la nostra forza. Per questo motivo ai bambini viene sin da subito spiegato il Ciclo dell’Acqua!”

Fece ciondolare l’indice ammonitore nell’aria “Un bambino nasce dall’unione dell’Acqua dei genitori. Egli dunque, privando la comunità di qualcosa, è debitore con ogni uomo, donna o bambino della tribù. Egli servirà la comunità sino alla morte, e dopo, quando il suo corpo verrà prosciugato dell’Acqua, che verrà filtrata e restituita alla tribù, e poi restituito alle Sabbie. Siamo sabbia intrisa d’Acqua”.

“Sabbia alle Sabbie… chissà perché loro non si sono fatti vedere” Domandò sottovoce il giovane, quasi come se volesse non farsi sentire.

“Strano…il rumore li attira” obiettò l’altro.

“Eppure…sembra, ora, spaventarli”.

“Gli Anacoreti del deserto sono strane creature, a noi incomprensibili” sussurrò il Patriarca, passandosi la mano sul petto, facendola scivolare lentamente, per tutta la lunghezza della lama, e così anche il giovane con i suoi occhi.

“Un giorno, Sethul, sarai il mio successore… certo dovrai convincere il Gran Consiglio ma… avrai il mio appoggio. Sarò felice, allora, di lasciarti la mia Lama dell’Anacoreta”.

“IO? Un Patriarca? Non sarò mai come te, non…”

Un esplosione fragorosa scosse i due.

“Cocciuto di un Imperatore… pensavo stesse ponderando la ritirata… meglio che vada” balzò fuori il ragazzo attaccandosi il respiratore.

“Io provvederò a coordinare gli altri comandanti della Cinta” deglutì insicuro il canuto.

“Spero che quei mercenari della Gilda si sbrighino… o quando vinceremo, spareremo anche alle loro navette lussuose!”

“Già… i rinforzi della Gilda… devo coordinare il loro dispiegamento sul campo” abbassò lo sguardo pensieroso.

“Patriarca Kath’on, ho ancora alcune domande…” esitò.

“Sarò qui per rispondervi, Sethul il curioso, figlio mio” Ma mentre lo diceva, il ragazzo si era già catapultato fuori dal portellone, chiudendoselo alle spalle.

“Sarebbe stato un ottimo Patriarca” pensò… e s’adombrò. Lanciò un’occhiata alla scrittoio, muovendo nervosamente gli occhi tra le varie planimetrie della Cinta, aggiornate ad ogni comunicazione. La Cinta… sembrava così sicura… perfetta per azioni militari: un altopiano molto ampio, circoscritto da 8 Creste di macigni più o meno grandi, perfetti per ostacolare chiunque attentasse al Gran Consiglio, sito nel mezzo dell’altopiano. Il Gran Consiglio…

“Negativo! La Gilda ha rifiutato ogni trattativa con il Consiglio! Ha già stretto un’alleanza con l’imperatore” e poi l’esplosione. Gli scudi vendutici dalla Gilda si sono dimostrati tutt’altro che efficienti, a differenza di quelli del Dominio. Hanno venduto un respiratore perforato all’eremita delle Dune, condannandolo.

Lui non doveva saperlo. Nessuno doveva saperlo. Ormai era ovvio, questione di tempo, poco tempo, e le truppe del Dominio avrebbero espugnato anche Wa’habas , anzi, era incomprensibile perché non lo avessero già fatto.

“Stanno giocherellando! Siamo il loro trastullo… il loro balocco. Le mani nemiche ci cingono il collo… ma non ci soffocano, non ancora, vogliono gustarsi ogni attimo di dolore, ogni istante d’angoscia, ogni sprazzo di vita e di speranza, alternato con l’inevitabile accettazione della disfatta più totale. Vogliono la nostra terra, vogliono vederci in lacrime, questuare la nostra resa, barattare la morte da uomini liberi con l’ubbidienza all’imperatore, gli ultimi attimi d’onore con una lunga agonia, il nostro retaggio con le regole di un tiranno.

Abbiamo perso, non arriveranno aiuti da nessuno, gran parte della Cinta e crollata…è sono, ormai, l’unica forma di governo restante… e come tale, mai pianterò i vessilli stranieri sulla Sabbia, e così tutti i Guerrieri. Io conosco la verità… loro no. Sethul avrà rincuorato gli uomini con promesse di rinforzi e rassicurazioni sulla città… tutte menzogne. Ma cosa avrei dovuto fare? Dire a chi sta morendo per la speranza, che non c’è una speranza? Che lotta e cadrà per qualcosa che non esiste più? No! Nessuno merita di morire due volte”.

Slacciò la sua corazza e gettò via i bracciali, in direzioni opposte, per evitare l’accidentale attivazione dello scudo, quindi sguainò il lungo pugnale rituale che gli pendeva dal petto.

La Lama dell’Anacoreta. Una scaglia del carapace degli antichi vermi che dominano le Dune nell’Alto Deserto. Da tempi immemori, essa era affidata al Patriarca, la guida militare e spirituale che ogni 15 cicli veniva eletta dal Gran Consiglio. Tra non molto avrebbe dovuto cederlo ad un più giovane e valoroso guerriero. Era vietato, se non in occasioni eccezionali, sguainare la Lama, e proibito era, insanguinarla.

“Tu sei il Patriarca perché ti affidiamo la Lama e la Lama è tale perché affidata a te. L’esistenza dell’uno è in funzione di quella dell’altro. Così come la purezza. Se la lama si macchia… così pure tu”.

Le diede un rapido e solenne sguardo, l’afferrò con ambo le mani e l’affondò nel ventre, tagliandolo per tutta la sua lunghezza. Un fiotto rubro inondò il pavimento, accompagnato da un gemito prolungato e poi un tonfo. Il vecchio appoggiò delicatamente l’irsuta gote sinistra nella pozza calda, osservando, per qualche attimo, la macchia espandersi, prima che calasse il buio. E… il freddo.