Vero o falso? La carica delle fake news di Elvira Invidia

Con l’avvento di Internet, la diffusione di notizie ed informazioni di vario tipo, in particolare di carattere scientifico e medico, ha occupato un ampio spazio soprattutto sui social network più usati come Facebook, Instagram e Whatsapp. Ciò se da un lato ha reso più semplice e immediata la ricerca di risposte a quesiti di ambito scientifico, dall’altro ha causato il rischio di incorrere in notizie poco o per nulla affidabili. In quest’ultimo caso si parla di fake news o, più comunemente, “bufale”.

Ogni giorno l’utente di Internet si imbatte in un’enorme quantità di fonti di informazione, siano esse giornali online, blog o post sui social. Generalmente leggerà di sfuggita i titoli, scorrendo lungo la pagina. Ma anche quando aprirà un articolo, la sua permanenza non durerà più di qualche secondo. Leggiamo sempre più notizie in modo sempre meno approfondito, ed è proprio questa mancanza di attenzione a permettere alle notizie false di proliferare.

«Quelle che oggi chiamiamo “fake news” sono nientedimeno che notizie false, create ad hoc da specialisti della comunicazione per manipolare l’opinione pubblica […]. L’avvento della rete ha infatti dilatato a dismisura la portata delle fake news che grazie all’espansione dei social network possono avere oggi una viralità ed una velocità inedita rispetto al passato»1.

Occorre, però, andare con ordine e distinguere le varie categorie di notizie false.

Un recente studio della University of Western Ontario ha distinto tre tipi di fake news.

I “falsi satirici”, ovvero articoli di finti giornali, come il Lercio, dal tono esplicitamente ironico e con l’intento di fare sarcasmo sugli avvenimenti. Si tratta, in questo caso, di articoli difficilmente classificabili come fake news. Eppure, qualche ingenuo lettore, ignaro della satira cui si trova davanti, ne viene ingannato.

Esistono, poi, contenuti mediatici appositamente creati per diffondere un pensiero che orienti l’opinione pubblica. È il caso della bufala più diffusa nell’Italia degli ultimi anni: quella secondo cui lo Stato darebbe agli immigrati 30 euro al giorno, da spendere a piacimento. Dimenticandosi, ovviamente, di aiutare gli italiani che nel frattempo patiscono la fame. È difficile dire da dove abbia avuto origine questa bufala, ma è ormai diffusa ovunque. In realtà, le cose non stanno proprio così. In un’intervista per Fanpage.it, lo scrittore Roberto Saviano ha smentito luoghi comuni e “bufale” affermando che gli immigrati non ricevono dallo Stato 30 euro al giorno. Ricevono, invece, una carta prepagata che contiene 2,50 euro al giorno (cioè meno di un decimo di quanto si dice). È il tipo di notizia falsa più frequente e pericoloso per le conseguenze dirette sulla realtà, perché rischia di creare una inarrestabile spirale di rancore e odio nei confronti degli immigrati, che può sfociare in crimini di varia natura.

Infine, esistono le bufale che viaggiano sulla disinformazione a lungo raggio, diffusa lentamente ma capillarmente come voce di corridoio, fino a influenzare gran parte della popolazione. Eclatante è stato, ad esempio, il caso sull’efficacia o meno dei vaccini. Numerosi genitori si sono trovati di fronte all’interrogativo se vaccinare o meno il proprio figlio. Da qui la necessità, da parte di questi ultimi, di informarsi attraverso diverse vie, prima fra tutte Internet, con il rischio di dar fede a chi, improvvisandosi medico o ricercatore scientifico, diffondeva notizie senza fondamento.

Si è trattato, da un lato, di un problema di mancanza di fiducia nei confronti delle cause farmaceutiche e, dall’altro, verso il mondo scientifico in generale, accusato di poca coerenza e di aver approfittato del sentimento di timore ed incertezza della gente per farsi pubblicità anche e soprattutto attraverso i social.

«Gli antivaxxers non si fidano delle grandi case farmaceutiche e pensano che il denaro corrompa la medicina portandoli a credere che i vaccini causino autismo, nonostante una scomoda verità: l’unico studio in assoluto a sostenere tale legame è stato ritrattato e il suo principale autore accusato di frode»2.

Secondo Roberto Burioni, il medico diventato famoso su Facebook per la sua tesi a favore dei vaccini e per l’attivismo contro le bufale in rete, «una volta per sapere qualcosa su un vaccino si apriva un’enciclopedia dove non ci scriveva il primo arrivato». Sempre secondo Burioni, quelli che scrivono sul web pensano di poter sapere le cose senza averle prima studiate e vanno quindi definiti “somari”. «Tipicamente – afferma il medico – il somaro vive in branco perché ha bisogno di qualcuno che lo rassicuri di essere molto intelligente e di essere molto preparato».

Quello delle fake news è un fenomeno talmente dilagante che più della metà degli internauti risulta essere vittima della circolazione di queste false notizie. Ciò che è cambiato rispetto al passato è la velocità con cui le informazioni si divulgano. Qualche tempo fa, infatti, l’opinione pubblica attingeva notizie da fonti quali tg e giornali. Una recente indagine condotta dal Censis3 ha, infatti, rilevato che i tg sono ancora la prima fonte di informazione degli italiani (per il 60,6%), ma al secondo posto c’è Facebook (35%). La stessa indagine ha evidenziato come al 45,3% di utenti di Internet sia capitato qualche volta di dare credito alle fake news circolate in rete.

Ma se siamo in grado di riconoscere fonti e informazioni inaffidabili, cosa ci spinge a prenderle per vere?

Una risposta viene da uno studio sociologico sui mass media che definisce “teoria dell’influenza” quella basata sulle convinzioni pregresse di un individuo, le quali non determinano solo l’opinione che si farà su un certo argomento, ma il modo stesso in cui il suo cervello recepirà il messaggio: una sola frase concorde con un nostro pregiudizio sarà meglio memorizzata e avrà per noi più valore rispetto a intere pagine di precisa argomentazione di una firma autorevole. Anzi, il meccanismo difensivo di giustificazione contro la minaccia di un’opinione discorde porterà a rafforzare l’idea preesistente: un convinto sostenitore di un politico corrotto aumenterà la fedeltà di fronte ad articoli che ne rivelino gli scandali, poiché li percepirà come tentativi dell’opposizione di screditarlo.

Un’altra teoria è quella del two-step flow of communication, che aggiunge all’importanza dei pregiudizi quella dell’opinione dell’opinion leader, cioè il primo di un gruppo sociale, tenuto in grande considerazione, a essere raggiunto dai media e che ne diffonde i contenuti al resto della massa. È in questo modo che il passaparola può convincere intere masse di persone, perché il rapporto emotivo con chi ci sta trasmettendo notizie false le rende immediatamente affidabili.

Sta di fatto che le fake news sono una realtà con cui bisogna rapportarsi quotidianamente, perché il web oggi appartiene a tutti e ognuno è libero di pubblicare informazioni che vanno anche aldilà delle proprie competenze, diffondendo, in tal modo, bugie travestite da verità.

1 G. PIETRANGELI, Bufale scientifiche in rete. "Let’s Science" mostra come difenderci dalle fake-news, huffingtonpost.it, 23 gennaio 2018.

2 M. SHERMER, How to Convince Someone When Facts Fail, scientificamerican.com, 1 gennaio 2017.

3 14° Rapporto Censis sulla comunicazione «I media e il nuovo immaginario collettivo», 4 ottobre 2017.