Una trappola moderna di Alessandro Iacovini

“Dopo aver sconfitto il cancro a Milano nasce una nuova malattia: La dipendenza dalla realtà virtuale” Questo era il titolo in prima pagina del Corriere Italia il 12/05/2127.

Stavo leggendo l’articolo quando mi squillò il telefono, era la mia assistente “Dottore abbiamo un caso urgente in clinica” “Di che si tratta? non si ricorda che da contratto questo è il mio giorno settimanale in cui rimango a casa per giocare a VRWORLD, è obbligatorio per legge!” “Mi scusi dottore ma non le credo, sono dieci anni ormai che lavoriamo insieme e so che lei detesta quel gioco. Conoscendola credo che starà già cercando di contattare la famiglia di Paolo, il ragazzo dell’articolo in prima pagina del Corriere Italia. Paolo e la sua famiglia sono qui in clinica ad attendere il suo arriv…” non le diedi nemmeno il tempo di terminare la frase che subito riagganciai il telefono e corsi in clinica, arrivai in quindici secondi, la mia auto raggiungeva i 575 km/h quindi potevo arrivare da Roma a Milano in circa un ora, però il mio studio si trovava al piano inferiore della mia abitazione quindi non ne ebbi bisogno. “Buongiorno signori, voi dovreste essere i genitori di Paolo e tu a giudicare dal casco VR che hai in testa dovresti essere Paolo” subito mi arrivò un pugno all’altezza dello stomaco “Ci scusi dottore nostro figlio crede di giocare a VRWAR un gioco di guerra in realtà virtuale e credo che non avendo armi abbia usato i pugni” “ me ne sono reso conto, perché non è rimasto intrappolato in un gioco un po’ più pacifico” dissi a bassa voce mentre cercavo di riprendermi da quel pugno “signori se mi seguite nel mio studio io procederei pure con la visita”

Una volta entrati nel mio studio chiesi a Chiara, la mia assistente un intera squadra di medici per assistermi in caso di bisogno. Feci stendere Paolo e mentre 5 medici lo tenevano fermo provai a togliergli il casco VR e appena lo mossi solo di un millimetro subito il ragazzo urlo, io mollai la presa e il casco si rimise nella posizione iniziale. Decisi di ripetere l’operazione mentre sottoponevo il ragazzo ad un EEG (un elettroencefalogramma) per poter osservare le sue funzioni celebrali se sottoposta a quello stimolo, appena iniziai l’EEG notai subito delle disfunzioni nell’area del cervello legata alla percezione degli stimoli esterni e di conseguenza un disturbo nella distinzione tra realtà e realtà virtuale. La diagnosi se pur facile da fare fu scioccante: Paolo era rimasto intrappolato nella realtà virtuale che credeva ormai fosse la realtà e quando avevo provato a levargli il casco era come se stessi provando a strapparlo dalla realtà e se non mi fossi fermato, probabilmente lo shock sarebbe stato tale che gli avrebbe causato la morte. La parte più difficile fu spiegarlo ai suoi genitori che scoppiarono a piangere e mi implorarono di fare qualsiasi cosa per aiutare il loro figlio ma pur troppo quella malattia non si era mai manifestata prima d’ora e di conseguenza non era stata trovata nessuna cura e li dovetti informare anche che qualora avessero tolto il casco VR a Paolo, egli sarebbe morto sul colpo. Uscirono dal mio studio in lacrime, un pianto straziante, un pianto di chi sa che ha perso la cosa più cara che aveva e che non ha potuto fare nulla per impedirlo.

Passai tutti i successivi tre giorni a cercare prove che dimostravano che mi sbagliavo ma nulla, nessun caso nemmeno lontanamente simile in tutta la terra, ero addirittura andato su Marte per controllare se sul quel pianeta ci fossero stati casi simili ma nulla. (Le prime forme di vita su Marte furono scoperte nel 2027, parlavano la nostra stessa lingua e furono disponibili per uno scambio di conoscenze e la costruzione di una linea express tra i due pianeti che partiva ogni quindici minuti ed arrivava in soli trenta minuti da un pianeta all’altro.)

Ormai disperato ero steso sul divano di casa mia, stavo mangiando una pizza e guardavo un film con mio figlio, un appassionato di videogiochi e creatore della maggior parte di essi, gli parlai del caso di Paolo e tra un’ idea ed un’altra mettendo insieme le nostre conoscenze arrivammo in meno di trenta minuti all’elaborazione di una cura sperimentale che avrebbe potuto salvare Paolo.

Essendo la Realtà Virtuale un universo parallelo in cui non valevano le stesse leggi del nostro universo avremmo dovuto rieducare Paolo alle leggi fisiche presenti sul nostro pianeta creando un mondo virtuale simile al nostro e poi farlo morire nel mondo della realtà virtuale per permettere così un distacco del cervello da quel mondo e poter così rimuovergli il casco senza causargli nessuno shock.

Il giorno dopo feci richiamare dalla mia assistente e appena gli proposi questa cura sperimentale subito accettarono nonostante li avessi avvertito della bassa probabilità di riuscita della cura e della lunga durata della terapia. Passarono mesi ed ormai Paolo e la sua famiglia si erano trasferiti nel mio studio per permettere a me e a mio figlio, che aveva deciso di aiutarmi su mia richiesta, di effettuare la terapia h24 per velocizzarne il completamento. In questi mesi spiegammo a Paolo che non poteva rubare i carrarmati e nessun altra cosa, non poteva puntare le armi e sparare a nessuno perché poi non sarebbe rinato e che chiamare attacchi nucleari su delle città non fosse una cosa comune. La parte più difficile fu spiegargli che non poteva salire sulla cima dei grattacieli con un salto o gettarsi giù da un aereo senza morire fino a quando non arrivò il giorno decisivo, era passato esattamente un anno da quando marco ed i suoi genitori erano entrati per la prima volta nel mio studio ed oggi avremmo fatto morire Paolo nel mondo virtuale e qualsiasi reazione avrebbe avuto gli avremmo tolto il casco VR.

Arrivarono giornalisti da tutto il mondo per questo momento ma non furono fatti entrare in sala, la tensione si respirava nell’aria oggi potevamo scrivere una nuova pagina di scienza o aver ritardato semplicemente la morte di Paolo, poggiai le mani sul casco VR provai a sfilarlo delicatamente ma il casco non si mosse, non avendolo tolto per un anno dovemmo usare un intera bottiglia di lubrificante e finalmente il casco inizio a muoversi, decidemmo in accordo con i genitori che avremmo tolto il casco rapidamente. Riafferrai il casco “3…………2………….1” sfilai il casco Paolo con uno scatto improvviso da sdraiato si mise seduto con un urlo fortissimo, poi richiuse gli occhi e si ricadde sul letto, i sorrisi che erano apparsi sul volto dei genitori scomparvero e nella sala calò il silenzio.

Passo qualche secondo che sembro durare un secolo, un silenzio surreale come se il tempo si fosse fermato, ma tutto ciò fu interrotto da una debole voce e appena la sentirono i genitori si girarono verso Paolo e lo videro con gli occhi aperti subito lo abbracciarono e scoppiarono in un pianto di gioia poi si girarono e abbracciarono me e mio figlio e pure noi scoppiamo a piangere la mia assistente corse nella sala d’attesa dove tutti i giornalisti aspettavano impazienti e alla notizia anche da quella sala si levò un urlo di gioia.

“A Milano una miracolosa cura sperimentale salva un ragazzo che un anno prima era rimasto intrappolato nella realtà virtuale” era questo il titolo del Corriere Italia del 13/05/2128