Un piccolo passo per (un) uomo di Concetta Nilo

Signor Armstrong mi sente?”

Signor Armstrong, l’operazione è finita come anche l’effetto dell’anestesia, riesce a sentirmi adesso?”

Sono confuso e disorientato, provo ad aprire gli occhi ma il bagliore giallo dei neon sul soffitto in corrispondenza della mia testa mi impedisce di aprirli completamente e così mi limito a socchiuderli; non ricordo nulla di quanto accaduto nelle ultime ore, però ricordo di trovarmi in ospedale per l’operazione di bypass coronario per liberare i condotti vascolari ostruiti nel mio corpo. I medici nella stanza sono quattro ma credo che durante l’operazione ne fossero di più, continuano a parlare tra di loro e nonostante sia solo un mormorio nelle mie orecchie rimbomba come se stessero suonando mille tamburi accanto alle mie orecchie. Abbasso il collo per controllare la ferita causata dall’operazione e mi accorgo di un medico che si trovava seduto su una sedia vicino al mio letto, provo a mettermi in una posizione più comoda ma appena mi muovo sento fitte lancinanti provenire dal petto e accenno smorfie di dolore sul volto. Ho un brutto presentimento, sento che stia per accadere qualcosa di brutto.

Posso vedere i miei figli?”

La mia voce un po’ rauca rompe il silenzio che si era creato in quella stanza d’ospedale e tutti i medici rimasti lì si girano verso di me e fanno un cenno d’approvazione, fanno entrare così i miei tre figli: Eric, Karen e Mark. Appena entrano in stanza noto subito le loro espressioni, felici e sollevate dell’esito positivo dell’operazione, rimaniamo solo noi quattro in stanza.

L’altro ieri sono andata a casa tua per fare un po’ di pulizie e in soffitta ho trovato questo tuo diario che hai scritto da giovane, ti andrebbe se te ne leggessi qualche pagina?” chiede Karen con una voce che è un misto fra allegria e scocciatura, io annuisco e tutti e tre prendono alcune sedie nella stanza e si siedono attorno al letto su cui sono steso. Karen prende il diario, con le mani toglie via la polvere dalla copertina verde scura e con macchie marroni ingiallite dal tempo, sfoglia le prime due pagine che erano vuote e inizia a leggere:

 

 

27 luglio 1955;

La guerra in Corea è terminata esattamente due anni fa ed io ho potuto dedicarmi interamente agli esami e finalmente, dopo 8 anni, posso dire di aver terminato i miei studi universitari presso la Purdue University e aver conseguito la mia laurea in ingegneria aereonautica. Forse sì, 8 anni sono tanti ma devo dire che le esperienze che hanno ostacolato il mio percorso di studi hanno aiutato molto la mia crescita sia lavorativa che psicologica, infatti ho avuto modo di partecipare al “Piano Halloway”, nell’ambito del quale, dopo due anni di studio, avrei potuto far parte del servizio militare per tre anni; e poi c’è stata la Guerra in Corea, nominata in precedenza, durata dal 1950 al 1953 alla quale ho partecipato come ufficiale nella United States Navy marina militare degli USA.”

Mentre Karen legge, i miei pensieri vanno proprio alla Guerra in Corea che è stata una delle esperienze più significative della mia vita. Fui chiamato alle armi in marina il 26 Giugno del 1949, dovetti andare a Pensacola per l'addestramento al volo. Il periodo di addestramento durò 18 mesi, durante i quali mi abilitai all’atterraggio sui portaerei USS Cabot e USS Wright. Il 16 agosto 1950, ormai ventenne, ottenni la qualifica di aviatore della marina statunitense.

Ricordo tutto di quella guerra, l’orrore, la devastazione, la morte, il sangue, i miei tentativi di dimenticare tutte queste cose spiacevoli sono stati vani, e di tanto in tanto continuano a riaffiorare alla mente nonostante siano passati più di cinquant’anni. L’abitudine ormai ha preso il sopravvento ed è diventato tutto un rumore di fondo. Rammento che svariate notti durante e dopo la guerra le ho passate in bianco, mi sedevo sulla sedia a dondolo nel portico di casa mia, piegavo la testa all’indietro rivolgendo lo sguardo verso l’alto a fissare cielo e l’immensità della notte ma quei brutti ricordi non accennavano a svanire, e per distrarmi mi piaceva immaginare che un giorno, quel buio e quell’immensità che solevo contemplare nelle notti insonni, l’avrei attraversata avverando il mio sogno: diventare astronauta.

La voce di Karen che continuava a leggere mi risvegliò dai miei pensieri e mi accorsi che aveva finito quella pagina e ne aveva iniziata un’altra:

 

 

 

28 ottobre 1963;

A marzo è finalmente iniziata la mia esperienza alla Edwards Air Force Base, inizialmente venivo incaricato di fare la scorta di volo ad alcuni velivoli sperimentali. Il 15 Agosto è avvenuto il mio primo volo a bordo di un aerorazzo: il Bell X-1B. Durante l'atterraggio, come accaduto già numerose volte in precedenza a causa dei problemi strutturali del velivolo, il carrello si è rotto e ammetto di essermi spaventato davvero tanto. Dopo ho pilotato il North American X-15, prendendone i comandi per sette volte prima del settembre 1962.”

E nuovamente mi persi nei miei pensieri, questa volta però ripensai a quando rischiai di morire in una serie di incidenti che successivamente sarebbero entrati a far parte del folclore della base Edwards, il primo dei tanti avvenne nell’aprile del 1926 quando era ai comandi di un X-15 mentre provavo un dispositivo di controllo automatico del velivolo, mi spaventai davvero tanto ma fortunatamente ne ripresi il e riuscii ad atterrare. Quattro giorni dopo fui coinvolto in un altro incidente mentre ero in volo con Chuck Yeager. Dovevamo valutare l’utilizzo del letto di un lago prosciugato per un eventuale atterraggio di emergenza di un X-15, ricordo che lui già sapeva che era inagibile, ma io insistetti a provarci e proposi un “Touch and go” ma le ruote del velivolo si bloccarono e dovemmo attendere i soccorsi. Ricordando questi episodi accennai un sorriso sul mio volto senza rendermene conto.

Perché sorridi?” mi chiese Eric, interrompendo la lettura di Karen.

Niente, niente.” risposi io mentendo.

Karen poi riprese a leggere, era arrivata alla mia pagina preferita di quel diario: L’allunaggio. Decisi di non distrarmi e sentire per filo e per segno ciò che avevo scritto e immaginare la scena di ciò che avevo vissuto come per riviverla nuovamente:

 

 

 

 

30 ottobre 1969;

Il 27 gennaio 1967, data tristemente nota per l'incidente dell'Apollo 1, ero a Washington D.C. con Gordon Cooper, Richard Gordon, Jim Lovell e Scott Carpenter per la stesura del trattato sullo spazio extra-atmosferico. La riunione durò fino alle 18:45 e al suo termine tornai nella mia camera d’albergo, aprii la porta e sul copriletto di seta rosso, intonato con il tappeto ai piedi del letto trovai una lettera che ricevettero anche coloro che si trovarono lì con me, nella quale c’era scritto di metterci in contatto con il Lyndon B. Johnson Space Center. Apprendemmo dunque della morte di Gus Grissom, Edward White e Roger Chaffee. Il 5 aprile 1967 ero in riunione con gli altri 17 astronauti per un incontro con Deke Slayton, che esordì dicendo noi: "I ragazzi che voleranno nelle prime missioni lunari sono i ragazzi in questa stanza". La riunione proseguì con Slayton che spiegò nei dettagli gli sviluppi del progetto, venni inserito nell'equipaggio di riserva della nona missione Apollo, che a quello stadio di sviluppo era programmata come missione in orbita terrestre media per il test del Modulo Lunare Apollo e del modulo di comando combinati insieme. A causa dei ritardi accumulati nella progettazione e costruzione del modulo lunare, l'ottava e la nona missione furono invertite. Così mi trovai ad essere riserva per l'Apollo 8, in accordo allo schema di rotazione degli astronauti adottato dalla NASA per le missioni Apollo, mi trovai al comando della missione Apollo 11.

Dopo il ruolo nell'equipaggio di riserva dell'Apollo 8, Slayton mi offrì il comando dell'Apollo 11 il 23 dicembre del 1968. L'allunaggio avvenne alle 20:17:39 UTC del 20 luglio 1969. La prima frase che comunicai al controllo missione dopo l'atterraggio fu «Houston, Tranquillity base here, the Eagle has landed» (Houston, qui Base della Tranquillità. La Eagle è atterrata). Io e e Aldrin celebraammo il momento con una vivace stretta di mano.

Quando fummo pronti per scendere dal modulo di atterraggio, depressurizzarono la Eagle, aprimmo il portello e mi avviai per primo sulla scaletta. Ero in preda all’ansia ma molto emozionato, sarei stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna, mentre ero in cima alla scaletta dissi: «Sto scendendo dal LEM ora». Posai il piede sinistro sull'ultimo scalino e dissi «That's one small step for (a) man, one giant leap for mankind» (“Questo è un piccolo passo per (un) uomo, un gigantesco balzo per l'umanità”). Rientrati nel modulo lunare sigillammo il portello, il LEM si ricongiunse in orbita lunare con il modulo di comando Columbia sul quale era in attesa Collins. Tornammo dunque sulla Terra ammarando nell'Oceano Pacifico e venendo recuperati dalla USS Hornet. Dopo essere stati in quarantena 18 giorni come misura di sicurezza contro eventuali malattie infettive che potevamo aver contratto sulla Luna, fummo portati in trionfo attraverso gli Stati Uniti e il resto del mondo in quello che venne chiamato "Giant Leap Tour" di 45 giorni. “

 

Mentre Karen leggeva avevo chiuso gli occhi e viaggiato con la mente fino a ritornare in quei momenti per riviverli. Rammento di aver scelto la frase “Questo è un piccolo passo per (un) uomo ma un grande passo per l’umanità” dopo averci pensato durante il lancio e nelle ore successive all'allunaggio. Riconosco di aver dubitato molto sull’esito della missione, infatti credevo avessimo solo il 50% di probabilità di successo, ma sono sempre stato sollevato, estasiato ed estremamente sorpreso del fatto che avessimo avuto successo.

Papà qual è la cosa che più ti ha spinto a diventare astronauta?” dice improvvisamente Mark.

Confesso che la cosa che più di tutte mi attira e mi ha spinto a diventare astronauta è stata la mancanza di gravità nello spazio e sulla Luna, anche se essendo precisi la gravità c’è sempre siccome il campo di gravità della Terra si annulla soltanto a distanza infinita dalla Terra, cioè mai.

Nel viaggio dalla Terra alla Luna i motori dell'Apollo erano sempre spenti, salvo per piccoli brevissimi ritocchi della traiettoria, tutto il resto lo fa la forza di gravità. Dalla Terra alla Luna l'Apollo, dotato di sufficiente velocità iniziale "cade" continuamente verso la Luna, attratto dalla sua forza di gravità, o degli altri pianeti.” risposi io. Mi è sempre piaciuto parlare di queste cose con loro e mi fa piacere quando mi rivolgono domande sul mio vecchio mestiere, spero che almeno Mark, aspirante astronauta possa seguire le mie orme.

Rimanemmo tutti in silenzio quando la porta si aprì ed entrò il dottore, il tempo per la visita era scaduto, i miei figli dovevano uscire dalla stanza. Tutti e tre si alzarono e mi salutarono raccomandandomi di riprendermi presto, insieme a loro uscì anche il dottore che si chiuse la porta alle spalle.

Pochi minuti dopo, il brutto presentimento che avevo riaffiorò, i macchinari a cui ero collegato cominciarono a fare suoni strani ed io cominciai a sentirmi male, ero nel panico e non riuscivo a chiedere aiuto poiché non mi usciva voce. In quel momento capii che l’operazione non era andata bene o non avesse funzionato, ero consapevole che la mia ora fosse ormai arrivato e così chiusi gli occhi in attesa della mia fine.