Sul limitare del nulla di Ludovica Giovine

Mentre guardo il vuoto oltre il parapetto, mi sento viva e vera per la prima volta dopo mesi. Sono stata stanca talmente a lungo che adesso sentire tanta energia scorrermi nelle vene e rendermi di nuovo viva è forte, e terribile. Sono arrivata fino a qui con la determinazione che mi ha fatto scegliere il giorno più adatto e dormire questa notte senza paura, ma solo calma: essere adesso davanti al vuoto e sentire il mio corpo riprendere a respirare e percepire di nuovo la bellezza del mondo è terribile. Quanta stanchezza e quanta fatica si prospettano nei miei giorni a venire, al di qua del parapetto!

Non è il mio corpo, né ciò che scorre in esso, l’unica cosa a distrarmi dal vuoto. Non solo le cellule, i tessuti, gli organi che lo compongono, non solo l’acqua, le vitamine, i glucidi, i lipidi, i sali minerali e le proteine. C’è il parapetto, che mi appare formato da mani che si stringono fra loro: alcune le riconosco senza sforzo, altre dopo minuti, all’improvviso mentre scorrono i pensieri.

Vedo quelle di Olivia, forza senza barriere che tremano per il timore. La sua pelle è ambrata, e ne ho sempre invidiato la bellezza: ho desiderato a lungo che i miei melanociti potessero all’improvviso produrre più melanina e regalarmi una pelle più scura, sintetizzando il pigmento che assorbe le radiazioni ultraviolette: la melanina. Sanno bene gli albini quanto questo tesoro sia desiderabile, dal momento che, come si suol dire, non si capisce l’importanza delle cose fino a quando non ne si viene privati; io, d’altra parte, ho desiderato davvero di possederne un po’ di più fino a quando non mi sono resa conto che ciò non avrebbe cambiato le cose.

E’ stato all’incirca un mese fa, una folgorazione improvvisa mentre mi rigiravo fra le dita senza convinzione l’anello che Silvia si era tolta per un momento, lei che non lo abbandona mai: ero persa nei miei pensieri seguendo il reticolo cristallino del carbonio secondo la struttura tetraedrica che compone il piccolo diamante che brilla incastonato, costellando il cielo di atomi che, essendo legati gli uni agli altri, rendono il diamante instabile dal punto di vista termodinamico ma stabile dal punto di vista cinetico. Il carbonio dovrebbe sì trasformarsi interamente in grafite, ma i legami impediscono la traslazione fra gli atomi e il diamante nasce metastabile: letteralmente, qualcosa che è in condizione di parziale o temporanea instabilità, o di precaria stabilità. Come me, mi sono ritrovata a pensare. E in un momento mi sono sentita libera di scegliere la mia stabilità, di cercarla da sola senza nessuno ad aiutarmi perché, se il diamante è il minerale più duro che si conosca, io sarei diventata dura come il diamante. Forse, così, qualcuno mi avrebbe vista.

La mia decisione mi ha portata a un parapetto spalancato sul vuoto, a ripercorrere tratti della mia vita tanto odiata: forse non è stata la scelta giusta. Me ne rendo conto e al contempo ne dubito con una lucidità e una freddezza che mi ricordano Marco. Basta il nome, per farmi venire la pelle d’oca: lo rivedo arrabbiato come tante volte l’ho scorto nei corridoi a scuola, quando avevo paura di ciò che avrebbe potuto farmi se mai l’avessi incontrato da sola –allora temevo ancora molte cose-; lo rivedo indifferente, lontano e freddo come si è dimostrato nel momento in cui, da sola, l’ho incontrato davvero. Non sono ancora riuscita a capirlo fino in fondo: minaccioso com’è arrivato, così quella volta se n’è andato, senza una parola, per poi presentarsi in un intervallo con lo sguardo e la voce lontani, quasi non si trovasse veramente lì. Quel ragazzo mi inquieta; lo fanno i suoi occhi, i suoi modi di fare e di parlare e il tatuaggio che gli macchia l’avambraccio destro: un grande occhio spalancato, nero. Dopo la prima volta che l’ho visto ne sono stata ossessionata per qualche giorno, tanto da fare le mie ricerche e scoprire che è proprio il nostro corpo a rendere i tatuaggi permanenti nel tentativo di difendersi: l’inchiostro penetra nel derma, lo strato più profondo della pelle, e il sistema immunitario reagisce, interpretando le punture degli aghi come tante piccole ferite; i macrofagi e i fibroblasti inglobano l’inchiostro ma, non riuscendo a eliminarlo, semplicemente lo lasciano lì, come il dolore: non scompare, semplicemente si mette da parte e si finge di non sapere che esiste. Un po’ dell’inchiostro finisce nello strato superiore della pelle, e anche quello ancora contenuto nei fibroblasti continua a rimanere sotto l’epidermide, perché queste cellule, morendo, sono inglobate da cellule più giovani: il corpo perde la sua battaglia contro l’inchiostro, il cuore perde la sua battaglia contro il dolore.

All’improvviso mentre scorrono i pensieri, riconosco un altro paio di mani: affusolate, dalle dita lunghe ed eleganti, non possono che appartenere a una persona gentile, a occhi che sanno vedere nel cuore. Sorrido, associando a questa descrizione Marika e i suoi occhi che brillano come stelle: vi si possono vedere galassie, costellazioni, stelle cadenti e, talvolta, persino i minuscoli pezzettini di polvere e roccia che ne causano le scie luminose: i meteoroidi che cadono dallo spazio nella nostra atmosfera e qui bruciano per l’attrito. Ho espresso davvero tanti desideri guardando nei suoi occhi, continuando inspiegabilmente a pensare che, forse, si sarebbero avverati.

I desideri che non hanno mai visto la luce sono tanti, e quelle mani sono qui per ricordarmelo, per ricordarmi che i diamanti si rigano ma non si spezzano, che il dolore può essere superato, per ricordarmi che in ciascuno di noi c’è una bellezza da trovare che però, senza tensione, non si può nemmeno iniziare a cercare. Quelle mani sono tutti gli amici e le persone che ho sempre avuto intorno ma che ho ritenuto abbandonarmi proprio quando invece ero io a non vedere le loro mani tese, i loro sorrisi, le loro presenze silenziose. Sono dovuta salire sul tetto di un palazzo e pensare di buttarmi per realizzare la verità che prima i miei occhi ciechi mi impedivano di vedere; sono dovuta arrivare a sfiorare la Morte per voltare lo sguardo e accorgermi che incrocia sempre quello di qualcun altro, che non è mai stato e mai è solo; ho dovuto dire addio alla mia camera senza rimorso per rendermi conto che non ho il coraggio di saltare. Mi sono messa davanti alla fine della mia vita senza paura, quasi con felicità, e adesso mi accorgo di essere felice di aver ritrovato fiducia: in me, in coloro che mi circondando, nel mondo.

Se Olivia fosse qui, mi direbbe che dai propri sbagli si impara sempre: non è una possibilità, è un dato di fatto. Voltando le spalle al vuoto, non posso far altro che silenziosamente darle ragione.