Ritorni dal passato di Maria Luigia Buccolieri

Marco guardò l’orologio da polso che gli aveva regalato il padre per il suo sedicesimo compleanno: era ora di tornare a casa, avrebbe dovuto correre, il padre non perdona i ritardi.

19.50. La distanza tra la biblioteca e la casa di Marco era di circa un chilometro, a passo normale ci avrebbe impiegato circa 15 minuti, ma aumentando la sua velocità, ci avrebbe messo 10 minuti, arrivando giusto in tempo per la cena delle 20.00. Tutto questo era giusto perché per Marco la matematica e la fisica erano tutt’altro che un’opinione e i calcoli a mente erano il suo forte.

Ma per il padre, la sua passione non era degna di una famiglia di notai, il cui studio si tramandava di padre in figlio ormai da tre generazioni. Marco aveva perso ogni speranza di riallacciare un rapporto con il padre, ogni speranza di poter vivere serenamente in casa e di essere apprezzato con i suoi difetti e i suoi pregi, matematica compresa. Dopo la morte della madre, la situazione non aveva fatto altro che peggiorare: il padre chiuso nel suo studio dalla mattina alle sette fino all’ora di cena, Marco fuori di casa fino alla stessa ora; a cena l’unico a parlare era il nonno, ormai vecchio e malato, che parlava di ciò che accadeva in tv, incosciente del freddo legame tra i due. Qualche volta era la cameriera a interrompere il brutale silenzio. Marco, nel frattempo, sperava che la cena terminasse al più presto possibile, era il momento che odiava di più. Fortunatamente ogni giorno a scuola, Marco poteva contare sull’aiuto del professor Bianchi, docente di matematica e fisica al suo Liceo, espertissimo in informatica e coltivatore di talenti, che apprezzava il suo impegno e la sua dedizione nelle sue discipline.

Ma al fianco di Marco, in ogni occasione c’era Alessia, bella e frizzante, piena di idee e appassionata di informatica, che oltre ad essere la sua migliore amica, era una delle talentuose ragazze apprezzate dal professor Bianchi.

Marco arrivò a casa, erano le 19.59, bussò e la giovane cameriera venne ad aprire e gli comunicò che la cena era pronta e che il padre lo stava aspettando già seduto a tavola. Marco si precipitò, salutò e augurò buona cena al padre e al nonno. Ci fu silenzio, come sempre.

Dopo cena Marco corse in camera e accese il computer per continuare la sua relazione sulla Teoria delle Stringhe che stava approfondendo con Bianchi, secondo cui il mondo non è tridimensionale, ma formato da dieci dimensioni, che si presentano sotto forma di corde vibranti nei quark, le più piccole particelle subatomiche, dette stringhe. Esse producono energia, e se si riuscissero a manipolare, si potrebbe creare la materia di cui si ha bisogno. La sua concentrazione fu interrotta da uno strano messaggio di Alessia:

“Dobbiamo vederci il più presto possibile, c’è un caso urgente da risolvere.”

Rispose: “Sai che non posso uscire dopo le 20.00 in settimana.”

“Vediamoci sotto il pino del tuo giardino tra 15 minuti.”

“Ehi, sono qui dietro” disse Alessia.

“Cosa sta succedendo?”

“La mia migliore amica, Laura, sta ricevendo strani messaggi da un profilo in incognito su Facebook, il nome del profilo è Ignazio Guardiola e ha solo foto di Bob Marley, crediamo, quindi, che sia un profilo falso”.

Marco guardò gli screenshoots sul cellulare dove erano stati salvati i messaggi: dopo i saluti, Ignazio, cominciava a offenderla, dicendo che da sempre si era comportata male, fin dalle elementari, quando cercava di raccontare le ingiustizie alla maestra.

“Marco, dobbiamo assolutamente rintracciarlo, perché sta continuando su questa strada e si è spinto oltre, offendendo il corpo di Laura e la sua famiglia”.

“Si, assolutamente, non voglio che si ripeta ciò che è già successo, dobbiamo avvisare anche la Polizia Postale e il professor Bianchi che sicuramente potrà darci una mano”.

Laura era stata in classe con Marco alle elementari, ma non erano mai stati molto amici, anche se indubbiamente era una brava ragazza; con Alessia si erano conosciute alle scuole medie e la loro amicizia era continuata anche dopo, nonostante Laura frequentasse una scuola diversa. Più volte era stata vittima di bullismo, in particolar modo per il suo aspetto fisico, era, infatti, grassottella, ma nel complesso era una bella ragazza, soprattutto intelligente. Era diversa dagli altri, si interessava di libri e di poesia, di storia, non di youtuber e di rap ed era sempre tra i migliori studenti in classe e, proprio l’invidia, forse, scatenava reazioni violente.

Decisero di riparlarne il pomeriggio seguente e si salutarono.

Marco, non riusciva a concentrarsi sulla relazione, era distratto dai mille pensieri su Laura. Ignazio, era sicuramente qualcuno della sua classe alle elementari visto che conosceva i comportamenti di Laura da bambina, si restringeva così il campo di ricerche. Erano 30 bambini in classe e non li ricordava neanche tutti, lasciò interminata la relazione e cercò una foto di classe di quinta elementare: i volti li ricordava tutti, i nomi un po’ meno, con alcuni addirittura ci aveva parlato all’incirca tre volte in cinque anni, come poteva pretendere di ricordare il nome? Serviva, perciò l’aiuto di Laura. Cominciò, nel frattempo, a segnare i nomi e a investigare sul Profilo di Ignazio Guardiola.

Si svegliò a notte fonda con la testa sulla tastiera del portatile e si ricordò dell’equazione di rendering. Un' unica, semplice, elegante equazione per spiegare tutto*  (Marsh, 2014), e per trovare il colpevole. L’equazione di rendering è utilizzata nella programmazione dei computer per gestire e modificare la grafica dei computer ed è basata sul principio di conservazione dell’energia, cioè il principio secondo il quale in un sistema isolato, la quantità totale di energia non varia nel tempo, nonostante essa possa trasformarsi. Se Alessia e Bianchi, fossero riusciti a localizzare il computer, Marco sarebbe riuscito a modificare la grafica del computer utilizzato e avrebbe individuato al cento per cento il computer del colpevole, o per lo meno la postazione del colpevole, se il computer fosse stato di un luogo pubblico e accessibile a chiunque.

Il pomeriggio successivo Alessia e Marco, con gli altri ragazzi del gruppo di ricerca, stavano aspettando il professor Bianchi, che stranamente stava tardando. Dopo circa un quarto d’ora entrò in classe, allegro come sempre e carico di buste piene di materiali per gli esperimenti, si scusò dicendo che era stato fermato dal preside che gli voleva parlare di una nuova possibile ricerca, ma non fece cenno alla tematica. Controllando le relazioni, Bianchi si accorse che né Alessia né Marco, i migliori del corso, l’avevano completata e gli sembrò sospetto, ma fece finta di niente davanti agli altri studenti, come era suo solito. Alla fine delle lezioni, stava per chiedere di restare ai due, ma non ce ne fu bisogno, visto che non aspettavano altro che chiarire la situazione con il prof.

“Prof, c’è un motivo valido se non abbiamo terminato la relazione, ed è molto serio, abbiamo bisogno del suo aiuto, assolutamente” disse Marco.

“Ditemi di cosa si tratta”. Alessia cominciò a illustrare la situazione, a mostrare i messaggi e a spiegare che l’amica era già stata vittima di bullismo. Il professore si fece serio e assunse un espressione pensante e dopo qualche minuto prese in mano la situazione e disse che aveva già in mente un piano ma che doveva perfezionarlo nel clima stimolante del suo studio privato. Si diedero appuntamento il giorno dopo e ognuno avrebbe dovuto portare il proprio piano.

Lontani da scuola, Alessia e Marco decisero di fare visita a Laura e il ragazzo, quindi, approfittò della situazione per chiedere tutti i nomi dei compagni delle elementari, aveva, infatti, portato con sé la foto. Arrivati, Laura era sorpresa di vedere Marco, ma si sentì subito a suo agio. Raccontò che Ignazio stava continuando a denigrarla e che scriveva sempre nelle stesse fasce orarie. Dai suoi ritmi, sembrava uno studente. Informò i due che aveva denunciato l’accaduto alla Polizia Postale, la quale gli aveva promesso di fare di tutto pur di trovare il colpevole nonostante la difficoltà a rintracciare i gestori dei profili Facebook, a causa delle numerose autorizzazioni richieste dal social network. Individuarono, inoltre, molti compagni in foto, molti dei quali si erano trasferiti o non vedevano proprio da quell’ultimo giorno in cui era stata scattata la foto. I sospetti si ridussero ad una cerchia di ragazzi e ragazze che erano scontrosi e antipatici nei confronti di Laura.

Il piano del professor Bianchi di localizzazione attraverso un virus, arricchito dalle idee dell’equazione di rendering e dall’idea del virus del Cavallo di Troia di Alessia, stava portando i suoi frutti. Dovevano inviare in risposta a Ignazio un link di un programma per i giochi da installare, a cui Ignazio sembrava interessato. In realtà esso era il virus, che come il cavallo di Troia ideato da Ulisse, sarebbe entrato con il consenso dell’utente nel computer, attraverso l’installazione. Dopo l’installazione, era possibile localizzare il computer ed entrava in gioco l’equazione di rendering che andava a colpire, mediante l’indirizzo IP, il sistema di gestione file, che modificava la grafica.

Ignazio, da grande appassionato, scaricò immediatamente il gioco, e a quel punto fu un gioco da ragazzi. Dopo circa due ore, il computer era stato localizzato ed era ancora in uso al momento dell’individuazione. Era un computer della biblioteca comunale. Alessia e Marco telefonarono a Laura per informarla della bella notizia e intanto si precipitavano verso l’auto del professor Bianchi, che li avrebbe portati in biblioteca. Arrivati, secondo lo smartphone di Marco, il computer era ancora in uso. Osservarono ogni computer, ogni grafica, fino a che non arrivarono in fondo alla grande stanza: la grafica era sui colori viola e celeste, impostati da Marco e c’era un ragazzo al computer collegato proprio su Facebook con l’account di Ignazio.

Marco lo conosceva, non faceva parte dei sospettati, ma era anche lui in quella foto. Il meno sospetto, il meno appariscente, il più calmo e il più timido della classe. Era lui, proprio lui, Tommaso Fraschi, ragazzo silenzioso e difficilmente riconoscibile quando lo si incontrava nei corridoi della scuola. Aveva pochi amici, anzi, si potrebbe dire nessuno, tranne qualche compagno di classe con cui si scambiava pareri sui videogiochi. Marco capì immediatamente perché faceva il bullo nascosto dietro la roccaforte dei network: era frustrato, la madre, professoressa di lettere e scrittrice, voleva che il figlio diventasse come lei, il padre, menefreghista ed egoista, della vita del figlio sapeva ben poco. Pressato dalla madre, nel suo sordo silenzio nutriva rabbia e invidia verso i suoi compagni bravi e di successo, che lo rendevano poco apprezzato dalla madre, che si aspettava da lui risultati brillanti dopo pomeriggi interi sui libri. Quei pomeriggi per Tommaso non erano mai esistiti. Lui odiava la scuola. Odiava gli insegnanti. Odiava le loro discipline. Odiava i compagni. Odiava la madre.

Dopo l’arrivo della Polizia e di tutta la famiglia di Laura, Tommaso fu arrestato, davanti agli occhi increduli della madre, che si strappava i capelli, e allo sguardo freddo e distaccato del padre. Le indagini della Polizia, a cui collaborarono anche i tre geniali investigatori, rivelarono che Laura era stata l’unica della lunga lista di vittime di Ignazio, o meglio, Tommaso, ad avere il coraggio di denunciare e come aveva ben intuito Marco, erano tutti ottimi studenti e ottime persone.

Ore 20.00. Il padre di Marco lesse nella prima pagina di una edizione speciale del giornale locale: “Due giovani prodigio riescono a smascherare il bullo di cui era vittima l’amica”. Marco bussò e la cameriera andò ad aprire come di consueto. Stranamente il volto del padre si aprì in un sorriso. Non era rivolto verso il figlio, ma verso la pagina di giornale, dove però appariva Marco, insieme al professore Bianchi e alla sua amica Alessia, mentre riceveva una medaglia d’onore dal sindaco della città. Marco si sedette a tavola contento quella sera e a rompere il silenzio non fu la cameriera, ma il padre. Disse: “Sono fiero di te”. Lo abbracciò, facendo emozionare Marco. Aggiunse: “La scienza salva, ma è dura accettarlo per chi come me non ha mai avuto modo di conoscerla bene”.