Parabolica-mente di Chiara Martinetto

«Credici, credici sempre, perché hai talento».
Queste sono le parole che mi riecheggiano nella mente, mentre cerco di non svenire sulla linea di tiro. Dell’ultimo tiro.
I numeri sul tabellone continuano a scorrere, 88, 87, 86... e intanto penso alla mia serie: piedi semiaperti, schiena dritta, braccio alto e arco perpendicolare al terreno. Prendo un respiro per rimanere in apnea fino quando non riesco a scoccare la freccia. E poi...
Il mio è un arco nudo. Questo vuol dire che non ha un mirino e per misurare le distanze devo fare mille prove e moltissimi salti mortali. Si tratta di un arco essenziale, di quelli che porteresti con te nella giungla a caccia di qualunque cosa, sapendo che di lui ti puoi fidare e che non ti tradirà, perché è una parte di te.
Non è stato facile cominciare a tirare con l’arco. Lui ha voluto entrare subito nella mia vita, ma io non ero convinta. Non sapevo se e quale spazio dargli, non capivo dove mi avrebbe portato, non sopportavo, diciamola tutta, di restare sola con lui tanto tempo perché lui aveva tutta l’aria di conoscere me, mentre io di lui non sapevo nulla.
Così ho frequentato per un po’ la palestra, giusto per entrare in confidenza e poi, col bel tempo e le vacanze estive, ho deciso di concedergli tempo all’aria aperta, dove diventare amici è più facile e dove imparare è decisamente piacevole.
«Ricorda: i millimetri a lunghe distanze diventano centimetri».
La prima regola! Eh sì, devi avere molta precisione e una calma che definire olimpica è davvero appropriato, cose che, preda dell’ansia, troppo spesso dimentico. E allora serve chi me le ricordi.
Matteo è il mio coach. Per motivi a me assolutamente sconosciuti, ritiene di essere l’Eraclito del 2000. Io non lo scoraggio, anche perché la sua serafica saggezza mi tranquillizza nei momenti difficili. E non mi basta un racconto per dire quanti ce ne sono.
In allenamento mi ripete insistentemente: «Se non speri non troverai l’insperato!». Al che, francamente, non ho mai saputo cosa rispondere: la mia speranza di fare centro non sempre coincide con il risultato sul tabellone. All’inizio pensavo che questo fosse solo un dettaglio, ma ho scoperto che in gara i punti contano.
A contrapporsi fortemente alle idee del fiero coach c’è Fabrizio, il mio stimato professore di fisica che passa le giornate a misurare la velocità con cui camminare per non fare tardi sulla sua tabella di marcia.
«La fisica è alla base di ogni movimento naturale, noi siamo il “panta rei” della situazione».
È sempre stato difficile conciliare le due idee, infatti spesso Fabrizio e Matteo sono in pieno conflitto.
In allenamento ho provato più volte a scoccare frecce a distanze molto ampie, nessuna però è mai andata a buon fine.
«I cercatori d’oro scavano molta terra, ma ne trovano poco».
Questa è una delle frasi che Matteo continua a ripetere insieme a: «Se vuoi raggiungere i sessanta metri, prova a puntare con la freccia ai cavi della rete elettrica», come se dovessi cercare di uccidere qualche piccione che vola a bassa quota.
Ripensandoci questo potrebbe essere uno spunto di riflessione per la vita. La parabola di una freccia. Sì, esistono molte parabole, quelle della Bibbia, quelle per guardare la televisione, ma chi aveva mai pensato a una parabola della vita?
La parabola della vita inizia semplicemente attraverso l’imposizione di un obiettivo. Ovviamente da subito ci imponiamo obiettivi elevatissimi, dunque il bersaglio è molto distante e di conseguenza la parabola deve essere più ampia. Si tende sempre a puntare in alto per arrivare lontano, ma molto spesso questo comporta il fatto di perdere di vista i propri obiettivi e mancarli. Se miro alla punta del pino più alto nella pineta che costeggia il campo, non riesco a vedere il bersaglio e sicuramente non riuscirò a centrarlo.
Da subito la vita ti consiglia, dunque, di procedere a piccoli passi, a porti cautamente degli obiettivi fino a raggiungere “la massima aspirazione”.
A scuola ci insegnano molte cose: la mucca fa “muuu”, 2 + 2 = 4, un sacco di poesie come «M’illumino d’immenso», ma soprattutto… ci spiegano che tutto ciò che riusciamo ad apprendere è applicabile alla vita.
Prendiamo ad esempio il moto parabolico. Molti pensano ad esso come il moto di un proiettile, ma si applica benissimo al lancio della mia freccia.
Penso che la cosa più bella del tiro con l’arco, sia guardare il volo della freccia. Quei meravigliosi velocissimi istanti in cui si intravede la curva che percorre il moto parabolico e si assapora l’attesa del risultato. Sì, proprio come nella vita, quando dopo che hai fatto del tuo meglio, capisci che qualcosa di buono arriverà, non importa quanto grande, ma sarà qualcosa di tuo che nessuno potrà toglierti. Questo è il volo della freccia, il sibilo nell’aria che ancora nessuna equazione ha descritto ma che porta là, al centro del bersaglio, dove ogni cosa si ricompone dopo essere diventata atomi di aria, fuoco, acqua, terra… Oddio, ancora Eraclito nelle orecchie!!
Ovviamente più lontano è il bersaglio più il volo è visibile. Come dire che più fatica fai, più godi la bellezza del risultato… Beh, magari non è sempre così, ma il valore della fatica è un’altra di quelle cose che deve finire là, al centro del bersaglio, inchiodata da una mia freccia.
Molto spesso, tirando con arcieri professionisti, mi sono resa conto che il mio arco è veramente poco potente, e anche io. La forza iniziale. Già, la mitica Fi che sta alla base di tutte le risultanti e diventa una componente decisiva per stabilire il quando e il come del moto uniforme. Ebbene, la mia Fi è pari a 24 libbre, praticamente l’equivalente del peso di una confezione d’acqua senza neanche le bollicine. Una pappamolla o, come dice il mio coach, una situazione migliorabile. Migliorabile sì, visto che gli arcieri più dotati hanno una portentosa Fi da 60 libbre! Che parabola secca, essenziale, potente e scintillante quella delle loro frecce. Quasi una linea retta. Se provi a seguire la loro traiettoria ti sembra di vedere l’arcobaleno, gli atomi dell’aria tagliati in infinite fettine colorate che di nuovo vanno tutte là, a ricomporsi sul bersaglio.
Invece la parabola delle mie frecce è alta, ampia. Non si vede l’arcobaleno, al massimo una luce bianca, così, senza il prisma che la scompone nei suoi meravigliosi sette colori. Vedendo le altre frecce prendere il volo velocemente, mi rattristo. E allora, con buona pace di Eraclito, subentra l’insegnamento della fisica che mi avvicina in modo decisivo al razionale. La forza con cui vengono scoccate le frecce altrui è notevole, quindi le parabole sono più basse e, di conseguenza, la velocità aumenta e la composizione dei due moti diventa meno complessa da analizzare. E così scagliare le frecce diventa una questione di testa, di numeri, di incocco, respiro e scocco, senza tralasciare il fatto che questa visione matematica della faccenda salvaguarda anche il mio naso, non di rado immolato sull’altare del sogno e vittima di una corda assai ben tesa e poco incline alla speculazione.
La mia speranza più grande a distanze elevate è quella di raggiungere il paglione, e per farlo molte volte sono costretta a perdere di vista il bersaglio. Già, il paglione. Questa specie di monumento alla speranza degli arcieri, questa sorta di muro di paglia che altro destino non ha se non quello di assistere senza espressione al flagello del bersaglio che ha il compito di reggere. Bene, se un arciere non centra il paglione, non c’è filosofia né fisica che tenga. Subentra uno stato di catalessi e misurata preoccupazione per tutto ciò che si trova al di là e nei dintorni di esso, animato o inanimato, non importa. È proprio in questi momenti che ti appelli alla forza di gravità e la supplichi di agire velocemente su quell’ordigno incontrollato che ha vergognosamente mancato il paglione. Ed è in questi momenti che impari a raccogliere con noncuranza la tua freccia conficcata nell’innocente terreno, mentre tutti gli altri arcieri stanno raccogliendo le proprie dai bersagli.
A cosa penso quando devo entrare in gara? Nella mia mente continuano a vagare tanti pensieri e calcoli che Fabrizio mi ha insegnato per cercare di raggiungere il mio obiettivo. Esatto, molto spesso tirare è così rilassante, molti pensieri ti rimbombano in testa.
Mi ricordo ancora il mio primo allenamento nel bosco curato dalla mia associazione sportiva con l’onnipresente coach. Vari bersagli di varie dimensioni a varie distanze.
«Bisogna andare a occhio per valutare la distanza del bersaglio».
Mi venne subito in mente la gittata del moto parabolico.
«Io di solito cerco punti di riferimento. Altrimenti dividi a metà la distanza, poi la dividi ancora… no, non so spiegartelo, vai a occhio che fai prima».
Diciamo che il mio coach è un filosofo splendido, un Eraclito post litteram se vogliamo, ma la matematica non è proprio il suo forte.
Dove eravamo rimasti? La gara, giusto. Tanti colori, arcieri, archi, frecce, tanta paura e tanta tensione, che quella della corda del mio arco sembra ridicola al confronto. La linea di tiro, i paglioni con le visuali affisse, i cerchi concentrici, altri colori che vogliono dire punti, e tu. Da sola. Col tuo arco. Contro nessuno ma in lotta con te stessa, con tuoi traguardi e con il tuo essere. Ovviamente quando finalmente tutti i pensieri e complessi che ti sei fatta lasciano spazio alla concentrazione… con la coda dell’occhio guardi il tempo e… 25, 24, 23… porto la mano al viso e zac... scocco la freccia.
La freccia lascia la sua sede, e come nei rallenty dei film inizia a volare. La parabola è inclinata perfettamente, la velocità pare costante e il vento non soffia.
Questa è la freccia decisiva. Potrei raggiungere il primo gradino del podio, se solo quella freccia facesse un centro perfetto.
Siamo tutti con il fiato sospeso, quando sul tabellone compare il risultato dell’ultima freccia…
«10».
Il mio coach corre giù per gli spalti con la sua solita foga tanto che rischia seriamente di ruzzolare.
«E anche oggi “panta rei”!», esclama.
Ovviamente dall’alto si sente anche Fabrizio che esulta urlando: «Il moto parabolico, serve nella vita!».
E io sorrido. Sono contenta per loro che mi hanno insegnato tanto e tanto devono essere ripagati. Sarà proprio a loro che non dirò mai che quella freccia non l’ho scoccata per vincere, non per la medaglia, non per il podio. Ma per quell’irrefrenabile lotta con me stessa che mi spinge a radunare là, nel centro del bersaglio, tutto il bagaglio di pensieri, sensazioni, visioni, sentimenti, che nessuno mi ha mai insegnato a chiamare anima.