Ognuno ha dei limiti di Cristian Gagliardini

Bizzarro che una storia cominci in un luogo privo di una qualsiasi pulsione di vita. Ma è qui, in una distesa di relitti e rottami, abbandonati alla loro quiete incrollabile sotto il sole rovente, che inizia, come distogliesse un corpo dal suo moto inerziale. È il silenzio a dominare l’atmosfera, il silenzio più assoluto: è un angolo di mondo dimenticato da tutto e da tutti. Cumuli di oggetti in leghe di metallo, di ogni genere, alcuni luccicanti per la luce riflessa del sole, altri opachi, alcuni lisci e piatti, altri deformi e memori di un passato da componente perlomeno riconoscibile in una funzione. È il paradiso, o l’inferno, dello scarto, di ciò che ha adempito ai suoi compiti e trova riposo eterno, ferma la sua corsa per il pianeta in un punto, un punto in uno spazio immenso, un punto dimenticato dall’esistenza. Dunque, qui chiunque avrebbe una storia da raccontare. O meglio, qualsiasi cosa.

Può accadere per qualche caso che l’equilibrio venga momentaneamente rotto, per poi tornare allo stato iniziale. Ed è così che un organo di collegamento formato da una testa e da un'asta totalmente o in parte filettata, generalmente definito bullone, da coricato su uno di quegli ammassi di materia informe, cadde, mosso forse da una folata di vento improvvisa, o dall’espansione del metallo per il calore, e dopo un capolino di qualche metro andò a trovar nuovamente pace sul cofano di una vecchia auto d’epoca, segnata dal tempo e da una serie di ammaccature tutt’altro che lievi. Dava segno di aver passato certamente tempi migliori, un gioiello della strada, quando ancora la teneva. Parrebbe strano un dialogo fra oggetti apparentemente inanimati? Non qui.

Dunque fu il bullone ad aprire un dialogo con il relitto della vettura:”Non sembri avere una bella cera...”

“Vorresti tu ritrovarti incastrato qui, sepolto da cumuli e cumuli di metallo, schiacciato in una morsa unica e perenne?”

“No, a dire il vero no, ma non ce la passiamo meglio noi altri; non ricordo da quanto sono qui e neanche mi interessa più. Non posso che rimanere passivo alla mia condizione.”

”È vero, anch’io preferirei dimenticare tutto, esser capace di restare impassibile di fronte al tempo che avanza inesorabile, consumandomi sempre più.”

“Cos’avresti da dimenticare? Un’auto di tale fattura può avere avuto solo un passato da padrona della strada, percorso chilometri e chilometri sull’asfalto di tutto il mondo. Non rimpiangerei un passato simile...”

“Ho avuto solo un padrone nella mia carriera, non ho mai oltrepassato il confine e ho percorso sempre le stesse strade, giorno dopo giorno.”

“Strano individuo per comprare un’auto del genere e limitarla all’uso quotidiano.”

“Era sì un soggetto particolare, aveva tante qualità degne di nota tanti fossero i difetti, ma fu uno il suo errore: dimenticare che non dobbiamo spingerci oltre certi limiti...”

 

Il bullone, sfiancato dall’afa ma ormai incuriosito dalla faccenda, stava ad ascoltare, non che avesse di meglio da fare o che potesse evitarlo, ma ascoltava il racconto come volesse farne parte anch’esso.

L’auto, o la sua immagine d’un tempo, iniziò a raccontare la sua, di storia.

 

Era un uomo, colui che mi guidava per le strade a velocità spericolate, noncurante di limiti o segnali stradali, fiducioso solo nella sua capacità e sicurezza, tipica dello spirito fisico razionale che aveva. Era infatti un uomo le cui capacità intellettive si sprecherebbero in un semplice elenco; fondamentalmente aveva una gran sicurezza in sé e nelle sue capacità, ma non lo apprezzavo per ciò, lo giudicavo comunque uno sconsiderato.

Il suo lavoro gli permetteva di esprimere il massimo del suo potenziale: ogni giorno nel rincasare lo ascoltavo intento nel ripetersi principi, leggi e quant’altro, dedito alla ricerca di una soluzione che permettesse di risolvere un contrasto che aveva riscontrato in laboratorio. Non aveva un profilo psicologico complesso, mi piaceva la sua semplicità nell’essere incomprensibile, con quei suoi paroloni da scienziato. Lo accompagnai per anni, nell’andata e nel ritorno dal lavoro, dettati da un’abitudine quasi ossessiva - ricordo ancora oggi quelle strade -. Stando a contatto con lui, mai con altri, quasi tendesse ad isolarsi, forse per superbia o per aver maggior possibilità di riflessione, compresi il suo mondo, che ai suoi occhi pareva fantastico: lo descriveva come un luogo perfetto, in cui tutto ha un andamento logico, regolare e spiegabile, anche se non completamente scoperto. Avere il controllo era la sua priorità, sapere con cosa avesse a che fare ed arrivare alle conclusioni necessarie per l’applicazione pratica.

Il suo carattere lo rendeva un individuo schivo, nonostante fosse molto giovane, dato strano per la sua passione per la fisica, e rimase sempre nella sua introversa solitudine, nel suo mondo “meraviglioso” che gli sembrava di poter gestire, che gli dava soddisfazione e senso della sicurezza. Fu solo.

Non capii mai perché avesse rinunciato volontariamente alla socialità, so solo che non saprei valutare il valore di una vita spesa in calcoli e formule, una vita che ho visto procedere sempre nella stessa direzione, stando a guardare.

Il mio destino era legato al suo, eravamo soli entrambi. Non sempre mi fidavo della sua spavalderia sulla strada, ma non potevo far altro che andare avanti, procedere alle sue direttive e sperare nel meglio. Gli uomini però non sono macchine.

Una sera, quando il buio era già sceso per le strade e da poco aveva smesso di piovere, eravamo sulla via del ritorno, la medesima a distanza di anni e anni, e il mio conducente era intento a riflettere su un sistema complesso che da giorni stava dando problemi nel progetto su cui lui ed altri suoi colleghi stavano lavorando. Erano argomenti che mi sfuggivano, o che forse non mi interessavo nemmeno di ascoltare. Ma sembrava che ci tenesse particolarmente: raramente lo vedevo rimuginare tanto a lungo sullo stesso argomento per dare conclusioni. Ripeté, durante la guida, la solita, sprovveduta, di sempre, enunciati di leggi incomprensibili, sempre con la sua voce autorevole e sicura; notai però la sua frustrazione nei movimenti bruschi che faceva con il volante, nell’impazienza nell’affrontare le curve… era la prima volta che non aveva il totale controllo su ciò di cui parlava, ciò lo destabilizzava. E più cercava di trovare risposte, più si distraeva dalla strada, e la sua guida diveniva sempre più insicura. La sua ingordigia di sapere, l’egoistica voglia di controllo, preminenti su ogni cosa, lo avrebbero portato alla rovina. La sua mente era troppo offuscata per accorgersene.

Fu una questione di secondi, a partire dall’attimo in cui persi la presa dei pneumatici sull’asfalto già bagnato e sdrucciolevole, quando l’attrito sulla carreggiata smise di assecondare la guida spericolata del mio conducente. Ci fu un momento di sospensione nel silenzio: il monologo sulla fisica applicata s’interruppe d’improvviso, lasciando spazio al vuoto. Un vuoto che subito diventò terrore, nei suoi occhi.

Potrebbe mai una persona dotata di un pensiero razionale pensare (o sperare) di poter interrompere il moto di un corpo di massa 1.200 Kg a velocità più o meno costante di 160 Km/h su una superficie dall’attrito minimo? Appresi che qualcosa poteva andare oltre la ragione, ovvero l’impulso, l’istinto disperato di reazione ad un’impotenza evidente. Si ha paura di ciò che non si può controllare…

Lui poteva, ma ha scelto di esigere il controllo oltre quanto gli fosse concesso. Ed ora sono qui, dimenticata da tutti dopo che, in pessime condizioni, fui ritrovata nel crepaccio che fiancheggiavamo ogni giorno con quella strada e, considerata ormai inutile, gettata in questo angolo di mondo. Perlomeno qui è tutto… sotto controllo.