Mistero a Philadelphia di Ilaria De Santis

Chi l’ha provata non la dimentica: all’improvviso si ha la sensazione di una minacciosa presenza estranea che incombe su di noi, si rimane paralizzati per una frazione di secondo.
Un raggio di sole trafigge la tapparella semichiusa e illumina la camera. Spalanco gli occhi di soprassalto e mi ritrovo a fissare un punto del soffitto -pallido come il mio colorito- per assicurarmi di esistere ancora. Mi precipito fuori dal letto e getto un po’ di acqua fresca sul viso e sulle mani. Era un sogno vivido! Uno di quelli che sembrano incredibilmente reali, che quando ti svegli hai gli occhi arrossati, la respirazione affannosa e stai sudando freddo. "È una questione di chimica" confermo a me stesso. Posso confidare solo nella dopamina, un neurotrasmettitore che persiste nel mio cervello che mi permetterà di ricordare notevoli indizi per ricostruire l'incubo orripilante e provare a mettercela tutta per approfondire la vicenda di cui sono stato protagonista, ora che sono cosciente. Chiudo gli occhi e consento di far lavorare ad una velocità impressionante, come se fossi un catalizzatore, la mia mente. Penso. Intravedevo un'individuo da una cornice. Ero poggiato sul davanzale in marmo della finestra e avvolgevo tra le mani una tazza di te aromatizzato da sorseggiare per scaldarmi. In tal modo avvengono le reazioni esotermiche in cui il sistema cede calore all'ambiente creando una diminuzione del valore di entalpia.
Riapro gli occhi di soprassalto e mi dirigo nello studio; mi siedo affaticato sulla scrivania e clicco il tasto d'accensione del computer. Smuovo il mouse e delibero di stilare un articolo di cronaca nera tra i più clamorosi. I miei polpastrelli corrono sulla tastiera come un Fast Atom Borbardment. Sembra che le mani riescano a rispondere ai comandi del cervello rapidamente, senza moderazione.

THE NEW YORK TIMES
Sunday, December 10, 1980
Spuntava appena l'alba di un'umida e nuvolosa giornata autunnale nella periferia di collina di Philadelphia quando un contadino fu richiamato dall'abbaiare del suo agilissimo cane molecolare. Il suo amabile Golden aveva un fiuto eccezionale, tanto da riuscire a localizzare l’odore di un corpo esanime attraverso le molecole da questo rilasciate su un indumento e di individuarne la pista. Il signor Brown era vigoroso e robusto, di forse settant'anni, noto in cittá per la sua permanenza in campagna in una baracca con polli, galline, cani di piccola taglia e attrezzi arrugginiti. Venne segnalato un corpo già in decomposizione di un ragazzo con le mani e i piedi raccolti con un nastro da imballaggio.
La polizia di Los Angeles inviò sul luogo l'abile squadra investigativa capitanata dal detective John Wilson. Un uomo con una trentina di anni d’esperienza nei reparti specializzati "Rilievo scena del crimine", di statura media, sulla cinquantina, con baffi che si alzavano ad ogni respiro e gli davano un’aria simpatica e occhiali con lenti sottili che sembravano spezzarsi. Questi erano pericolosamente in bilico sul naso aquilino e contornavano due occhi celesti a mandorla. All’apparenza con la testa tra le nuvole, la sua realtá era quella di un brillante e infallibile osservatore.
L'equipaggio venne attivato in codice rosso alle ore 6.55 per piombare in Avenue 215.
Per prima cosa il luogo del delitto venne isolato e salvaguardato da ogni contaminazione prima che la Scientifica intervenisse per fotografare. Il cadavere giaceva disteso sul dorso, la testa inclinata sulla spalla destra a una distanza di circa 5 metri dal punto di osservazione (il giardino), con i piedi volti verso la porta d'ingresso, sulla quale era inchiodato un cartello: "Gay rights". Una grande quantitá di sangue allagava il pavimento e lo zerbino della soglia e segni di impronte insanguinate di dita erano strascicate sulla maniglia. Dalla bocca e dal naso era colato del sangue ormai coagulato. Indirizzando l'osservazione verso l'entrata non si notava nulla di strano. Indossate le attrezzature atte a prevenire contaminazioni della scena del crimine, della serie guanti di lattice, soprascarpe, soprabito, copricapo e mascherina, i fotografi nell'arco di qualche minuto riuscirono a sparare più fotografie di quanto se ne sarebbero potute scattare in una sfilata di vip. Altri ispezionavano i reperti al fine di verificare la presenza di tracce biologiche che sarebbero state sottoposte al controllo in laboratorio.
Il capo-team Wilson ordinò al fotografo più competente di immortalare la vittima mettendo a fuoco anche i reperti più insignificanti, un vaso in cui erano piantate splendide orchidee e un buffo portaombrelli che assumeva la forma di lettera U.
Inginocchiatosi vicino al ragazzo, lo esanimò attentamente, scoprendogli il petto. Il corpo privo di vita indossava un cappello di velluto e una giacca abbottonata di un blu mare, le tradizionali uniformi dei college americani. Sia il giubottino che la camicia di seta erano imbrattati di "una miscela di globuli rossi e bianchi". La manica sinistra era alzata in modo da lasciare il braccio nudo. L'abito era forato nei punti corrispondenti alle incisioni e nella tasca del pantalone era infilato il suo portafoglio. Dopo la conta delle banconote il dottor Wilson si avviò a controllare quanto fosse rimasto nel borsellino. Nel visionare la carta d'identitá rimase stupito. Cognome: Smith. Nome: Liam. Etá: 16 anni. Il mondo gli cadde addosso e gli occhi si gonfiarono di lacrime. Provò emozioni devastanti che oscillavano dall'estrema rabbia alla compassione. La stessa sofferenza di cui sarebbe stato invaso il padre di Liam al momento della spiacevole notizia. Ci vollero diversi minuti perché il colore delle guance del poliziotto tornasse normale; ciò nonostante si schiarì la voce e si guardò fieramente attorno, esponendo dettagliatamente gli elementi che rilevava. Dietro la porta d'ingresso fu rinvenuto un coltello con una lama seghettata e la chiave di casa, posizionati in maniera tale da disegnare una croce. Si pensò che l'immagine potesse costituire un indizio per la risoluzione del caso. Arrivati a questo punto, bisognava appurare se quel coltello a serramanico in acciaio fosse l'arma del delitto. Il detective annunciò, sotto il sottofondo sonoro del caratteristico click della macchina fotografica, che il corpo del ragazzo era coperto da numerose ferite, se ne contavano 10. Il petto presentava quattro profondi tagli dalla lunghezza di 10 cm. Alcune occupavano la regione del cuore e il collo. Terminata la documentazione della scena del crimine, l'investigatore rivolse un cenno di orgoglio ai membri della squadra che, infilati nelle loro tute bianche, stavano facendo i primi rilievi, rapidi e silenziosi. Le fasi che andarono a buon fine furono la ricerca e la rilevazione delle impronte digitali mediante una polvere chimica raffinatissima.

Wilson la chiamava "intuizione", la capacità di immergersi nella scena e coglierne i particolari, che a volte, in mezzo all'abbondanza di oggetti, erano i più nascosti e apparentemente insignificanti. Egli sosteneva che, anche nei posti meno probabili si potevano individuare elementi utili a ricostruire il puzzle dell'omicidio.
Un secondo...socchiudo gli occhi...l'episodio è confuso, non riesco ad identificare i soggetti. Mi concentro...ma quello sono io? Sposto la testa all'indietro, faccio un lungo respiro, appoggio la mano sul petto e ascolto che il battito cardiaco sta rallentando. Ripongo le dita sulla tastiera del computer e riprendo a scrivere.
Il laboratorio trasudava tensione, era pieno di provette e microscopi, sui quali stavano chini scienziati con indosso dei camici di un bianco splendente. Alcuni erano qualificati nell'analisi di dispositivi, altri si impegnavano nell'autopsia dei corpi senza vita. Enormi segnaletiche di divieto: "Protezione obbligatoria delle vie respiratorie" tappezzavano tutte e quattro le pareti. Il silenzio di quel luogo conviveva con un odore di metallo inossidabile e una luce intensa era puntata sui tavoli di marmo su cui operare. Con calma David Pitman, un brillante ricercatore medico e chirurgo specializzato nell'uso di sofisticatissimi strumenti laser, si preparò: indossò i guanti e alzò il grande lenzuolo bianco. Di primo acchito sembrava un uomo fragile; invece si dimostrò forte e determinato con doti intuitive. Quando scoprì il volto violaceo, fu colto da una fitta allo stomaco; nonostante ciò, si fece incoraggiare dalla sua routine professionale. Iniziò a ispezionare il corpo del ragazzo, lo fece pesare e ne misurò la lunghezza. Con il bisturi aprì il torace. La causa del decesso era più che chiara. Due coltellate erano arrivate sul lato sinistro del petto e un'altra aveva sfiorato la gola. D'altronde i segni erano evidenti. Non era necessario, dunque, l'esame del cervello. Serviva avere certezze sull'ora del fatto per incriminare l'assassino. Si passò, successivamente, all'indagine della lama del coltello insanguinato, talmente affilata che bastava una lieve pressione per provocare un taglio profondo. Esso, in una zona vitale del corpo quale la gola, non poteva che generare la morte in pochi minuti. Si fece il test del DNA rintracciato nel sangue. Passarono due giorni e, a tempo di record, dato il clamore del caso, arrivò il responso della Scientifica: sul manico dell'arma erano state trovate impronte attribuibili (via esame del DNA) a Brian Bailey, uno studente della "Pretty Land School of Arts", compagno di classe della vittima. Per dare una validitá a ciò che era stato affermato, bisognava agire secondo pratiche concrete. La Polizia ideò uno stratagemma. All'ennesimo interrogativo del probabile colpevole venne prelevato, a sua insaputa, un campione del DNA e impronte digitali distinte su una tazza di caffè che gli fu offerta.
L'ineguagliabile osservatore John Wilson fece la comparazione del DNA di Brian Bailey con quello rilevato sul bicchiere, condannando così il giovane, che si era sempre dichiarato innocente. Messo alle strette, finalmente, lo studente confessò la dinamica dei fatti.  Quella mattina Brian, appassionato della disciplina dello street-skating, stava percorrendo, con la sua mountain bike, un sentiero, quando adocchiò un auto posteggiata. Passandoci vicino vi riconobbe all'interno Liam, in un atteggiamento inconfondibile con un altro ragazzo. Liam, temendo che Brian divulgasse la notizia della sua omosessualità, decise di affrontare il compagno. Ne scaturì un violento scontro fisico e così Bailey, fuori di testa, munito del coltello, lo colpì ripetutamente. Il mistero su questo raccappriciante fatto fu svelato alla resa dei conti.
Mi accingevo a terminare l'articolo di cronaca nera, ma improvvisamente mi svegliai per una seconda volta. Ero contento. "Un altro incubo" esultai mentalmente. Feci per alzarmi e notai che ero a contatto con una superficie fredda. Non era il mio letto coperto da morbidissime lenzuola. L'incubo non era ancora finito poiché coincideva con la realtà. Guardai attorno a me e osservai una decina di medici in camice bianco, con sguardo disperato, che palpeggiavano ogni mio arto per accertarsi che non avessi perso conoscenza e azionavano apparecchiature elettroniche e sensori per misurare specifici parametri. Ero collegato a innumerevoli fili tanto da sembrare un burattino manovrato a comando. "Ero sprofondato nel sonno per più di 48 ore" mi disse mia moglie Kate, quando mi svegliai.