Margherita di Sara D’Anna

Come ci era finita, in quel bagno? Si guardò intorno, sforzandosi di catturare dall’aria le informazioni necessarie a ricostruire un percorso coerente. Insomma, lo sapeva come, nel senso che conosceva quasi a memoria la sequenza degli eventi della serata che alla fine l’avevano portata lì, accovacciata in un angolo del grosso bagno patronale di casa Alfieri, nel bel mezzo di una festa. Ciò che si chiedeva, comunque, era più che altro la motivazione vera e propria. Secondo il dottore era stata una semplice questione genetica. A Margherita risultava difficile credere che si trattasse solo di quello. Era vero, aveva perso quella grossa roulette russa del crossing-over e si era ritrovata con un’inedita e disfunzionale combinazione di geni, ma quanto potevano influire i geni nei disturbi d’ansia generalizzata?

Le riusciva più semplice concentrarsi con un minimo di freddezza su sé stessa, adesso, con il cuore che era tornato a battere con regolarità e quasi tutti i nodi allo stomaco che si erano sciolti, lasciandone giusto qualcuno, a tormentarla anche dopo che i fiumi dell’attacco di panico si erano ritirati, portandosi dietro, un po’ alla volta, i detriti di tutto ciò che Margherita era stata. Dopo ogni crisi, le sembrava di perdere un po’ di sé, rimpiazzata dalla paura di un nuovo attacco. Quanta Margherita c’era, in Margherita? Aveva letto che nel corpo umano ci sono il triplo di batteri rispetto alle cellule. Questo non doveva forse farla riflettere sulla sua concezione di se’ stessa? Adesso, che era più paura e batteri che cellule, poteva ancora chiamarsi Margherita? Tentò di ragionare lucidamente. Razionalizzare, in passato, l’aveva sempre aiutata a trovare la calma, o perlomeno la forza di alzarsi. Razionalizzare e capire. Era ad una festa, e fin qui nulla da dire. Certo, non era mai stata un’amante di tutti gli eventi sociali con un numero maggiore di cinque persone nella stessa stanza, ma negli anni era riuscita a farci il callo in maniera abbastanza sana, sufficiente per riuscire a non macchiare di sudore freddo i vestiti ogni volta che più di altri otto polmoni respiravano la sua stessa aria. Era arrivata ed aveva avuto modo di salutare la padrona di casa proprio nel modo che aveva provato nella doccia, poi davanti al grosso specchio a figura intera in camera sua, poi mentre si truccava in bagno e infine mentre guidava lungo il tragitto verso la festa. Si era sentita fortunata, perché spesso le capitava che le situazioni non andassero nel modo esatto che lei aveva programmato e la cosa la faceva sentire sempre in difficoltà. E invece quella sera no, tutto secondo i piani. Non era stato quello, a scatenare la sua reazione.

Appoggiata alla parete nell’angolo, Margherita si circondò le ginocchia con le braccia, come a volersi fagocitare, e immaginò di dover avere il viso tutto sporco di mascara e lucido di sudore. Se avesse avuto la forza necessaria per farlo, si sarebbe alzata e si sarebbe data una ripulita. Se fosse stata bene. E invece no. Un attacco di panico ti lascia senza energie, completamente spompato, e lei lo aveva scoperto già molti anni prima, quando aveva pensato che le stesse venendo un attacco di cuore, e invece aveva solo avuto il suo primo crollo nervoso. Il dottore le aveva spiegato che durante un attacco di panico, il corpo riconosce uno stimolo erroneamente come un pericolo e reagisce di conseguenza. «Hai presente la risposta “combatti o fuggi?”» le aveva chiesto, e lei aveva fatto di no con la testa, che tra lo stordimento e l’ignoranza scientifica, a stento capiva di che stesse parlando. E allora il dottore le aveva spiegato che, in condizioni di pericolo, il corpo ci mette di fronte alla scelta di combattere o di scappare, e per prepararci, il cuore inizia a pompare più sangue perché i muscoli hanno bisogno di più ossigeno e lo stomaco si chiude per colpa del cortisolo, un ormone prodotto dalla ghiandola surrenale, la stessa responsabile del rilascio di adrenalina. Ovviamente, dopo uno sforzo del genere, il corpo resta stanco e affaticato. E ora eccola lì, stanca e affaticata, proprio come da copione. Ma almeno adesso aveva modo di ricostruire tutta la serata, come un detective a caccia di dettagli per risolvere il suo caso. D’altra parte nemmeno Sherlock Holmes, il suo eroe dei romanzi, era mai stato tanto normale.

Bene, era entrata in casa, tutto normale. Si era appositamente vestita nella maniera meno appariscente possibile, in modo da evitare qualsivoglia attenzione da chiunque. Lei era fatta di carta, e ogni sguardo di traverso era un fiammifero troppo vicino. Aveva avuto persino la fortuna di trovare subito il suo gruppo di amici, quelli di sempre. Quelli che ormai sapevano come calmarla, o in che cassetto trovare il prozac, cioè la medicina che le aveva prescritto il dottore. Il prozac era una medicina di tipo SSRI, e serviva, in breve, per impedire l’eliminazione della serotonina dal vallo sinaptico. Era strano pensare di prenderlo, la faceva sentire come se stesse imprigionando la sua felicità in una gabbia. Certo, non era colpa sua se l’ormone del buon umore continuava a scappare. In compenso, lei e l’adrenalina erano ormai amiche piuttosto intime. Ah gli ormoni. Non puoi vivere con loro, non puoi vivere senza di loro.

In un momento di dolorosa lucidità si chiese se avesse chiuso la porta del bagno. Si, era certa di averla chiusa. Ma ne era davvero certa? Avesse avuto un po’ di forza, avrebbe controllato. Invece si limitò a piegarsi in avanti per la dolorosa fitta allo stomaco che da sempre accompagnava le sue incertezze. Dalle pareti arrivava il rumore, ancora troppo forte, di musica e risate, aumentando la tensione sulle sue spalle, costringendola a respirare sempre più forte. Cercò di non pensare ad ogni terrificante scenario possibile, ma finì col pensarci comunque. Non lo faceva forse sempre? Ma no, non si sarebbe lasciata trasportare. Cosa era successo? Ah già. Avevano iniziato a parlare dei bei vecchi tempi, ecco cosa.

L’anno prima la professoressa di chimica aveva spiegato loro le velocità di reazione. Così Margherita aveva scoperto che la velocità di una reazione è determinata dalla sua energia di attivazione. Più è alta, più la reazione è lenta. Esistono però delle sostanze, i catalizzatori, in grado di creare un percorso alternativo alla reazione, con un’energia di attivazione minore, in modo da velocizzarla e farla avvenire più facilmente. A Margherita era piaciuto subito, perché le aveva ricordato le modalità con cui arrivavano i suoi attacchi di panico. Un evento la metteva così a disagio da innescare la sua personale reazione, ma era il catalizzatore, a farla arrivare alla formazione di prodotti. Era il catalizzatore, a farla stare male.

Le era bastato che parlassero di una cavolata. Una cosa stupida, davvero. Una sera che erano usciti senza di lei, mesi prima, e che era diventata un classico del loro repertorio di aneddoti. Quella sera che si erano dimenticati di chiamarla. Sì, proprio una gran cavolata, pensò, ancora seduta sul marmo scuro, sotto l’occhio vigile di tutta quella porcellana scintillante. Proprio. Stupida. Eppure sufficiente a metterla di cattivo umore. Le bastava poco. Poco tipo la sensazione di profondo isolamento ad una festa caotica. Poco, a sufficienza per innescare una lunga catena di paranoie, una dopo l’altra. Attivazione a cascata. Le sue paranoie, quelle su cui iniziava a fissarsi con spaventosa serietà, la sua solita fissazione per l’abbandono e le manie di persecuzione, i reagenti perfetti. Si era allontanata. Era andata a ballare, da sola, quasi come fosse impazzita, nell’improbabile tentativo di distrarsi dalla serie di pensieri ridondanti che avevano iniziato a rimbalzarle tra le pareti del cranio. Una ragazza le aveva rivolto la parola, così per caso, e lei non si era trovata preparata. Chi soffre di fobia sociale, pur di non mettersi in imbarazzo, tende a concentrarsi moltissimo su se’ stesso e su ciò che dice, per cui gli ambienti caotici potrebbero distrarlo e generare stress eccessivo. Così, improvvisamente, la gente si era fatta troppo numerosa, l’aria troppo calda, il volume della musica sempre più alto. Rumore e rumore e sempre più rumore, sempre più forte fino a farle mancare il fiato, fino a stordirla. Fino a farle paura. E lei aveva iniziato a perdere la calma. Tutto qui.

Quando a nove anni aveva messo per la prima volta l’apparecchio, il fastidio era stato così intenso e le sue lamentele così numerose da costringere sua madre a portarla dal dentista per controllare che nessun filo di metallo le si fosse accidentalmente infilato in una gengiva. Quando erano arrivate allo studio, il dottore non l’aveva nemmeno fatta sedere sulla poltroncina. Aveva dato un’occhiata alla dentatura di Margherita e l’aveva liquidata con un «È normale che ti dia fastidio. Tranquilla, ti ci abituerai». Era tornata a casa con il broncio, convinta che il dottore avesse torto e che il fastidio non se ne sarebbe mai andato. Salvo che pochi giorni dopo lo aveva fatto. Margherita aveva imparato che ci si può sempre abituare, anche alle cose più fastidiose. Eppure non era mai riuscita ad abituarsi a quello.

Quello era diventato, col tempo, una sensazione dolorosamente familiare. Quello l’aveva presa di sorpresa, quella sera. Aveva iniziato a tremare, come sempre. La forza di gravità l’aveva schiacciata a terra, un po’ alla volta, per evitare di scivolare in preda alla confusione e alle vertigini. Le parve che lo stomaco stesse scalando le pareti interne del suo corpo, usando l’esofago come una corda a cui arrampicarsi, come se volesse scappare da lei, mentre i polmoni si stringevano per farlo passare, e il cuore pompava disperatamente sempre più sangue, per non lasciare il corpo senza ossigeno. La confusione, la mancanza di coscienza di sé e del reale, come chi si è appena svegliato, come chi sta per svenire, come chi sta per morire, forse. Si era abituata all’idea di non stare per morire, non si sarebbe mai abituata alla sensazione di una nuova morte ogni volta che la sua amigdala decideva che c’era un pericolo da combattere. Non c’era mai limite, non c’erano mai le parole giuste per spiegare la sensazione. L’unico evento che era mai riuscita a paragonare ad un attacco di panico era avvenuto anni prima. Una volta aveva nuotato troppo a largo in una giornata di mare agitato, e quando aveva provato a tornare a riva, le onde l’avevano trascinata sempre più lontano, senza che lei potesse farci niente. Si era sentita così impotente che alla fine era rimasta ferma, come se il mare fosse fatto di sabbie mobili, e aveva aspettato che qualcuno la notasse e venisse a salvarla. Aveva fatto il morto sull’acqua, ed aveva guardato il cielo nuvoloso con le lacrime agli occhi, pregando solo di non morire.

Solo questo. Solo la sensazione di stare davvero per morire.

Il pensiero, ora che era risalita dagli abissi, la fece rabbrividire. Ma sei ancora viva. Non sei annegata. Sei ancora qui. Sorrise un po’, ora. Sì, era ancora viva. Respirò forte, si riempì i polmoni di quanta più aria possibile, quasi avesse paura di dover di nuovo combattere per un po’ di ossigeno. Appoggiò le mani a terra e si spinse in piedi, barcollando ancora. Poteva liberarsi del dolore, della paura, ma ogni attacco di panico la provava talmente tanto da lasciarla scossa sempre per qualche ora. Si guardò allo specchio, e fece il meglio che poté per non odiarsi. Non è colpa tua. Tu non c’entri nulla. Hai solo un’amigdala non troppo competente. Si diede una ripulita, osservò per un po’ la maniglia della porta, cercando di raccogliere il coraggio di tornare di nuovo nella vita vera. Dove i tuoi amici ti ignorano e una nuova fitta le colpì lo stomaco. Non importava. In un secondo di coraggio, spinse la maniglia e si fece tramortire dal caos esterno. «Margherita!» le urlò in quel preciso momento Emilia, una sua amica. Le andò incontro e la strinse forte. Margherita sorrise. Non sempre le sue paranoie avevano ragione.