L'orizzonte dello sguardo di Matilde Barberi Squarotti

E guardai fisso fisso in quegli occhi riflessi nello specchio. Erano verdi e grandi, spalancati, e ricambiavano il mio sguardo con una potente forza di attrazione; le pupille, nere come la notte, si muovevano irrequiete e al crescente dileguarsi della luce si dilatavano come se la fagocitassero.

Ero talmente presa da quell'osservazione che mi dimenticai anche di sbattere le palpebre: gli occhi mi bruciavano ma non riuscivano comunque a distogliersi da quell'occhiata affilata come un lama d'argento.

Per lungo tempo, fino a poco prima, avevo creduto che nulla potesse fuggirne: era uno sguardo fosco e oscuro, impenetrabile e chiuso, non lasciava trasparire alcuna informazione. Gli occhi erano incavati e stanchi in un volto pallido e smunto, risaltavano nel visino scavato di me anoressica.

Erano molto profondi e tramite quelli mangiavo tutto quello di cui non mi cibavo con la bocca, qualsiasi cosa: paesaggi, persone, oggetti. E da ogni sguardo carpivo avida e affamata ogni piccolo pezzetto di informazione e lo tenevo per me finché non diventava parte della mia stessa persona, troppo fragile ormai per mandare di sé un segnale anche solo debole attraverso un'occhiata un po' più intensa.

Quella pupilla dilatata nello sforzo di non spegnersi era un vorace buco nero con un orizzonte degli eventi che avanzava impietoso verso l'infinito; una volta che lo avesse raggiunto avrebbe significato la fine: sarebbe arrivato il soffio gelido della morte sul mio collo.

Lo spazio, il tempo erano bloccati a quel sottile confine tra esistenza e annullamento, cristallizzati in un istante eterno. Chi avesse scrutato nello sguardo di quel buco nero avrebbe visto le forme contorcersi agonizzanti, imploranti pietà; ma io, da osservatore interno che non gode ormai di nessuna speranza, continuavo a percepire una realtà normale e naturale.

E al centro di quel buco nero una singolarità: la mia mente, il tutto rappreso nel nulla; al suo interno la curvatura dello spaziotempo diveniva infinita e amplificava quella provocata dall'occhio in modo che la forma che lo colpiva si deformava enormemente e sempre più; al suo interno ogni nozione di spazio e di tempo perdeva definitivamente significato.

Brancolavo nel buio e il nero dei miei occhi era arrivato ad assorbire tutto il colore, rimaneva solo più il contrasto tra il colore della pece e quello della neve. Un netto orizzonte a senso unico: tutto poteva entrare e niente usciva.

Ormai la superficie del buco nero era estremamente ampia e di conseguenza la quantità di caos, l'entropia, elevatissima: nessuna informazione decodificabile trapelava all'esterno, nessuna speranza, soltanto il vortice dell'anoressia che si faceva sempre più potente.

Poi, a un tratto, si accese una luce, dapprima tanto flebile da essere totalmente fagocitata da quella pupilla famelica senza sortire alcun effetto. Ma l'introduzione di informazione esterna senza niente in cambio da parte mia non poteva durare a lungo o sarei arrivata a esplodere con una prospettiva di fredda distruzione.

Mi trovavo incastrata in un paradosso. Da una parte ero bloccata dalla legge di conservazione dell'informazione: se avessi rilasciato tutti quei dati sarebbe crollato l'edificio minuziosamente costruito della meccanica quantistica; dall'altra, se li avessi trattenuti sarebbe stata minata l'intera relatività generale: veniva meno il principio di equivalenza. In sostanza, non poteva essere perduta nella mia mente alcuna informazione senza che violassi la meccanica quantistica e non poteva essere conservata senza che violassi la relatività generale.

Ero in trappola, in una gabbia dorata strattonata tra morte e vita.

Mi salvò quella piccola fonte di luce, materia ed energia che mi forniva materiale da espellere. Avevo il sospetto che una soluzione ci fosse: la radiazione di Hawking, che avrebbe permesso al buco nero dei miei occhi di rilasciare energia fino a evaporare, trascinando con sé tutti i pensieri e gli schemi assorbiti in quel tempo.

Fu così che scattò in me qualcosa, forse l'eccessiva fatica della morte o forse il desiderio ardente di vita.

E cambiai direzione, anche se sembrava impossibile, anche se era vietato.

Tuttavia era più difficile di quanto pensassi e, per quanto mi sforzassi, non comparivano che fugaci fantasmi di particelle e antiparticelle per un breve istante, che si incontravano e annichilivano a vicenda per poi scomparire nel nulla per sempre e lasciarmi al punto di partenza. Ma piano piano, con estrema fatica, imparai a separare quella singolare coppia in prossimità dell'orizzonte degli eventi. Impossibilitata a prendere parte alla mutua annichilazione la particella fuori dall'orizzonte fuggiva nello spazio, mentre l'antiparticella cadeva inesorabilmente verso la singolarità. Da sola la particella virtuale fuggita diventava reale: emettevo radiazione finalmente! Nel frattempo l'energia negativa dell'antiparticella ridimensionava il buco nero: perdevo dolorosa massa finalmente!

Lentamente il male dei miei occhi, il male di vivere, svaniva insieme con l'anoressia.

Ora guardo i miei occhi riflessi nello specchio: sono verdi e brillanti, le pupille si sono chetate e posso permettermi di socchiudere le palpebre e abbassare la guardia. I buchi neri che li scavavano sono infine totalmente evaporati portandosi dietro la malattia.

Adesso sono nate due stelle splendenti. Sono giovani e luminose, e hanno una lunga vita davanti.