La dolce morte di Valentina Campise

Non mi piacciono le convenzioni.                                                                                                                                
Quelle regole altro non sono che limiti per la creatività, barriere per la mente e nozioni inculcate in età infantile, impedendo ai giovani fantasiosi di osare. Io seguo con riluttanza gli insegnamenti dei miei predecessori, difatti i pochi libri che ho letto non mi hanno interessato esaustivamente. Ciò che ho nel sangue è lo spirito di osservazione;  osservo la realtà circostante, la rielaboro interiormente e la riproduco graficamente. Io imito la realtà, non la contamino con la fantasia: voglio che i miei personaggi vivano e interagiscano con coloro che respireranno dopo di me. Mi considerano presuntuoso, ma la presunzione è il mantello di coloro che si reputano artisti, emulando gli antichi avoli.                                                                                                                    
Alcuni anni fa, forse tre o quattro, mi avventurai in una tecnica pittorica antica per rappresentare la battaglia di Anghiari. Il risultato? Dopo una notte spesa a fissare il colore con dei bracieri, i pigmenti della parte superiore iniziarono a gocciolare. Osare non vuol dire riuscire nell'intento senza il minimo sforzo. Sbagliare è la parola d'ordine. Sbagliare e riprovare. Sbagliare e continuare. Sbagliare e imparare.                                                                                            
Da qualche tempo, la mia capricciosa curiosità si è spostata sul corpo umano. Ho sempre avuto un'innata propensione nel voler sapere tutto ciò che ci circonda, senza però porgere l'attenzione su me stesso. Di cosa è fatto il nostro corpo? Attraverso quali organi passa il cibo ingerito? Come sono fatti i muscoli? Quesiti che interesserebbero poche persone d'altronde, perché per i più l'importante è vivere in modo automatico e apatico. Non mi piacciono gli indifferenti; preferirei sapere tutto della mia vita prima di abbandonarla, piuttosto che viverla inconsciamente.                                                                                                                                                          
Con questi pensieri, un giorno, camminavo senza meta e, all'improvviso, mi fulminò l'dea di eseguire una dissezione ma, tra aspirazione e realtà, c'è un abisso. Rimuginai a lungo sul modo con cui avrei potuto ottenere un cadavere da analizzare. Forse come idea era un po' troppo azzardata, ma non mi posi il problema: quando mi prefiggo qualcosa devo portarla a termine, qualunque siano i mezzi da utilizzare.                                                                                                                                
Iniziai ad analizzare corpi nella foschia della notte, quando nessuno poteva scoprirmi. Seppur ci voglia un po’ di fegato, prendere consapevolezza della materia di cui siamo costituiti e delle sue molteplici forme è un’emozione stupenda. Ho iniziato così a disegnare tutto quello che osservavo, e ciò mi ha fatto maturare anche a livello artistico.                                                                                                                                                        
Questa mattina mi sono trovato per caso a chiacchierare con un anziano signore in un ospedale a Firenze. In cerca di autorizzazioni per sperimentare sui corpi deposti nella camera mortuaria, ho notato la porta di una stanza semiaperta. Ho spiato all’interno per vedere chi vi fosse e mi sono accorto della presenza di un uomo steso su un letto candido. Aveva l’espressione serena, come quella di un bambino che dorme cullato dalla propria madre; le mani erano incrociate sul ventre e i suoi occhi erano chiusi. Mi sono avvicinato pensando che fosse morto, ma all’improvviso una voce roca e sottile mi ha detto: ‘Chi è là?’ con gli occhi ancora chiusi. Stupito e preso alla sprovvista, ho esitato un po’ prima di dire: ‘Leonardo’. Scelta di parole intelligente, oserei dire, visto che non ci conoscevamo.                                                                                               
L’uomo mi ha risposto: ‘Dovrebbe suggerirmi qualcosa il suo nome?’, questa volta aprendo gli occhi. Mi ha scrutato con lo sguardo e ha aggiunto: ‘Se è qui per scherzare, quella è la porta. Preferirei riposare prima di abbracciare il mio destino.’ ‘Perbacco che cinismo pungente’, pensavo.                                                
Ho risposto: ‘Mi scusi, non volevo disturbarla. Sono entrato per pura curiosità, nulla di più. Me ne vado subito.’Mentre mi accingevo ad uscire dalla stanza, l’uomo si è scusato e mi ha invitato a restare e a fare quattro chiacchere. ‘Mi perdoni per le mie risposte brusche, sono solo stanco di essere oggetto di scherzi da parte dei giovanotti.’ sono state le sue parole.                                                                                                            
Mi sono seduto sulla vecchia poltrona vicino il letto e, dopo i soliti convenevoli, gli ho chiesto come mai si trovasse lì. L’uomo, che avevo scoperto chiamarsi Giovanni, mi ha risposto. ‘Ho 100 anni ragazzo mio, penso sia giunta la mia ora. Sono sempre più debole e non ho la forza neanche di camminare.’ Mi faceva un’immensa pena quel signore, ma d’altra parte lo invidiavo un po’ per esser vissuto fino a quell’età. Ho cercato di tirargli su il morale facendogli notare la grande fortuna che aveva avuto e lui, accennando un sorriso, mi ha detto: ‘Ne ho viste tante in questi 100 anni, forse ho vissuto più di quanto avrei dovuto. Ho sette figli, sai, quindici nipoti e nove pronipoti. Ho tante persone che mi vogliono bene, dovrei averle almeno…’  .‘Perché è qui da solo allora? Non vorrei risultare invadente…’ gli ho risposto.                                                                     
‘Non ti preoccupare. Mia moglie è morta 12 anni fa e la mia famiglia si è trasferita, probabilmente non sanno neppure dove io sia ora. Volevano raggiungere nuovi orizzonti, dicevano.’                                                                
‘Mi dispiace Giovanni…’ in questi casi mi mancano sempre le parole, ma quel simpatico signore mi ha strappato un sorriso dicendo: ‘E perché? Io sto bene da solo. E poi ci sei tu che ammazzi un po’ la mia noia.’      
‘Sono contento che le piaccia la mia compagnia’ gli ho risposto sorridendo.                                                                        
‘Senti un po’, che ci fai tu invece in un posto così triste? Sei di queste parti?’                                                                                                
‘Vengo da Vinci e sto imparando a fare autopsie sui cadaveri.’                                                                                            
‘Questo vuol dire che aprirai il mio corpo quando morirò?’ Ammetto che non sapevo cosa rispondergli. Avevo paura che ci rimanesse male. Alla fine, ho preso coraggio e gli ho detto: ‘Può darsi.’                                             
Okay, sono stato un po’ troppo diretto, è vero. Dalla sua beffarda risata, però, mi sono reso conto che era compiaciuto di ciò. E difatti le mie previsioni erano giuste. Mi ha risposto: ‘Solo a patto che tu mi richiuda e non mi faccia a pezzi per essere ingerito.’                                                                                                                              
‘Stia tranquillo – gli ho risposto – lo faccio solo a scopo scientifico e artistico.’                                                              
‘Sei un artista dunque!’                                                                                                                                                                      
‘Mi piace dipingere.’                                                                                                                                                                  
‘Sei tutto matto tu.’ Ed io, confermando ciò che mi aveva appena detto, gli ho risposto: ‘Mi lusinga signore’ in una fragorosa risata. Quell’uomo trasmetteva una tranquillità straordinaria. Preso dalla curiosità, gli ho chiesto: ‘Come mai è così tranquillo?’ Ed egli ha ribattuto: ‘Non provo dolore, aspetto la morte con serenità. Sono convinto che dopo questa vita ne vivrò un’altra, e poi un’altra ancora. Lo spirito è eterno.’ Ha iniziato così a respirare a tratti, alternando sospiri strozzati e parole vaghe, al che mi sono sentito veramente a disagio. L’ho salutato e mi sono alzato dalla poltrona, ma l’uomo mi ha preso la mano e mi ha intimato di rimanere. Dopo pochi minuti mi ha detto sottovoce: ‘Resta. Almeno ho qualcuno vicino, prima di morire.’ Così è passato oltre questa vita, in silenzio, e con me vicino. Ho chiamato le infermiere e lo hanno portato via. Mi sarebbe piaciuto parlare un altro po’ con lui, ma improvvisamente mi sono ricordato allora del mio scopo e, nonostante avessi un po’ di malinconia, sono andato a richiedere l’autorizzazione per analizzare il corpo di Giovanni. D’altronde mi aveva pure dato il suo permesso.                                                                                                                                                                                           
Dopo aver lavato e asciugato il suo corpo, ho preso nota delle caratteristiche fisiche visibili, anche se sommariamente non presentava alcunché di anomalo. La sua pelle era lattea e rugosa, con alcune cicatrici sulle ginocchia e una sul ventre, probabilmente dovuta ad un’operazione. Successivamente ho pesato il corpo: 67 kg; la sua altezza era 1.60 m. Ho dunque aperto la sua cassa toracica con un taglio a Y: ho passato lentamente il mio bisturi dalla parte superiore delle spalle all’estremità inferiore dello sterno fino all’osso pubico, passando fra i capezzoli ed evitando l’ombelico. Ho così tagliato le costole per rimuovere gli organi interni. Dopo aver estratto il cuore, l’ho osservato alla luce di una candela. Ho preso una pagina di un taccuino e ho iniziato a disegnarlo: mi ha veramente stupito la sua composizione e il suo colore così intenso da trasmettere inquietudine. Ho eseguito lo stesso procedimento con tutti gli organi, e in seguito li ho pesati. Ho svuotato gli intestini e ho analizzato lo stomaco. Quindi ho aperto alcuni vasi sanguigni.                 
Era giunta la parte più difficile: analizzare il cervello.                                                                                                 
Ho aperto il cranio e ho tagliato il collegamento con il midollo spinale. Delicatamente ho estratto quell’organo magnifico, e con il mio carboncino ho tracciato ogni sua sinuosa forma. Infine ho rimesso tutti gli organi al loro posto e ho ricucito il torace, soddisfatto di ciò che ho potuto osservare e dei disegni dettagliati che ho potuto realizzare.                                                                                                                               
Ora non mi resta altro che continuare i miei studi e sperare che la mia vita mi regali del tempo in più per scoprire l’ignoto agli occhi del mondo.