Il passo del tempo di Cinzia Santoni

Fu difficile, ma ce la fece. Il primo passo fu tremolante, storto, ondeggiante e senza equilibrio; con quelle gambe esili e sconosciute e i piedi larghi e lunghi a contatto con il suolo. Il secondo fu più veloce: capì come piegare il ginocchio e dove posizionare il piede per proseguire in linea retta. E poi con un altro passo imparò a stare in equilibrio, senza ondeggiare. E quello dopo… fu quasi perfetto; se non fosse stato per la schiena troppo piegata in avanti. Al decimo passo aveva capito tutto: da come procedere spedito alla postura eretta che gli permetteva una stabilità migliore. E fu così che iniziò a procedere, avanti, senza nessuna deviazione, cambio di percorso o ostacolo imprevisto. Era questo il suo compito.

E quando fu sicuro sulle gambe cominciò a guardarsi attorno. Non era l’unico che stava seguendo il destino: intorno a lui crescevano dapprima arbusti sottili e spinosi, che si intrecciavano fra di loro e formavano piccoli cespugli che imparò a superare con un salto, e questi vennero subito sostituiti da pianticelle più alte e indipendenti tra loro, che scavavano nel terreno con le loro deboli radici e si innalzavano in alto, alla ricerca del sole, che picchiava sulle loro foglie verdi bagnate di pioggia. E cominciarono a spuntare degli animaletti: dei piccoli rettili che strisciavano con le loro zampette e muovevano le code lunghe sotto le foglie che ricoprivano il suolo. E ancora degli insetti, dalle ali lucide e ronzanti che svolazzavano dalla cime di un arbusto all’altro, si posavano sui fiori e poi sui piccoli frutti rossi, stando attenti a tenere le distanze dai temibili cacciatori che li osservavano mimetizzati tra le foglie.

Un battito di ciglia e la boscaglia si trasformò in una foresta rigogliosa che cresceva a vista d’occhio sempre più sana, sempre più alta e florida. Il sottobosco si animò di rettili più grandi e temibili, costantemente a caccia; altri spuntarono il volo collaudando ali piumate che si facevano via via più efficienti e belle. Gli insetti si moltiplicarono di varietà sempre più particolari, e iniziarono a spuntare piccoli e grandi mammiferi delle specie più nuove e incredibili: dagli abili predatori che affinavano le loro tecniche di caccia, agli erbivori che mangiavano le mille varietà di pianticelle e piccoli arbusti da frutto. Spuntarono anche fiori, sempre più colorati, che decoravano il bosco di giorno e di notte, illuminati dalla luce azzurra di quello splendido globo che stava in alto, sopra ogni cosa, e che si assottigliava a formare una mezza luna, fino a sparire e ritornare subito dopo, pieno e rotondo, bello e luminoso.

E fu quando tutto cominciava a essere giusto che successe. Un rombo, il più forte che ebbe mai sentito nonostante di catastrofi ne fossero successe tante, e una scossa, la più forte di tutte, che spaccò il terreno, sradicò gli alberi più instabili che finirono per farne crollare altri: ruppero le punte e recisero i tronchi delle piante che si trovavano sulla linea di caduta. I fiumi si ingrossarono e la foresta venne sommersa di fango, detriti e ceneri vulcaniche. Il magma poi ricoprì ogni cosa, a bruciare e spazzare via la vita.

Si fermò. Per la prima volta da quando aveva cominciato a camminare i suoi piedi si arrestarono. Alzò lo sguardo: non vedeva l’orizzonte da quando aveva mosso il primo passo. Da quando il suolo non era altro che un nulla di sabbia. Da prima che cadesse la prima goccia di pioggia e rendesse il suolo fertile e desse così vita al terreno. Ora vedeva la linea dell’orizzonte ma non più quello che aveva imparato ad amare, aveva studiato e osservato lungo il suo percorso, che aveva visto crescere con fatica e avrebbe salutato quando fosse morto per lasciare altri nascere.

Non c’era più nulla e si chiese se dovesse fermarsi, arrestare il suo corso. Alzò gli occhi al celo, era buio, brillava di milioni di puntini luminosi, piccolissimi e infiniti. No, doveva proseguire, voleva credere ancora che anche questa difficoltà sarebbe stata superata, che la vita sarebbe rinata in questo nuovo deserto, che la sua bella foresta sarebbe ritornata. E così proseguì, un piede davanti all’altro, finché la palla di fuoco spuntò rovente all’orizzonte e poi scomparve dietro di lui per mille e più volte.

Quella flebile speranza pian piano si trasformò in realtà: passo dopo passo la landa desolata ricominciò ad abitarsi, dei rettili e qualche piccolo mammifero delle specie che non aveva mai visto si costruirono le tane tra la sabbia secca e i vecchi tronchi della foresta che tanto aveva amato che per qualche motivo a lui sconosciuto erano diventati della consistenza della pietra.

Il paesaggio però era cambiato, non vi era più il verde rigoglioso che si era trasformato sotto i suoi occhi, ma la sabbia secca e la pietra dura di un deserto assolato, con piccoli cespugli dal colore spento. Rispetto a prima i cambiamenti erano più lenti, ma il paesaggio era curioso e incredibile, e durante il suo cammino non si lasciò sfuggire il minimo dettaglio.

E poi arrivarono loro. Gli uomini. Li vide attraversare le sue terre, cacciare, costruirsi capanne, litigare e fraternizzare. Mai prima d’ora una specie vivente gli aveva suscitato una tale interesse, una curiosità così spiccata verso quella vita così particolare e unica. Assistette alle scoperte più sensazionali: quando una tribù portò il fuoco per scaldarsi nelle notti più fredde, oppure quando cominciarono a usare dei metalli per proteggersi e cacciare. E assistette anche al momento in cui alcuni di loro impararono a studiare la natura: fece compagnia ai primi astronomi, gioendo con loro quando trovarono risposte ai grandi dilemmi; li osservò disegnare le pareti dei rifugi in cui abitavano e li amò ancora di più della sua cara foresta di pietra.

E passo dopo passo arrivarono molti altri umani, di tutte le etnie: bianchi e biondi, scuri e neri. I penultimi portarono una folata di novità che lo lasciò a bocca aperta: attraversarono le sue terre con abiti stravaganti, su animali grossi e veloci. Avevano armi nuove per proteggersi e, ahimè, per uccidere. E soprattutto portarono un qualcosa che era sempre mancato: cultura. Nacque il Sole, la Luna, le Stelle, lo stato dell’Arizona, l’America. E soprattutto gli venne dato un nome: Tempo. Lui era il Tempo. Qualcosa che gli uomini sembravano rincorrere, che cercavano di fermare e bloccare, modificare e prevenire. E sempre di più acquisiva importanza nel suo avanzare.

E gli uomini seguivano l’evoluzione accompagnandolo e camminando con lui nel suo percorso infinito. Un giorno cominciarono a osservare con interesse nuovo i vecchi tronchi della sua foresta e coloro che si facevano chiamare scienziati e studiosi arrivarono da ogni dove, ognuno raccontando una storia diversa, ma cercando di scriverne una tutti insieme. “Processo di silicizzazione”. Fu questo che il Tempo cominciò a sentire sulla bocca di ognuno, e lui curioso ascoltava quello che era diventata la sua foresta. “La catastrofe ha creato una condizione di assenza di ossigeno che ha impedito il deterioramento del materiale organico”. Il Tempo rubava le parole, le immagazzinava nel suo cuore e continuava a correre avanti. “Le acque che hanno sommerso la foresta erano ricche di silicio che si è infiltrato nei tronchi rimpiazzando lentamente i tessuti lignei. E si è cristallizzato e divenuto quarzo. Il materiale che ora compone i tronchi di pietra.”. E ancora una volta il Tempo si meravigliò della bellezza della vita che si trasformava e cambiava e splendeva di novità. Associò a ogni colore sgargiante dei tronchi pietrificati i minerali presenti nelle acque: ferro, cromo, cobalto, manganese.

Venne creato un parco nazionale, il Petrified Forest, dove ogni anno migliaia di uomini passeggiavano nella riserva e sedendosi in quella bellezza di pietra riflettevano e sognavano, cercavano di immergersi nella foresta fantasma che non era desolata, ma unica, incredibile: uno spettacolo della natura.

E il Tempo capì il fine del suo compito: ogni passo era un secondo, un minuto, un giorno, un anno. Era il proseguire degli eventi e doveva essere compiuto senza tregua e senza mai abbattersi, perché da una catastrofe nasce sempre qualcosa di nuovo. Come il suo Deserto Colorato che racconta una storia a chi lo ascolta, che rincuora i preoccupati, che lascia a bocca aperta i più piccoli e disseta chi cerca novità.