Frankenstein 2.0 di Gaia Ceglie

Questa è l’epoca delle fake news, le quali, create ad hoc da specialisti della comunicazione per manipolare l’opinione pubblica, più inverosimili sono, più vengono acquisite come reali o a dir poco “straordinarie”.

Più se ne parla, più è difficile definirle. La traduzione letterale italiana è “notizie false” e non è, ovviamente, un fenomeno nuovo o legato alla rete. Quello che è cambiato nell’ultimo anno è l’uso strategico e sistematico delle piattaforme digitali – Facebook, Google e Twitter in testa – per raggiungere un maggior numero di utenti. Infatti, come sostiene Guido Pietrangeli nell’articolo “Bufale scientifiche in rete”1, in una società dove la rete ha espanso i suoi confini verso un ambiente sempre più globalizzato, non c’è niente di più facile, ed allo stesso tempo di più pericoloso, di far circolare in rete una bufala creata ad arte.

Le fake news dunque, sotto forma di articoli redatti con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, alterano la nostra percezione della realtà attraverso la manipolazione di quest’ultima. La fuga di notizie false, però, non riguarda solo temi di attualità o di politica, ma coinvolge anche contesti come quello medico – scientifico, dove spesso, chi legge non ha l’alfabetizzazione necessaria per riconoscere una scoperta, una cura o un farmaco adatto, sottovalutando la fattibilità dell’innovazione, le controindicazioni e gli effetti negativi che può avere una sbagliata diagnosi o un medicinale errato.

 

Tra i casi più eclatanti che ha sconvolto la comunità scientifica negli ultimi cinque anni, vi è il progetto, bollato come fantascienza, di Sergio Canavero. Il neurochirurgo torinese si è imposto all’attenzione della comunità scientifica mondiale nel 2008, con la volontà di risvegliare, grazie a un’elettrostimolazione corticale, una ventenne in stato vegetativo permanente dal 2006, causato da un incidente stradale. “ Mi rendo conto, suscita impressione, orrore – sostiene Canavero – ma si può fare. Non so perché si ostinino a dire il contrario. La scienza accreditata non dice la verità: anche Eluana avrebbe potuto risvegliarsi”2. La giovane, trascorsi diciassette anni, pone fine alla sua terribile battaglia e a quella giudiziaria del padre, Beppino Englaro: “Non è così. Mia figlia non avrebbe potuto. Lo disse chiaro il rianimatore dopo l’incidente. E lo provò l’autopsia sulla corteccia celebrale. So che ci sono medici convinti che tutto si possa fare per obbligare l’uomo a vivere. Non li giudico, sono per la libertà di scelta: quella loro di spingersi oltre i limiti della scienza, e la mia di non ascoltarli.”

 

Nel 2013, quello che oggi viene considerato il nuovo Frankenstein, ha mandato in fibrillazione medici, mass media ed opinione pubblica con il suo rivoluzionario progetto: la possibilità sperimentale di effettuare un trapianto di testa.

Con l’intento di migliorare la qualità della vita di persone il cui corpo fosse irreparabilmente leso da paralisi, Sergio Canavero da’ inizio al suo progetto battezzato “Heaven”, poiché il trapianto di testa rappresenterebbe il primo passo verso l’immortalità.

L’operazione vede una persona paralizzata o affetta da gravi forme di distrofie muscolari ma vigile, cosciente e in pieno possesso delle sue capacità di intendere e di volere, ricevere da un donatore, in morte celebrale, la sua parte di corpo dal collo in giù: il paziente ricevente manterrebbe, così, intatta la sua faccia e la scatola cranica, con l’encefalo ancora attivo completo di razionalità, pensieri e sentimenti, che verrebbero riattaccate sull’intero corpo estraneo del donatore.

Definito “una cosa mai romanzata nemmeno da Mary Shelley per la sua creatura” dal portale newsitaliane.it, già allora il progetto mancò di credibilità, per via dell’impossibilità di ricollegare il troncone di midollo della testa del ricevente con il corpo del donatore,

 

il 3 febbraio del 2015, Canavero si rifà vivo con la pubblicazione, sulla rivista indiana “Surgical Neurology International”, di un articolo scientifico in cui propone una versione migliorata della tecnica: partendo con il raffreddamento della testa del ricevente e del corpo del donatore con il fine di aumentare il tempo di sopravvivenza delle cellule, si seziona il tessuto intorno al collo, sia del donatore sia del ricevente, collegando i principali vasi sanguigni mediante piccolo tubi. Per quanto riguarda il collegamento del midollo, Canavero intende spruzzare la zona con glicole polietilenico, una sostanza che dovrebbe innescare l’adesione delle membrane cellulari dei due pazienti.

 

A questo proposito, il Presidente della Società Italiana di Neurochirurgia, Alberto Delitala, smonta la teoria del neurochirurgo torinese sostenendo di non aver trovato niente di scientifico nella proposta di Canavero, quanto solo un gran numero di ipotesi, per giunta molto vaghe, non supportate da evidenze verificabili. “Al momento, la scienza medica non è in grado di ricollegare con successo due tronconi di midollo, – asserisce Delitala – non importa quanti precisamente siano stati tagliati. Sono stati fatti dei tentativi usando innesti di cellule staminali che hanno dato qualche timido successo negli animali, ma nessuno sull’uomo.”3

 

In effetti un precedente “esperimento” era già stato tentato: nel 1970, il chirurgo Robert White della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, aveva trapiantato la testa di una scimmia sul corpo di un’altra, senza però collegare i due tronconi di midollo spinale.

Come risultato, ne conseguì che la malcapitata scimmia ricevente, la quale non era in grado di controllare o percepire il suo nuovo corpo, sopravvisse per soli nove giorni per poi morire a causa di una reazione immunitaria di rigetto al trapianto.

 

Purtroppo, il 14 settembre 2015, si ha notizia del primo trapianto di testa al mondo durante il quale il team di medici scelto propone, come paziente candidato all’operazione, il trentenne russo Valery Spiridonov, affetto da una grave patologia genetica e offertosi volontario in seguito all’annuncio del neurochirurgo. L’intervento, che sarebbe dovuto durare circa 36 ore e costare 11 milioni di dollari, è stato fin da subito criticato: secondo alcuni esperti, infatti, sottoporre una persona a un tale intervento equivarrebbe a ucciderla o, nel caso in cui riuscisse a sopravvivere, a farle provare qualcosa di estremamente “peggiore della morte”.

Contrariamente a tutte le premesse iniziali, l’operazione fu poi effettivamente eseguita su due cadaveri nell’università medica di Harbin, in Cina, non avendo ottenuto il permesso di realizzare il suo progetto in Italia. Questo ovviamente non poté dimostrare la reale buona riuscita dell’intervento così, la comunità scientifica, preferì ignorare con disprezzo la notizia, non rendendo noto nessun commento ufficiale.

 

Sicuramente, per tante persone che vivono grandi sofferenze nella vita, legate a malattie degenerative che intrappolano la loro mente in un corpo ridotto ad a un peso da portar dietro senza più alcuna funzione, la prospettiva della possibilità di avere un “corpo di ricambio” potrebbe rappresentare un nuovo inizio. Ma quale inizio? Una testa impiantata su un corpo che non si sente come proprio, magari per collegamenti sommari che non ne permettono un adeguato utilizzo? È questo il motivo per cui la diffusione di tali “fake news” contribuisce a far nascere false illusioni nell’animo di chi spera di porre fine alla propria disperazione.

Ragion per cui, o Canavero è il più grande inventore di fake news al mondo, o è colui che, tra un paio di anni, riuscirà ad eseguire il primo trapianto di cervello.

 

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1 Guido Pietrangeli, “Bufale scientifiche in rete”, huffingtonpost,it, 23 gennaio 2018

2 Sergio Canavero, newsitaliane.it, 20 novembre 2017

3 Alberto Delitala, Wired - Scienza, 27 febbraio 2015