Quel "gene" di Gregor! di Giacomo Rinaldo

Heinzendorf, Slesia. Una regione fertile, pianeggiante: se qualcuno nella placida estate del 1827 avesse potuto osservarla dalle ali di un germano reale che sorvolava quei distretti rurali facendosi cullare dal vento, sarebbe apparsa come un enorme mosaico in tutte le sfumature del verde, del giallo, degli ocra inframmezzati da minuscoli nastri bianchi, le mulattiere che contornavano i campi straripanti di frumento maturo. In quella distesa policroma, totalmente immerso nella verzura dei platani e degli ippocastani sorgeva Heinzendorf, piccolo paesino a vocazione rurale.

–  Johann! Vieni qui subito! – la voce squillante della sorellina risvegliò dai pensieri il bambino, disteso all’ombra di un platano. Stava osservando l’albero sotto cui era sdraiato e un altro platano poco distante, notando come le due cortecce fossero diverse: una era rugosa e grigiastra, simile a quella di un abete, mentre l’altra sembrava una coperta militare, con grandi macchie grigie, verdi, marroni, qua e là distaccate. Suo padre gli aveva insegnato a riconoscere gli alberi analizzando varie caratteristiche. Era giunto quindi a una conclusione: senza ombra di dubbio, quelli erano due platani, che differivano tra loro solo per la corteccia. Allora il bimbo in quell’istante decise che da grande avrebbe scoperto che cosa rendeva così diversi due alberi appartenenti alla stessa famiglia. Molti anni dopo, ripensando a quel giorno di agosto, si rese conto di aver formulato il primo modello della genetica e al tempo stesso di aver preso un colossale abbaglio. Perché, leggendo l’Enciclopedia delle piante da frutto, delle latifoglie e conifere europee, sotto la descrizione del platano, aveva trovato che "il platano colpisce soprattutto per la corteccia, dalla quale, con l’età, si staccano grandi placche grigie e irregolari". Quel giorno aveva avuto davanti a sé due platani, differenti ma della stessa specie: il primo più giovane, il secondo di quasi cent’anni.

Johann, totalmente assorto nei suoi pensieri, sembrava non udire la voce della sorellina; la bimba però non demordeva:
– Johann, torna a casa! Devi portare il pranzo al papà! –.
l ragazzo a malincuore si alzò, scrollandosi le pagliuzze di fieno dai calzoni; mentre si dirigeva verso casa, alzò gli occhi verso quel cielo estivo limpido che a guardarlo troppo fa male agli occhi. Gli faceva compagnia nel suo tragitto il mormorio dell’acqua che, nel letto del fiume, trascinava con sé i legnetti e qualche stelo del grano che i contadini stavano mietendo.

Quando ripensava a quel giorno, le rughe intorno agli occhi di Johann si accentuavano e quegli occhi, un tempo sempre voraci di libri, di piante e di cielo, si riaccendevano di una luce nuova. Pensava sempre a sua sorella Theresia; se quel giorno la bimba non lo avesse chiamato distraendolo dalle sue osservazioni, avrebbe sicuramente risolto il mistero dei platani. Non aver trovato la risposta alle sue domande aveva stimolato in Johann una curiosità immensa che lo avrebbe spinto a indagare nei misteri della natura. E doveva un altro ringraziamento a sua sorella: una decina d'anni più tardi, grazie alla sua dote, sarebbe riuscito a continuare gli studi per diventare biologo e, probabilmente, il primo genetista della storia.

Questi pensieri però non sfioravano nemmeno il bambino accecato dal cielo abbagliante che si dirigeva a casa per prendere la cesta con il pranzo per il padre. E così il piccolo Johann s’incamminò in direzione dell'uomo chino, come ogni giorno, sulla falce: le spighe mature si piegavano copiose al suo passaggio, investendolo dei profumi dell’estate e del giallo oro macchiato da qualche papavero solitario. Molti anni dopo, rimpiangendo la vita felice all’aria aperta, sarebbe riuscito a classificare tutte le caratteristiche, i fenotipi di quelle spighe, ma avrebbe rimpianto il profumo di un campo di grano in estate…

1853. Erano trascorsi ventisei anni da quel giorno ed erano avvenuti parecchi cambiamenti, frutti ora del caso, ora della volontà: Johann aveva preso i voti da monaco e aveva aggiunto un altro nome al suo, aveva studiato in quattro città diverse, aveva coltivato la sua passione per l’apicoltura e il giardinaggio. Johann ora si chiamava anche Gregor e, amante dell’ordine e della precisione, stilava elenchi per classificare tutto quello che studiava. Nel frattempo, era andato ad abitare nel monastero di San Tommaso, a Brünn: trascorreva intere giornate nella sua celletta, tra l’amata scrivania e gli scaffali straripanti di libri. Sentiva il profumo del legno del tavolo e di quello che bruciava nel caminetto, l’odore del cuoio della sua borsa colpiva le sue narici insieme a quello delle vecchie pagine dei libri, che producevano un piacevole crepitio, mentre li sfogliava. Ma ciò che lo colpiva di più era l’atmosfera che regnava nel monastero. Un’abbazia viva, dinamica, che trasudava dai muri secolari l’amore per la scienza e la conoscenza. Percepiva il lavoro dell’architetto, del biologo, del giardiniere, del cuoco, dell'abate, li sentiva attraverso le pareti dell’abbazia: quei monaci esercitavano professioni così diverse ma erano accomunati dall’amore per il crocifisso e dalla passione della ricerca in tutti gli ambiti.

Era fatto così, Johann Gregor. Si perdeva nei recessi della sua mente. Passava ore, finché qualcuno o qualcosa non lo ridestava. Da piccolo pensava fosse un difetto e affidava spesso l’incarico alle sue sorelle di svegliarlo nel caso stesse lì, imbambolato, con gli occhi persi nel vuoto. Ma un professore di Vienna, un giorno se ne era accorto e gli aveva detto che era un dono.

L’inverno del 1853 passò senza grandi novità: Gregor si dedicava alla meteorologia; si spendeva nell’insegnamento di biologia, fisica e matematica, senza trascurare la preghiera e i suoi doveri di monaco. Poi arrivò Natale e tutti i parenti si recarono in visita al monastero. Gregor ricevette Theresia, che si rifiutava ancora di chiamarlo Gregor, e una vecchia zia, che gli portava sempre ceste di manicaretti, pensandolo un povero francescano.

Arrivò anche il 1854. La neve si sciolse a fine febbraio e con grande slancio la natura si sollevò dal torpore invernale. Miriadi di gemme si aprirono, stormi di rondini ritornarono dai paesi caldi e Gregor era molto indaffarato ad annotare, confrontare e classificare i dati della sua stazione meteorologica. Ma un’altra attività del monastero lo attendeva.

L’abbazia era stata costruita in modo che la chiesa di San Tommaso fosse al centro. Tre strutture a forma di C erano state erette sui lati della chiesa a formare tre cortili interni. Era una mattina trasparente e i raggi del sole sfioravano appena le falde spioventi dei tetti. Gregor si recò in uno stanzino sotto il porticato e ne uscì con una zappa. Poi, arrivato in un punto del giardino coperto dalle erbacce, ripeté il gesto antico insegnatogli dal padre tanti anni prima. Quando immerse per la prima volta il ferro nel suolo nero del giardino sentì il potere ancestrale della terra nutrice… e si perse nei suoi pensieri.

A Johann era sempre piaciuto coltivare la terra. Si sentiva appagato quando da una manciata di semini nasceva la vita, verde e straripante come quella delle piantine di pisello che aveva appena piantato. Se suo padre le coltivava per sfamare la famiglia, lui e gli altri monaci curavano l’orto per distrarsi dalle mansioni quotidiane o per effettuare esperimenti. E quando, nella primavera del 1854, su quei piccoli steli fiorirono i piselli, Johann provò quel brivido sentito ventisette anni prima mentre osservava le cortecce di due platani. Perché i fiori dei piselli Pisum sativum producevano inspiegabilmente fiori di due colori diversi. Alcuni erano di un bel violetto tenue, che ben si intonava alla primavera appena iniziata, altri di un bianco candido, che quasi sembravano bucaneve. Eppure Gregor stesso aveva controllato che i semi fossero della stessa specie. Così, osservando quel piccolo mistero, ripercorse con la mente tutta la sua storia fino ad arrivare a quel giorno di agosto, quando si era perso nell’osservazione di due platani così misteriosamente diversi e si ricordò della promessa che aveva fatto a sé stesso.

Ma come fare? Gregor era confuso e passava le giornate piantando piselli e osservandoli catalizzato, tanto che fu richiamato dall’abate Napp che lo credeva ammattito. Poi arrivò Pasqua con la processione dei parenti, e tornò Theresia, questa volta accompagnata dal marito e dai tre figlioletti. Fu così che, per un altro scherzo del destino, Johann risolse il mistero: sia Theresia che suo marito erano biondi, ma dei loro tre figli due erano biondi, mentre uno aveva i capelli scuri. I tre bambini lo seguirono a precipizio giù per le scale nel giardino dove il monaco si diresse con il cuore in gola. Ai fiori del Pisum sativum era capitato ciò che era capitato ai nipoti?

Preso un pennellino, Gregor prese delicatamente un po’ di polline dei fiori viola e lo posò sugli altri fiori dello stesso colore, e ripeté la stessa operazione con i fiori bianchi. I bambini lo guardavano con un’aria meravigliata, senza capire che cosa stesse facendo. Quella sera, su un quaderno nuovo segnò la data fatidica e iniziò a scrivere:

16 aprile 1854

Io, Gregor Johann Mendel, oggi ho impollinato n. 57 piante di P. sativum con i fiori color violetto fra di loro, e n. 121 piante bianche.

Giunse l’8 febbraio 1865, giorno in cui Gregor avrebbe mostrato al mondo i suoi risultati. Quanti anni erano passati dalla prima, timida impollinazione di piante di piselli? Ben undici. Nel frattempo Johann aveva formulato le prime due leggi di ereditarietà dei caratteri genetici. La sala era gremita. Il monaco si alzò in piedi e raggiunse lo scranno dove, con voce incerta, iniziò la sua conferenza. Aveva con sé delle tavole che riassumevano con efficacia le sue due leggi. Due enunciati che, scritti, occupavano appena una decina di righe, ma che avevano impegnato undici anni della sua vita.

Passò un’ora durante la quale il monaco spiegò le sue scoperte. Dopo aver separato le piante viola da quelle bianche, le aveva incrociate fra di loro osservando che i nuovi nati avevano solo una caratteristica: i fiori viola. "Primavera che vince su inverno", aveva pensato dapprincipio. Sempre più meravigliato, aveva incrociato queste piante scoprendo che apparivano di nuovo le due caratteristiche. E qui si era trovato nuovamente in difficoltà: che cosa determinava questo comportamento? Aveva esaminato un numero più ristretto di piante ed era giunto alla conclusione, tramite calcolo fisso, che c’era una costante: su quattro piante, tre avevano i fiori viola e una bianchi.

–  In conclusione, signori, vi voglio svelare i segreti delle mie scoperte. Il primo, più importante, è la pazienza. Ho speso undici anni della mia vita per questo mio studio senza mai scoraggiarmi! Il secondo, l’ordine e la precisione: senza di essi, oltre alla statistica, non avrei mai trovato quella fatidica costante che divide i due caratteri. Infine, la curiosità: se non fossi stato pungolato e spinto a studiare, a capire il perché delle cose, non sarei giunto a tanto e probabilmente sarei un contadino della Slesia –.

Fu questa conclusione non scritta a fare la differenza nelle menti e nei cuori degli uditori: alcuni, lungimiranti, compresero la portata rivoluzionaria delle scoperte di un monaco paziente, che un giorno avrebbero costituito le basi della genetica; per altri, invece, si trattava di studi stravaganti.

Mendel non ebbe mai successo in vita, incompreso. Era troppo innovativo e rivoluzionario per il suo tempo, ma invecchiò felice fra i nipotini, diventando abate.

Dovettero passare molti anni prima che gli scienziati prendessero in considerazione i suoi studi e i suoi esperimenti. Nessuno di loro seppe mai che fu grazie a due platani, all’amore sconfinato per la natura e a una sorella dalla voce squillante che oggi abbiamo le leggi della genetica, ma soprattutto grazie a un bambino che guardava il cielo della Slesia fino a sentire male agli occhi…