Deserto Nero di Elena Passaretti

Berenice guardava davanti a sé, il profondo la inghiottiva e le svelava quanto il mare di notte fosse simile al deserto. Un luogo oscuro, imprevedibile e spesso mortale. Sapeva di rischiare, conosceva le conseguenze da quando era partita da casa con le poche cose che le erano rimaste. Per questo, ogni ora che passava era una distanza maggiore tra lei e la sua vita, il suo mondo, la vera lei a cui aveva detto addio, assieme alla sua dignità, già da qualche giorno. Si sentiva strappata dalle sue origini, dalle persone che l’avevano vista crescere, ma soprattutto era stata privata delle sue aspirazioni e, appena arrivata, avrebbe dovuto ricominciare tutto da zero. Inizialmente l’avrebbero considerata come un semplice numero, una donna “diversa” e inaffidabile, perfino la sua laurea in astronomia sarebbe stata pari a uno straccio.

Aveva solo un modo per distrarsi dal maleodore e dalle lamentele degli altri sciagurati: alzare gli occhi e guardare le stelle, le costellazioni le conosceva tutte e così passava la notte a identificarle e con esse orientarsi, come gli antichi e come i suoi antenati, che nei lunghi itinerari nel deserto si lasciavano guidare da quella meraviglia sopra le loro teste. Il cielo stellato faceva sentire Berenice accolta dall’Universo, come se fosse protetta da quei diamanti incastonati, come se ci fossero miliardi di occhi preoccupati per lei. In fondo, allora, la sua vita contava qualcosa.

C’era un occhio in particolare che era sicura l’avrebbe guardata, con 650 anni luce di ritardo, ma l’avrebbe prima o poi scorta, persa nel nero impenetrabile verso un destino celato. Era la nebulosa di Helix, il grande occhio di Dio che nelle sere di ottobre come quella era per lei possibile osservare, nella costellazione dell’Acquario. Se la immaginò ingrandirsi, come se lei stesse ancora nell’ osservatorio Etiope, dove poteva studiarne la peculiare immensità.

Rifletté sulle notti passate a sviluppare immagini che raffigurassero perfettamente la nebulosa: accumulando dati dalle emissioni di atomi di idrogeno, e atomi di ossigeno, in tonalità blu o verdi, dopo cinquantotto sudatissime ore di osservazione, appariva la forma a elica della gassosa massa. Ciò che l’aveva sempre affascinata delle nebulose planetarie era che tra miliardi di anni, il Sole, che ogni giorno nutriva la Terra, come fosse sua madre, sarebbe anch’esso divenuto un ammasso spettacolare di polvere, idrogeno e plasma.

Osservare Helix, per lei, era come essere in grado di guardare nel futuro e anche assomigliando a una visione apocalittica per la vita umana, i destini delle varie stelle la incuriosivano a tal punto da farla appassionare e commuovere. Questa era la scienza per Berenice: la bellezza di sapere per prima qualcosa o di conoscerla a fondo e meglio di altri e conservarla come un tesoro prezioso, da donare a coloro che avessero, a loro volta, desiderio di arricchirsi.

In mezzo al nulla, si ricordò della bellezza imbarazzante dello stupore di uno sguardo verso l’infinito e si rese conto che tutta quella astronomia non avrebbe potuto spiegarla fino in fondo. La potevano privare di tutto, della laurea e del resto, ma niente le avrebbe sottratto la capacità di meravigliarsi, di vivere con la passione e la forza di spingersi oltre.

Il freddo le era entrato nelle ossa, strinse i denti e chiuse gli occhi e pregò Allah di non abbandonarla e di illuminare la strada a quegli assassini, poveri dentro almeno quanto i trafficanti a cui aveva affidato la sua vita e ogni cosa che aveva. La rabbia, in quel momento, era più forte e non era in grado di perdonarli realmente, perché il dolore non la abbandonava, come una ferita ancora non cicatrizzata. Li immaginò fluttuare nel vuoto spaziale, che boccheggiavano come pesci e gridavano pietà senza emettere alcun suono, mentre l’Occhio di Dio li osservava inquieto.

La pupilla, il nucleo stellare, sparava i gas nell’iride fluorescente che, dalla freddezza dell’azzurro, mutava in un arancione intenso. Le interazioni insistenti tra fotoni ed elettroni sembravano baciarsi per la bellezza a cui donavano materia, mentre l’imponenza silente piegava i loro sguardi maligni e, severa, attendeva il loro soffocamento.

Berenice aveva paura, sentiva che quel grande occhio non avrebbe protetto nemmeno lei se fosse annegata e temeva fosse stato tutto inutile. La sua vita sarebbe stata bella da raccontare a chi avesse voluto, come una fiaba con il lieto fine, la storia di una donna siriana che, nonostante l’incombente guerra, si sia messa a studiare con grinta contro tutti gli stereotipi e i bigottismi della sua terra, fino a trasferirsi per fare ciò che di più amava, fino a raggiungere l’Etiopia e lasciarsi tutto alle spalle. Ma ora era disposta ad attraversare il mare, poiché era andata contro un male troppo grande, un’arma potente che affrontare da sola sarebbe stata una battaglia persa, quando a ostacolarla vi era un fondamentalismo subdolo e minaccioso.

"E se gli sforzi di una vita non fossero serviti a niente? Qual era, allora, il senso del vivere?", chiese a se stessa.

Si sentì improvvisamente inutile. Le sottili gambe le tremavano al solo pensiero di non riuscire a raccontare a nessuno questa storia, una delle tante che animavano i pensieri delle altre anime itineranti, ridotte ormai al ricordo di ciò che erano state.

La stanchezza calò su di lei, il suo corpo era rimasto in tensione dalla mattina precedente e aveva il bisogno naturale di riposare. Si accoccolò nel suo piccolo spazio e si lasciò cullare dalle onde, che improvvisamente sembravano essersi addolcite, mentre il silenzio le faceva da ninna-nanna. Le sembrò di tornare a casa, ne sentì l’essenza e il profumo e per un momento ne fu talmente convinta che si ritenne reduce di un brutto sogno. Diede la buonanotte alle sue amate stelle e al grande Occhio. Poi il buio mentale. Il mare era come il deserto, ma quest’ultimo soffoca i respiri, mentre il mare incanta, ruba e non ti dà nulla indietro, se non la quiete turbolenta e imprevedibile. Berenice si sentiva come il mare, avvinghiata al cielo e mossa da correnti incontrollabili, lei e il mare sarebbero stati compagni di viaggio ancora per tanto, tanto tempo.
 

Nei primi due mesi dell’anno corrente si sono registrati 131 mila sbarchi in Europa. Da gennaio i corpi trovati nel Mediterraneo ammontano a 140, la cifra è superiore a quella registrata dopo i primi cinque mesi dell’anno precedente. La commissione ONU dei diritti umani (UNHCR), che ha fornito questii dati, sostiene che l’Europa sia sulla soglia di una crisi umanitaria in gran parte autoindotta.

Berenice è lo scienziato al lavoro, è un itinerante in cerca di equilibrio, un sognatore a occhi aperti, ma soprattutto è un essere umano.

“…più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare…”
La cura, Franco Battiato