Amore e missione di Sofia Polini

MILANO, 15.06.2004

I miei occhi sono chiusi, le labbra tremanti. Le sue mani, fragili, un tempo forti e capaci di rassicurarmi, scorrono lentamente sul mio viso. Sulle palpebre, sul naso aquilino, l'unico tratto preso da lei, "sei tutta tuo padre" diceva sempre. Mentre la mia bocca è sfiorata dal lento passaggio di quelle ruvide mani, la sua si apre faticosamente, si tende come un arco pronto a scagliare dolorosi dardi. Solo tre parole, sempre le solite tre parole: Tu chi sei?

Il sipario di un teatro, aprendosi, svela il tragico finale dell'opera, e così i miei occhi, aprendosi, lasciano la scena ad un mare di piccole gocce di rugiada intrisa di rabbia, dolore e necessità di cambiare le cose.

Ho una missione.

13.09.2011

Ho una laurea in medicina. Una tesi: “Alzheimer, nuove frontiere: tecniche di osservazione e manipolazione delle tracce sinaptiche della memoria”. Ho una missione, continuerò a cercare.

BOLOGNA, 15.06.2004

Il mio compagno di banco ha lasciato la scuola. Sono fragile, mi ha detto; sono sbagliato, mi ha detto, sono solo. Sotto ai miei occhi c'è il libro di Italiano. Il titolo del capitolo: Giacomo Leopardi. Qualcuno avrebbe dovuto dirglielo. Qualcuno avrebbe dovuto dirgli che anche Giacomo Leopardi si sentiva solo, che il più grande poeta del nostro bel paese, persino lui, si sentiva sbagliato. Qualcuno doveva dire al mio compagno di banco che Giacomo Leopardi ha trovato nella sua penna e in un foglio bianco, un'ancora di salvezza, un'arma per rendere la sua fragilità un dono, la possibilità di lasciare un segno indelebile nel mondo. Se solo qualcuno glielo avesse detto. Ho una missione.

 

7.11.2009

Ho una laurea in lettere moderne, da domani, finalmente, diventerò professore presso il liceo Scientifico A.R. Ho una missione.

CAGLIARI, 15.06.2004

Un movimento del ginocchio preme rapidamente il tasto posizionato sulla sedia a rotelle. “B”. Sullo schermo del computer si illuminano una ad una tutte le lettere dell’alfabeto. Lei muove la gamba. “A”. Aspetta che si illumini la lettera che le serve per comunicare, e preme. “G”. Non può parlare, non può controllare con tanta precisione la sua mano da poter impugnare una penna. “N”. Le gambe non sono abbastanza forti da reggere il suo peso, ma può controllare i loro movimenti e così può comunicare. “O”. Ogni minima comunicazione richiede tanto tempo. So che la determinazione non è geneticamente trasmissibile, ma in qualche modo devo avergliela trasmessa. Non può parlare, scrive con enorme lentezza, eppure ha deciso di seguire determinata il suo sogno: essere una traduttrice. Studia russo, spagnolo, tedesco ed inglese. È la donna più forte che io abbia mai visto, ma posso vedere i suoi occhi sconsolati nel rendersi conto di quanta differenza ci sia tra la velocità della sua mente, e la velocità di comunicazione. Io ho studiato matematica, conosco poco il funzionamento del cervello, e non devo essere l’unico. Persino chi si dedica allo studio del cervello da una vita ha difficoltà a svelarne i segreti. Un giorno però, quasi per caso, mi sono imbattuto in un articolo riguardante una teoria, chiamata “teoria dei potenziali evocati”. Questo studio dimostrava come un immagine ben precisa, stimolasse il nostro cervello in maniera differente da un’altra. In particolare, il nostro cervello risponde ad eventi esterni con stimoli elettrici. Una cellula nervosa, sollecitata, produce per effetto chimico una migrazione di cariche positive e negative . Questo movimento dei cariche elettriche dà luogo ad una variazione di potenziale elettrico. Questa corrente in moto variabile è misurabile. Mi chiedo. Se mia figlia si trovasse davanti ad un triangolo rosso, il suo cervello, dato lo stimolo visivo, risponderebbe in un determinato modo, misurabile con un rilevatore. Se si trovasse davanti ad un cerchio blu, lo stimolo differente produrrebbe una registrazione di natura elettrica diversa. Mi chiedo. E se solo pensasse al triangolo rosso, o al cerchio blu? La reazione elettrica generata da un fattore interno, e non esterno sarebbe comunque diversa ed ugualmente registrabile? Potrebbe mia figlia comunicare “triangolo rosso” con un solo pensiero, senza bisogno di attendere l’illuminarsi delle lettere una per una? Ho bisogno di ricercare una risposta. Se posso fare qualcosa, voglio consacrare la mia vita a scoprirlo. Ho una missione.

30.01.2016

Ho appena conseguito un master Universitario in Neuroscienze, all’età di 41 anni. Sto scoprendo molto di più di quello che avrei sperato. Non ho risposte, ma ho la possibilità di ricercarle. Ho una missione.

FIRENZE, 15.06.2004

La luce si propaga in linea retta dal suo corpo alla superficie dello specchio che generosamente le restituisce l'immagine. Io posso vedere, da qui, due figure identiche, speculari. E' proprio bella mia sorella, sono sempre stata un po’ invidiosa. Ha sempre ricevuto complimenti ammirati. Le sue curve sono perfette, la vita è stretta, il corpo slanciato. Eppure la sua mente, crudele nemica, non le permette di vedere. Nello specchio vede soltanto ciò che non vorrebbe essere. Il suo sguardo scorre dai piedi alle ginocchia, sale lentamente e si sofferma sulle cosce tese. La vedo sospirare. Risale sul ventre e i suoi occhi si chiudono, impauriti. Anche questa sera la cena che mamma ha preparato per lei, profumata e fumante, resterà sola in cucina fino a perdere il profumo, fino a raffreddarsi. Cosa accade nella sua testa? Vorrei capire le cose. Ho una missione.

13.09.2008

Sono dottoressa di psicologia e lotterò perché nessuno più si veda sbagliata in quello specchio. Ho una missione.

PALERMO, 15.06.2004

Le nostre labbra si sfiorano con la delicatezza di una foglia che si adagia sul terreno. Sopra di noi, tanti piccoli buchi attraverso i quali penetra silenziosamente l'infinito. Il cielo è una tela bucata che lascia filtrare il mistero. I nostri occhi, come magnetizzati, vengono attirati verso l’alto.

"Lo sai" mi dice "di che cosa sono fatte le stelle?"

"Non lo so" rispondo "però Shakespeare diceva che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, e io penso che noi siamo in piccola parte, ciò che le stelle sono universalmente. Noi culliamo dentro il nostro cuore un piccolo presentimento di infinito, le stelle sono fatte di infinito. Noi coviamo nel nostro cuore grandi desideri, sogni le stelle sono il desiderio stesso. Di questo sono fatte. Quello che non so è come fare a penetrare sempre più a fondo di questo mistero.”

"Devo dire che Shakespeare ci ha visto lungo allora. Effettivamente siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle, in gran parte. Questo mi ha sempre strabiliato. Gli atomi che ci compongono , che permettono al nostro corpo di essere una macchina così perfetta , sono le stesse che regolano quell'immensa distesa di luce. E non solo. Le stelle sono luce, e noi stessi siamo luce.”

Lo interrompo: “certo, noi siamo la luce, noi portiamo la luce. Il nostro intelletto è in grado di illuminare anche gli angoli più bui della terra.”

Mi spiega: “Gli atomi, che abbiamo sempre creduto la parte più piccola e fondamentale della materia, sono costituiti da particelle fondamentali: protoni, neutroni ed elettroni. Lo studio di queste particelle si è, nel tempo, evoluto. Si è scoperto che a loro volta queste piccole particelle sono formate da particelle elementari chiamate quark. I quark sono luce. Siamo luce. Quali sono le leggi che permettono ad un minuscolo atomo di carbonio di essere ingranaggio fondamentale dell'universo?"

Le sue domande si intersecano con le mie. “Come fare a svelare con delicatezza la nostalgia dell'irraggiungibilmente alto, come fare a conoscere?"

Restiamo in silenzio. Stiamo guardando entrambi nella stessa direzione. Guardiamo entrambi la stessa cosa. Nel nostro cuore esplodono con delicata irruenza le stesse domande, semplicemente cerchiamo la risposta attraverso strade differenti che a volte si incrociano, a volte si diramano, ma dove conducono? Ho una missione, penso. "Ho una missione", mi dice.

10.05.2011

Dopo aver concluso i miei studi filosofici, ho atteso la sua laurea in astrofisica e ci siamo sposati. Continueremo a ricercare fianco a fianco. Abbiamo una missione.