Parole Affittasi

“Costruire un racconto è come costruire una casa” ha detto Marco Rossari a Varese. Dal loft di lusso alla più triste catapecchia accartocciata su se stessa, sono molti gli aspetti da non trascurare, e fra essi c'è anche questo: i racconti non solo sono case che vanno costruite con calma, mattone dopo mattone, ma sono case che dobbiamo abitare. Dobbiamo esistere, in ogni nostro racconto, perché essere in esso è l'unico modo di farlo vivere realmente: nascondere dietro a quella tegola una scatola piena dei disegni dei nostri bambini, guardare i segni che hanno lasciato sugli stipiti gli anni e le nostre altezze, scoprire i nostri passati più o meno prossimi, più o meno desiderati in agguato a ogni angolo.

È qui che si insinua il primo problema: avere una casa in cui vivere non significa solo immaginarla, né costruirla da un momento all'altro in preda al raptus da architetto-muratore. Serve il sogno iniziale, serve l'idea, ma ci si deve anche fermare poi a fare qualche calcolo, a fissare tutto in modo che non crolli, che si abbia almeno la certezza di poterci provare, prima di rimboccarsi le maniche.

E tuttavia anche questo non basta. Per questo concorso, nella vostra casa, quella che finalmente avete costruito, dovete anche sopportare una coinquilina precisa, a volte persino pignola: la scienza. Non so se avete presente, ma è un po' l'amica che vi dice di non salare l'acqua della pasta prima che stia bollendo per non prolungare l'attesa famelica, o che conosce a memoria le reazioni migliori per pulire qualsiasi materiale con quello che trovate in cucina. La scienza è quella che vi sgrida se non asciugate la doccia, perché la condensa e il calcare rovinano le mattonelle. Però alla fine prepara dolci buonissimi e, a dirla tutta, è con voi fin dal primo progetto e sareste stati proprio spacciati altrimenti. Non riuscite a non volerle bene.
E questo è il secondo problema: scrivere a braccetto con un tema tanto vasto e in apparenza così lontano.

Tutto sommato, si può fare, ve lo scrive una che è saltata da un liceo scientifico alla facoltà di lettere: i due aspetti si possono conciliare. Anche se ogni tanto ci dimentichiamo di asciugare la doccia perché abbiamo la testa per aria, per tornare a noi. Anche se sembra difficile – e forse un po' lo è – perché, nonostante la supremazia sempre più incombente dell'universo scientifico, non siamo abituati a vederci fatti così tanto di materia e ancora pretendiamo qualcosa di più. Ma va ammesso anche che ogni cosa che maneggiamo, ogni nostra stessa cellula è governata da leggi che da secoli ci sforziamo di comprendere. Questo mi preme ripeterlo meglio: non si tratta di rinunciare al nostro tanto umano "qualcosa di più", ma di ampliarlo notevolmente. Tutt'altro che limitante, no?

Quella che tutti i partecipanti hanno davanti – e che è stata evidenziata come tale anche dagli studenti del Liceo Scientifico “Ferraris” in cui il laboratorio si è tenuto – è l'opportunità che La Scienza Narrata offre. Un'opportunità di farsi leggere, di scrivere, di informarsi... di mettersi alla prova, soprattutto. E a me pare che sia questo a spingere da sempre l'uomo a migliorare.
Io, da qui, posso solo esortarvi a coglierla.

Autore: Eleonora Daniel

Vincitrice del 2° premio della 7 ͣ edizione de La scienza narrata. Ha frequentato il Liceo V. Veneto di Milano. Frequenta la facoltà di Lettere Moderne.