La vita inaspettata

Nel primo incontro de La Scienza narrata, che si è tenuto al Teatro Palladium di Roma il 29 gennaio, il filosofo Telmo Pievani ha coinvolto i ragazzi delle scuole medie superiori in una lezione sul ruolo della contingenza nella natura.
I miglioramenti adattivi che sono alla base dell’evoluzionismo darwiniano, ha spiegato Pievani, possono essere paragonati alle "Storie proprio così" di Kipling, mentre oggi la scienza guarda all’evoluzione come a un intreccio di causalità, vincoli e regole del gioco.
Riportiamo di seguito una sintesi dell’intervento del filosofo. Una versione più  breve di questo testo, a firma dello stesso Pievani, è comparsa sul Corriere della Sera del 28/01/2013.

Nel 1902 Rudyard Kipling le aveva chiamate “storie proprio così”. Sono racconti per bambini che imitano i miti delle origini applicandoli agli animali. Così scopriamo come l’elefante allungò la proboscide, perché al cammello venne la gobba e al leopardo le macchie, e come fu che il rinoceronte si ritrovò con la pelle rugosa e un carattere assai suscettibile. Il segreto di queste favole risiede nel fatto che tutto ha un senso perché c’è un’intenzione, un cattivo punito, un lieto fine. Il riccio e la tartaruga si trasformano in armadilli “per” sfuggire al giaguaro. O se preferiamo il settecentesco dottor Pangloss del Candide di Voltaire, parodia del migliore dei mondi possibili, il naso esiste per appoggiarci sopra gli occhiali, è evidente.

Quale strano legame unisce le “storie proprio così” di Kipling alla scienza, che di solito pensiamo non debba narrare storie ma cercare le leggi senza tempo inscritte nella natura? La connessione è duplice. Innanzitutto, gli scienziati cognitivi oggi sanno che le narrazioni finalistiche sono le preferite dalla mente umana. Le troviamo persuasive, indipendentemente dalla loro veridicità, perché soddisfano la nostra spiccata sensibilità verso tutto ciò che è animato, che è portatore di progetti e di intenzioni.

Ne deriva un possibile rischio, perché a ben vedere diverse branche della scienza contemporanea si occupano di storie. Ed è il secondo legame. Il nostro universo non ha forse avuto un inizio? Dopo dieci miliardi di anni e passa, sul terzo pianeta di un sistema solare periferico di una galassia qualsiasi, è spuntata la vita, divenuta dopo altri tre miliardi e mezzo di anni capace di porsi domande coscienti. Vuoi vedere che l’universo ci stava aspettando? Che era fatto apposta per noi primati bipedi di grossa taglia? Sembra davvero una “storia proprio così”.

Gli evoluzionisti pure hanno un compito difficile, perché devono trovare non solo le cause prossime dei fenomeni (come funziona?) ma anche quelle remote (come si è evoluto?), finendo talvolta attratti dal fascino del dottor Pangloss. Gli occhi servono per vedere, dunque si sono evoluti per vedere. Le orecchie ci permettono di sentire, quindi le loro delicate componenti si sono tutte evolute per sentire. Molto intuitivo, ma non è detto che sia così. Se pensiamo che i nostri comportamenti siano stati plasmati come adattamenti ottimali dalla selezione naturale, dimentichiamo che quest’ultima non è un ingegnere, ma un artigiano che fa il meglio che può con il materiale a disposizione.

La biologia evoluzionistica ha oggi a disposizione strumenti sofisticati che rendono controllabili le storie che ipotizziamo. Esperimenti in laboratorio, simulazioni, convergenze di dati indipendenti, selezione fra modelli alternativi, valutazioni di probabilità e altre metodologie permettono di fare predizioni precise e di smentire il vecchio ritornello secondo cui la spiegazione evoluzionistica sarebbe “infalsificabile”, nel senso cioè che puoi raccontare una storia e il suo contrario ed è lo stesso.

Ciò detto, la tentazione di considerare il passato come giustificazione di un presente necessario è sempre in agguato. Che fare, dunque, eliminare le storie dalla scienza? Forse non serve una soluzione così radicale. Basterebbe usare l’antidoto della contingenza, che è poi un modo alternativo di narrare l’evoluzione. Nelle “storie non proprio così” contano i dettagli: per un chiodo allentato il cavallo perse il ferro, il messaggero non arrivò in tempo, la battaglia volse al peggio, e l’impero crollò. Ciò che lega il chiodo all’impero non è il puro caso, perché magari l’impero aveva le sue ragioni per crollare comunque.
È piuttosto la contingenza, cioè il potere che hanno alcuni eventi singolari di deviare il corso della storia.
È un intreccio di casualità, di vincoli e di regole del gioco.

In fondo, è la vita di tutti noi, dominio del possibile. Se quella sera non avessimo deciso di andare a teatro, non avremmo forse incontrato la nostra futura moglie. Alcune regolarità rendono un esito più probabile di un altro, ma il processo non è prevedibile apriori. Anche questo è un modo di raccontare storie, facile da comprendere, persino poetico se pensiamo a “la storia non si snoda/ come una catena/ di anelli ininterrotta” di Montale. La differenza con le favole di Kipling è però essenziale: tutto ciò che oggi la scienza ci dice dell’evoluzione porta proprio a pensare che il presente che noi viviamo non fosse l’unico necessario, ma solo uno dei molti possibili.