Genealogia delle storie - intervista a Giorgio Vasta

Cosa può offrire la scienza alla letteratura non solo in quanto a temi, ma anche riguardo ai metodi e alle tecniche di narrazione?

Penso che la scienza possa mettere a disposizione della letteratura una serie di morfologie che possono essere usate come metafore nonché come metodi. Per portare un unico esempio, il metodo scientifico formalizzato tra i primi da Galileo Galilei e basato sull’assunto per il quale ogni ipotesi deve passare al vaglio della verifica empirica, servì ad Arthur Conan Doyle per dare vita a un personaggio come Sherlock Holmes e alle sue investigazioni. Sherlock Holmes, e con lui un'intera discendenza di detective scienziati, comprende e risolve sempre a partire da un principio deduttivo; le trame delle storie che lo vedono protagonista sono sempre estreme e paradossali, apparentemente del tutto incredibili, ed è solo la capacità logica dell'investigatore di Baker Street a rendere l'inverosimile progressivamente sempre più plausibile, fondato e condivisibile. Sherlock Holmes è di fatto uno tra i personaggi letterari più prossimi al modo di procedere di uno scienziato che siano mai stati concepiti.

La scienza cosa ha dato a lei personalmente?

Esattamente dieci anni fa, nella primavera del 2004, ho organizzato a Torino una settimana di lavori che si intitolava “Embrioni e trame”. Lo spunto arrivava da un biologo molecolare, Giuseppe Testa, che allora lavorava a Dresda e negli anni successivi è tornato in Italia, interessato a indagare punti di contatto e di divergenza tra saperi nel tempo considerati non semplicemente diversi ma addirittura opposti se non in reciproca contraddizione. L'obiettivo di quella settimana di incontri e discussioni era quello di modificare questa idea costruendo un legame esplicito e discorsivo tra scienza e narrazione, dunque tra scienziati e narratori, tra punti di vista, procedure e protocolli. Forse quelle giornate sono state una prima occasione concreta per verificare, a livello personale e non solo, quanto ricca può essere la relazione tra chi fa ricerca e chi racconta storie.

La letteratura e l'arte, a loro volta, cosa possono dare alla scienza?

La tesi di laurea in medicina di uno tra i più grandi scrittori francesi del '900, Louis-Ferdinand Céline, discussa novant'anni fa, prende spunto dalla vicenda di un medico ungherese, appunto Ignác Fulop Semmelweiss, che nella Vienna della metà dello scorso secolo si rese conto che a determinare la morte di tante puerpere non era il caso ma l'infezione generata dalle mani dei medici che dovevano farle partorire. Nel momento in cui Semmelweiss ha questa intuizione i microscopi in uso non erano in grado di fornire nessuna evidenza utile e non esisteva ancora la microbiologia. Concentrando la sua tesi su Semmelweiss, Céline realizza un cortocircuito particolarissimo: una tesi in medicina che racconta una scoperta scientifica fondamentale attraverso uno strumento letterariamente straordinario. In sostanza Céline dà la parola – una parola fertile ed espressiva – a qualcosa che diversamente avrebbe avuto un valore esclusivamente scientifico.

Quali sono, a suo parere, dei buoni esempi di scambio tra scienza e letteratura?

Proprio a partire da quanto appena detto, la mia sensazione è che un buon esempio di scambio tra scienza e letteratura possa passare per il vedere. Semmelweiss vede qualcosa che ai suoi tempi non era ancora possibile osservare attraverso la microscopia ottica; Céline vede nell'esperienza di Semmelweiss uno spunto letterario. In altri termini: la scienza (una sua parte, è chiaro) si concentra su qualcosa che in sintesi possiamo chiamare "genetica", dunque ciò che pertiene la genesi, l'origine; un narratore è spesso qualcuno che dà forma a un'intera "genealogia", a una stirpe di personaggi attraverso i quali provare a dire qualcosa sull'umano. Entrambi i termini condividono la stessa etimologia, vale a dire il verbo greco γίγνομαι, che significa "nascere". In modi diversi – in parte separati e in parte intersecantesi – tanto la scienza quanto la letteratura servono a far nascere qualcosa: percezioni, pensiero, visioni del mondo.

 

Giorgio Vasta (Palermo 1970) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Il tempo materiale (minimum fax 2008), Spaesamento (Laterza 2012) e Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia e Paolo Nori). Collabora con le pagine della cultura di Repubblica e di Il Sole 24 Ore.

 

Autore: Paolo Cerutti

Vincitore del 3° premio della 7 ͣ edizione de La scienza narrata. Ha frequentato il Liceo G. Galileo di Nizza Monferrato. Frequenta la facoltà di Lettere.