Sugli uomini, le macchine, i leoni, le gazzelle, il passato, il futuro, Churchill, Stalin, la polizia, l’omosessualità e altre cose che non sto a raccontarvi…

Ogni mattina uno scienziato si alza e sa che deve fare qualcosa di sensazionale ma non troppo. Ogni mattina un regista si alza e prova a fare un film di dubbia bellezza su uno scienziato che ha fatto qualcosa di troppo sensazionale.

Oggi scrivo di The Imitation Game, film su Alan Turing – gazzella che ha dimenticato il precetto di cui sopra – diretto da Morten Tyldum – nella parte del leone – il quale, con mia grande sorpresa, pare aver ricevuto molti premi e nomination a premi.

Come è facile intuire dal titolo, questo film parla della teoria del gioco dell’imitazione ideata da Turing (qui interpretato da Benedict Cumberbatch), senza dimenticare le vicende che portarono alla realizzazione della prima vera macchina di Turing. Affinché anche i profani comprendano la portata storica di questa invenzione, mi preme sottolineare che ogni apparecchio digitale è, in buona approssimazione, una macchina di Turing: ed ecco che un informatico si è appena suicidato!

Punti di forza:


1. Ingegneria e Informatica
Se nella scorsa pellicola la trattazione scientifica era decisamente scadente, in questa invece assume un ruolo centrale anche se viene fatta passare al lettore in modo leggero. Il discorso iniziale è una spiegazione divulgativa – ma comunque abbastanza corretta – della teoria dell’imitazione di Turing: può una macchina pensare come un essere umano? può esistere un’intelligenza artificiale perfetta?
Il film mostra il processo di progettazione di una macchina computazionale e come funziona(va).
Chi ha studiato informatica ha sicuramente riconosciuto l’algoritmo chiamato Powerset, il quale, in parole povere, esplora in modo esaustivo, benché abbastanza stupido, tutto lo spazio delle possibili soluzioni a un problema.

 

2. Esaustività
Raramente ho visto film biografici tanto esaurienti. Tyldum riesce a seguire, bene o male, tutta la vita di Turing, spiegando in modo completo come lo scienziato sia arrivato a fare le scelte presentate lungo tutta la pellicola. Splendida, da questo punto di vista, la scena in cui Turing chiede a Joan Clarke (che qui prende il volto di Keira Knightley) di sposarlo con un filo di ferro arrotolato al posto del tradizionale anello.

3. Benedict Cumberbatch
Interpretazione favolosa di questo attore. La scena in cui Joan lo va a trovare a casa sua mentre lui sta seguendo la cura per la castrazione chimica fa veramente venire i brividi. E poi, davvero, chi altro può vantarsi di essere Sherlock Holmes, Alan Turing e Khan di Star Trek allo stesso tempo? (Se non sapete chi sono questi tre tizi, ragazzi miei, non sono io a dovervi dire come dovete documentarvi, ma documentatevi!)

Punti deboli:


1. Confusionario
Tyldum, per seguire la vita di Turing, si avvale di continui flashback e flashforward, muovendosi su tre linee temporali differenti. Ora, va bene tutto, ma tre linee temporali esplorate un po’ qua un po’ là senza soluzione di continuità e con stacchi non molto chiari tra una e l’altra mi sembra un po’ esagerato: spesso risulta confusionario e contorto.
Sarò stupido ma ho dovuto riguardare due volte il film per capire alcune cose.

 

2. Stereotipi
Fate caso ai personaggi, non sono molti in realtà: Alan e Joan sono gli unici veramente caratterizzati, gli altri sono tutti abbastanza piatti. Cosa notate? Sono tutti stereotipi.
Alan è Sheldon Cooper di The Big Bang Theory, Joan è la classica femme fatale. Lasciamo stare i collaboratori e i poliziotti che più piatti e stereotipati non si può: pure il bobby è stupido!
E poi cosa diamine ci fa Tywin Lannister de Il trono di spade? Ah, qui non interpreta Tywin? Ma è uguale sia nell’interpretazione, sia nel carattere!

3. Pretesti narrativi
Immaginate la scena: interno giorno, riunione di produzione con il regista e lo sceneggiatore. A un certo punto qualcuno si alza e dice: “Ragazzi dobbiamo spiegare meglio questa cosa, così non si capisce”. Oppure: “Ragazzi dobbiamo tagliare un po’ questa spiegazione, viene troppo lunga. Idee?”. E gli altri, tutti in coro e a un volume tale da poter essere sentiti dalla Cristoforetti sulla Stazione Spaziale Internazionale: “Pretesti narrativi!”.
Ogni volta che nel film è necessaria una spiegazione, tac: flashback, spiegazione, flashforward! E tu ti stai ancora chiedendo cosa cavolo sia successo nella tua testa negli ultimi cinque minuti di dislocazione temporale.
E ogni volta che una spiegazione potrebbe risultare troppo prolissa, sembra quasi venir fuori un’insegna al neon con scritto “Casualità” e – tre, due, uno (veramente troppo veloce) – la situazione è risolta. Solo che resta anche una sensazione amara, come quando non sai se sei stato preso in giro o meno.

 

Siamo giunti alla conclusione quindi è arrivato il momento di darvi il mio preziosissimo e attesissimo suggerimento: limitate o evitate i pretesti narrativi e cercate di non cadere nella trappola dei tanto comodi stereotipi.

Autore: Marco Borgna

Vincitore del 1° premio della 6 ͣ edizione de La scienza narrata. Ha frequentato il Liceo A. Avogadro di Torino e la facoltà di Ingegneria Aerospaziale. Attualmente lavora presso IBM CIC come IT Specialist.